Perché sul dossier Mafia-Appalti la partita non è finita
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Ci sono atti giudiziari che nascono per chiudere una porta e invece finiscono per spalancare un portone sulla storia d’Italia. Le 644 pagine con cui il Giudice per le Indagini Preliminari di Caltanissetta, Santi Bologna, ha disposto l’archiviazione del fascicolo sulle presunte omissioni e insabbiature del dossier Mafia-Appalti non sono un punto d’arrivo, né tantomeno la pietra tombale pretesa dai soliti tifosi della memoria anestetizzata.

Sono, al contrario, la fotografia nitida e spietata di un fallimento di Stato.

​Nelle motivazioni, il Gip usa parole che pesano come macigni: si parla senza mezzi termini di una “gestione scellerata” del dossier da parte di chi avrebbe dovuto trattarlo come una bomba ad orologeria e si cristallizza un dato umano e giudiziario agghiacciante: Paolo Borsellino fu “volutamente” tenuto all’oscuro dell’imminente richiesta di archiviazione di quell’indagine. Una condotta che va ben oltre la leggerezza burocratica e si inoltra nel territorio scivoloso del tradimento istituzionale.

LA PISTA NON ERA UN FANTASMA

​Per anni abbiamo assistito al banale tentativo di derubricare l’informativa del Ros dei Carabinieri ̵ ideata e voluta da Giovanni Falcone e poi ripresa nei suoi drammatici ultimi cinquantasette giorni da Paolo Borsellino ̵ a semplice “pista farlocca” o a un diversivo per complottisti.

​Le carte di Caltanissetta dicono esattamente il contrario.

​Il provvedimento del Gip, pur concludendosi con un’archiviazione dettata dall’impossibilità di superare la soglia del ragionevole dubbio e dal sopraggiungere dei termini prescrittivi per talune condotte, non demolisce l’impianto investigativo degli uomini del Ros. Al contrario, ne riconosce la portata dirompente: quel dossier toccava il cuore pulsante del potere mafioso ed economico, la saldatura tra i corleonesi di Totò Riina, le grandi imprese nazionali e i comitati d’affari della politica.

Non era una favola. Era la radiografia del sistema che sosteneva Cosa Nostra. Ed è precisamente su quell’asse che la mafia ha sentito tremare la terra sotto i piedi, trovando l’accelerazione decisiva per la strategia stragista del 1992.

​COSA CI DICE DAVVERO QUESTA ARCHIVIAZIONE?

​L’archiviazione di Caltanissetta ci consegna due verità distinte ma inscindibili. 

​Il piano processuale non coincide col piano storico: la mancanza di elementi per sostenere un’accusa penale a distanza di trent'anni contro specifici indagati non cancella la realtà di condotte svianti, superficialità colpose e omissioni che hanno azzoppato la ricerca della verità quando i testimoni erano vivi e le carte calde.

Il vuoto di giustizia è il risultato di scelte precise: se Paolo Borsellino ignorava che il dossier su cui stava puntando le sue ultime energie veniva archiviato a Palermo proprio mentre lui preparava la difesa della Repubblica, significa che la catena di comando istituzionale ha deliberatamente isolato il magistrato.

​PERCHÉ NON È IL TEMPO DELLA RESA

​Dire che “ormai è tardi” o che “il tempo ha cancellato le prove” è la scusa preferita di chi spera che l’oblio compia il lavoro sporco. Ma la sensazione che rimane ̵ viva, pulsante, quasi palpabile tra le pieghe di queste 644 pagine ̵ è che l’impunità per chi ha depistato, sviato e coperto non sia un destino inevitabile.

​I depistaggi hanno gambe corte e una memoria lunghissima. La storia delle stragi ci insegna che i muri di gomma prima o poi mostrano delle crepe: è successo con il falso pentito Scarantino, è successo con le smentite ai depistaggi di via D’Amelio. succederà anche sul capitolo degli Appalti.

​Questa archiviazione non è una resa. È una chiamata al dovere per chi non si accontenta delle verità di comodo. Le parole del giudice Santi Bologna non chiudono un caso: firmano il capo d’accusa morale contro una stagione di veleni e indicano, a chi ha il coraggio di guardare, dove scavare ancora.

Aggiornato il 05 ottobre 2026 alle ore 11:37