Prima che la questione passi in cavalleria, soverchiata dalle tante notizie e questioni più imminenti, qualche considerazione sulla comunicazione dei politici e dell’eco sul giornalismo nostrano, vale la pena appuntarla sul taccuino, soprattutto su questo che è un taccuino liberale.

C’è una questione di metodo comunicativo che riguarda quella che rimane comunque la notizia della settimana, ossia l’esito delle elezioni in Sassonia, che si sono svolte domenica scorsa e che hanno visto vincere la formazione dell’AfD

Un certo giornalismo italiano, abituato al mondo ovattato delle redazioni sempre più autoreferenziali, per descrivere l’elettorato tedesco che ha scelto AfD ha utilizzato lo stesso tipo di narrazione che aveva usato qualche giorno prima − in modo assolutamente compiaciuto − per riportare anche le parole di Bonaccini sulle caratteristiche culturali ed intellettuali dell’elettorato di destra italiano

Proviamo quindi a capire l’effetto che fa quello che propina il giornalettismo nostrano. Se prendiamo le parole di Bonaccini che ci dice che chi vota a destra studia − o ha studiato − meno, sta implicitamente affermando che l’elettorato di sinistra è l’opposto, ossia è quello che ha studiato di più, è più cool, insomma è il migliore. Per l’immaginario collettivo una affermazione del genere implica elitarismo, presunta superiorità culturale, etc. 

In effetti, se si pensa all’elettore “medio” del Pd di Roma (ma potremmo dirlo con ogni probabilità anche di una certa Milano) l’immagine che ci balza immediatamente alla mente è il radical chic del centro storico o dei Parioli, quello che ha frequentato il liceo classico giusto, è laureato in storia o filosofia, al massimo ha fatto scienze politiche o architettura; va in bici, veste con abiti di fibre vegetali come il bamboo, auspica per tutti calzature in ecopelle, va al mare a Capalbio e dintorni, frequenta le librerie (poche) dove si svolgono le presentazioni dei libri, con sempre i soliti invitati, le solite facce note, il circoletto buono, per dirla in altre parole, e che mal sopporterebbe veder votare il suo stesso partito anche dalla servitù (perché a quella non hanno rinunciato). Indirettamente Bonaccini quando parla dell’elettorato di destra (poco colto e poco fine) fa pensare subito a quello di sinistra, radical chic, lontano dalle periferie e dai nuovi proletari.  

Quindi, implicazione successiva, l’esponente del Pd sta ammettendo e dichiarando che il suo partito è il partito dei fighetti intellettuali di sinistra, e non più quello della classe operaia o impiegatizia di base, che vedeva nel Pci prima e nel Pd dopo (la festa dell’Unità è rimasta la stessa infatti) il partito di riferimento e da votare. 

Perciò, questo proletariato che ha studiato poco, non avendo più la sua casa politica tradizionale, ha bisogno di un altro riferimento politico perché non può coabitare con il fighetto in ztl, e sembra averlo trovato, e comunque Bonaccini ha indicato la via a tutti quelli un po’ meno colti dei votanti che ancora votano Pd e si riconoscono nella descrizione fatta dalla presidente del partito. Non a caso la premier Meloni, che sta in politica anche lei da tanto tempo, gli ha risposto affermando che il centrodestra non chiede titoli di studio ai propri elettori prima di ascoltarli e ha aggiunto che molte persone hanno studiato sulla propria pelle a causa delle difficoltà economiche e sociali, e per questo loro (del centrodestra) li rispettano. Così ha vinto game, set e match, e la neocorteccia di ogni lettore ed elettore la ringrazia per il lavoro svolto al posto suo.

Sorge dunque spontanea una domanda, chissà se Bonaccini voleva dire così tante cose relative al suo (ex?) elettorato, pensando di parlare dell’elettorato altrui, e lavorando quindi più a favore della destra che della sua parte politica. Ma tanto è stato, anche in virtù della vasta eco data sui media alle sue dichiarazioni, concorrendo a rafforzare il vero messaggio comunicativo che stava proponendo. Risultato, spostare qualche altro voto dei “non migliori e meno cool del bigoncio” a favore della parte avversaria.

Il tutto grazie anche a molti media maistream che hanno pensato bene di replicare il tipo di comunicazione utilizzata per descrivere l’elettorato di destra italiano, anche per proporre l’analisi del voto tedesco. Il successo sembra essere stato determinato anche da un travaso di voti dalla Cdu all’AfD, che va ben oltre alla capacità di quest’ultimo partito di attrarre altri nuovi votanti, data l’affluenza molto alta. Anche in questo caso l’analisi sociologica del voto tenderebbe a descrivere l’elettore medio di AfD come abbastanza rozzo ed ignorante. Dovremmo quindi desumerne che in Germania c’è un elettorato un po’ ignorante e rozzo che vota AfD ma prima votava Cdu (quindi la Cdu era il partito anche di quelli che hanno studiato poco, ma la Cdu non se ne preoccupava perché con quei voti governava? O sono diventati rozzi passando dall’uno all’altro partito?). Come si è spostato quel consenso che ha trovato un’altra casa politica da cui farsi rappresentare? Quali errori ha quindi commesso la Cdu? O l’obiettivo era di sbarazzarsi da quelli un po’ ignoranti che non sono trendy? Se li riprenderebbe questi rozzi, ignoranti elettori di destra (in gran parte uomini, ci tiene a far sapere la stampa italiana), purché diventino prima à la page o vanno bene così come sono se aiutano a mantenere consenso e potere? 

A furia di insistere su certi elementi pensando di delegittimare, squalificare o minimizzare l’importanza dell’avversario, di fatto si ammette anche il contrario. È questo il meccanismo cognitivo attraverso il quale il cervello umano recepisce i messaggi comunicativi. 

Il cervello, che sarà anche lui un po’ rozzo e poco istruito, lavora in un certo modo e non vuol sentir ragione se e quando le cose sono dette in altro modo.

Ma è mai possibile che in Italia, oltre a non essere noti e letti libri di autori come Ayn Rand, James Buchanan, Milton Friedman, Friedrich August von Hayek (da non confondere con Salma Hayek, può succedere) per non dire addirittura Carl Menger (da non confondere con l’altro famoso Karl – Marx − può succedere anche questo, confondere Carl e Karl e pensare che valga solo la teoria keynesiana per risolvere i mali del mondo; è una opinione bislacca, ma anche certi vertici internazionali ne sono stati persuasi a lungo, peccato abbia molta più ragione e visione Carl di Karl), non sono noti nemmeno libri di gente peraltro dichiaratamente democratica, liberal, come Noam Chomsky o George Lakoff?

Nel bene o nel male, il nostro cervello funziona nello stesso modo, sia che appartenga ad un elettore di destra che di sinistra, sia che sia acculturato o meno, e quindi tutti i politici, dovrebbero Non pensare all’elefante, quando comunicano, idem i media, se li vogliono aiutare.

Ad oggi, questa lezione sembra essere stata appresa, e viene utilizzata, molto meglio da leader come la Meloni & co., che come Bonaccini et similia; i comunicatori, quelli del fantastico mondo dei media nostrani, intanto, sono come i due liocorni...

Le urne, a breve, ci diranno chi ha fatto il lavoro migliore!

Buona campagna elettorale a tutti.

(*) Foto: la copertina del libro di George Lakoff Non pensare all’elefante

Aggiornato il 11 settembre 2026 alle ore 13:24