Il risultato del referendum in Islanda è stato letto, dai più, in senso pretestuoso. Una ristretta maggioranza di quel popolo s’è espressa contro la ripresa delle trattative per l’adesione dell’isola all’Unione europea. Occorre esaminare bene i dati: favorevoli, in maggioranza, gli abitanti della capitale, Reykjavík; contrari i residenti nelle zone agricole e nei centri di pescatori. I motivi sono chiari: i negoziati precedenti si erano arenati sulla pesca e sulla politica agraria. La pesca, nelle acque territoriali dell’Unione, è libera per tutti i pescatori della stessa, salvo disposizioni a tutela dell’ambiente e della riproduzione delle specie ittiche. I pescatori islandesi vogliono non avere concorrenti nelle loro acque e regolarsi da sé nei rapporti con l’ambiente e le specie acquatiche. L’Unione ha una propria politica agraria, e gli agricoltori isolani preferiscono norme nazionali. Invece coloro i quali vivono a Reykjavík sono gente urbana, seguono le dinamiche internazionali. Sanno quanto l’isola possa essere coinvolta nella conflittualità tra Federazione Russa e Stati Uniti d’America per il controllo delle rotte artistiche, soprattutto in un periodo geologico in cui i ghiacci tendono a liquefarsi.
Essi stimano l’adesione all’Unione europea una ulteriore garanzia di protezione. Fatti dell’oggi. Domani chissà. I commenti in Italia, ma anche nel resto dell’Unione, sono dettati, anche, da rigurgiti nazionalistici, oggi detti sovranisti, basati su un grosso equivoco. Si ritiene che la Commissione, cioè il governo dell’Unione, sia un “carrozzone” dirigista. Nulla di meno fondato. Gaetano Martino, il padre di Antonino, da ministro degli Esteri italiano, diresse i negoziati di Roma dai quali nacquero la Comunità economica e l’Euratom, sulle cui fondamenta poggia oggi l’Unione. Egli diceva: “Le istituzioni comunitarie non sono né liberiste né dirigiste; per questo io, liberale, mi ci ritrovo benissimo”. Intendeva dire che esse sono gli organi di una costituzione sovranazionale; di per sé non hanno una politica, ma l’hanno le forze politiche in esse prevalenti nel momento. La Commissione, per entrare in carica e far approvare i bilanci, ha bisogno del voto del parlamento. In esso, fino alla scorsa legislatura, si era stabilita una maggioranza di democristiani e socialisti, ed è quindi prevalso un indirizzo dirigistico. Adesso Giorgia Meloni e, poi, Raffaele Fitto hanno inserito i conservatori nella maggioranza, e cominciano a raddrizzare la politica della Commissione. Le Istituzioni non hanno una politica, la hanno coloro, i quali le dirigono. L’errore di sovranisti e sedicenti “patrioti” (termine offensivo per quelli veri, come lo scrivente) è quello di prendersela con l’Istituzione, anziché tentare di guadagnare peso politico in essa, per modificarne l’orientamento. Così sono, semplicemente, dei demolitori, i quali non costruiranno mai nulla. Questo è gravissimo in un Europa che, un tempo, propagava civiltà nel mondo, e oggi corre il rischio di essere colonizzata. Colonia di potenze autocratiche.
Aggiornato il 02 settembre 2026 alle ore 11:51
