C’è qualcosa di profondamente inquietante quando, invece di contestare le idee di un avversario politico, si decide di disprezzare le persone che quelle idee le sostengono.
Non è una novità. Ma è una tentazione che, nella sinistra italiana, sembra riaffiorare con una certa frequenza: l’elettore di destra diventa l’ignorante, il rozzo, il periferico, quello che “non ha studiato”, quello economicamente più fragile. Oppure, nella rappresentazione più caricaturale, diventa addirittura il fascista, il violento, il maschilista, l’uomo con “gli occhi di una mucca”.
Non sono categorie inventate. Sono immagini e parole che negli ultimi anni sono state utilizzate pubblicamente per descrivere il mondo che vota a destra.
Nel 2024, parlando di Un altro Ferragosto, Paolo Virzì descriveva un’Italia attraversata da una presunta nuova deriva fascista; il personaggio di Cesare veniva presentato come un “ignorante fascista”, un parvenu e un uomo privo di spessore intellettuale.
Più recentemente, Stefano Bonaccini ha proposto una lettura sociologica del voto alla destra che associa gli elettori a livelli di istruzione più bassi, alle aree interne e a condizioni economiche più difficili.
Si può discutere di statistiche, distribuzione territoriale del voto, livelli di istruzione e condizioni economiche. È legittimo, persino doveroso. Ma c’è una domanda che dovrebbe precedere ogni analisi: quando una descrizione sociale diventa un pregiudizio?
Perché il problema non è studiare chi vota Meloni, Salvini, Vannacci o qualsiasi altro partito. Il problema nasce quando l’analisi smette di essere una fotografia e diventa una gerarchia morale.
Come se avere meno anni di università significasse avere meno capacità di giudizio. Come se vivere in provincia significasse comprendere meno il mondo. Come se guadagnare meno significasse essere più facilmente manipolabili. Come se votare a destra fosse, in sé, il sintomo di una carenza culturale.
È un errore enorme.
E, paradossalmente, è anche uno degli errori che spiegano perché una parte della sinistra fatichi a comprendere il consenso della destra. Perché se consideri l’avversario ignorante, non hai più bisogno di ascoltarlo. Se pensi che abbia votato male perché non capisce, non devi domandarti perché abbia perso fiducia nelle tue idee. Se attribuisci il suo voto alla paura, non devi interrogarti sulle sue paure. Se lo consideri arretrato, puoi evitare di chiederti che cosa, nel tuo messaggio politico, non è più riuscito a parlare alla sua vita quotidiana.
È una forma di superiorità culturale che rischia di produrre un gigantesco cortocircuito democratico.
Perché gli elettori non sono materiale da educare. Sono cittadini. E hanno diritto di sbagliare, se qualcuno ritiene che abbiano sbagliato. Hanno diritto di cambiare idea. Hanno diritto di votare Meloni, Schlein, Salvini, Tajani, Conte o chiunque altro. E hanno diritto persino di votare contro ciò che una parte del mondo intellettuale considera “giusto”.
Questa è la democrazia.
Non esiste un certificato di laurea allegato alla scheda elettorale. Non esiste un coefficiente economico che stabilisca quanto debba pesare un voto. Non esiste un quartiere più democratico di un altro. E soprattutto non esiste un elettore più degno di un altro.
La cosa più sorprendente è che questo atteggiamento arriva spesso proprio da ambienti che rivendicano di rappresentare gli ultimi, i lavoratori, le periferie, le persone in difficoltà. Ma se quelle stesse persone votano a destra, improvvisamente diventano ignoranti. È una contraddizione che dovrebbe far riflettere.
Forse perché il vero problema non è che alcuni cittadini abbiano studiato poco. Forse è che una parte della politica ha smesso di ascoltarli. Ha smesso di chiedere perché una giovane coppia abbia paura del futuro. Perché un imprenditore non sappia più come affrontare tasse e burocrazia. Perché una famiglia sia preoccupata per la sicurezza. Perché un lavoratore senta di non essere più rappresentato. Perché un abitante di una periferia percepisca lo Stato come lontano. Perché una parte del Paese consideri l’immigrazione un problema da governare e non semplicemente un tema sul quale essere giudicata moralmente.
A tutte queste domande si può rispondere diversamente.
La destra può avere torto. Ma la risposta non può essere: “Se la pensi diversamente, sei ignorante”.
Perché quella non è politica. È disprezzo. E il disprezzo, in democrazia, è una pessima strategia oltre che una pessima cultura. Non serve costruire un nuovo tribunale degli intelligenti contro gli ignoranti. Serve restituire dignità alla politica.
Perché un Paese non si divide tra chi ha studiato e chi non ha studiato. Non si divide tra illuminati e barbari. Non si divide tra cittadini culturalmente superiori e cittadini da correggere. Si divide, semmai, tra idee diverse. Ed è proprio questo che la democrazia ci chiede di accettare.
Non dobbiamo imparare ad amare il voto dell’avversario. Dobbiamo imparare a rispettare la persona che lo esprime. Perché nel momento in cui cominciamo a considerare meno degno il voto di chi non ci piace, non stiamo difendendo la democrazia. Stiamo semplicemente scegliendo chi, secondo noi, meriterebbe di averla.
Aggiornato il 28 agosto 2026 alle ore 11:10
