Per quasi quattro anni hanno aspettato la crisi. Lo strappo di Matteo Salvini. Il distacco di Forza Italia. La resa dei conti nella maggioranza. Ogni divergenza veniva raccontata come l’inizio della fine. Il problema, per loro, è che Meloni non ha seguito il copione. Mentre l’opposizione cercava la crepa, Giorgia Meloni costruiva il primato. Il suo governo è diventato il più longevo della storia repubblicana. Un fatto politico che racconta molto dell’Italia di questi anni. Per decenni abbiamo conosciuto governi brevi, maggioranze ribaltate, crisi di Palazzo e presidenti del Consiglio costretti a navigare tra veti incrociati. Meloni ha fatto l’opposto: ha preso una coalizione elettorale e l’ha trasformata in una maggioranza capace di arrivare fino al termine naturale della legislatura. È questo il suo primo, grande risultato politico. Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia non sono diventati improvvisamente identici. Hanno storie, elettorati e sensibilità diverse. Ed è proprio qui che si misura la capacità di una leadership. Meloni non ha cancellato le differenze. Le ha governate. Ha mantenuto Fratelli d’Italia come baricentro della coalizione senza umiliare gli alleati. Ha lasciato a Salvini il suo spazio politico senza permettere che la competizione interna diventasse una crisi di governo. Ha preservato il profilo moderato ed europeista di Forza Italia senza perdere la direzione generale dell’esecutivo. In altre parole, ha fatto ciò che una leadership dovrebbe fare: tenere insieme forze diverse e trasformare le divergenze in mediazione politica. È questo il punto che l’opposizione continua a sottovalutare. Per anni hanno descritto il centrodestra come una coalizione destinata a rompersi. Oggi quella coalizione esprime il governo più longevo della Repubblica. E non è accaduto in un periodo tranquillo.
Il governo ha attraversato guerre, crisi energetiche, inflazione, tensioni geopolitiche e un contesto economico internazionale complesso. Ha dovuto tenere insieme la politica interna e i rapporti con l’Europa, l’Alleanza atlantica e i principali partner internazionali. Meloni ha scelto una linea pragmatica, spesso più istituzionale di quanto molti dei suoi avversari avessero previsto. La leader sovranista descritta come un possibile problema per Bruxelles e per le cancellerie occidentali è diventata uno degli interlocutori centrali dell’Italia sulla scena internazionale. Anche qui il risultato politico è difficile da negare. La premier ha dimostrato di sapere che una cosa è guidare un partito dall’opposizione, un’altra è guidare un Paese. E mentre qualcuno continua a giudicare il governo esclusivamente attraverso le proprie categorie ideologiche, il dato politico è che Meloni ha consolidato la posizione internazionale dell’Italia senza rinunciare alla sua leadership politica interna. Sul piano economico il quadro, naturalmente, è più complesso. Non tutti i problemi sono risolti e sarebbe propaganda sostenere il contrario. Ma il governo può rivendicare una maggiore stabilità, una crescita dell’occupazione e una credibilità finanziaria che, alla vigilia del 2022, molti osservatori davano tutt’altro che per scontata.
Ma il risultato più importante resta un altro. Il governo è ancora lì. E sembra una banalità soltanto per chi non conosce la storia politica italiana. Non è normale, in Italia, che un presidente del Consiglio eletto all’inizio della legislatura arrivi fino a un record di durata mantenendo la stessa coalizione. Meloni ci è riuscita. Ed è qui che comincia il problema del centrosinistra. Perché mentre il governo costruiva una stabilità che molti consideravano impossibile, l’opposizione costruiva soprattutto una previsione: prima o poi cadranno. Salvini romperà. Forza Italia si sfilerà. La maggioranza non reggerà. È passato il tempo. Non è successo. E a un certo punto bisogna prendere atto della realtà: aspettare che l’avversario perda non è un programma politico. Il centrosinistra, però, continua a confondere le due cose. Un conto è essere contrari a Meloni. Un altro è essere pronti a governare dopo Meloni. Ed è qui che il campo largo mostra tutti i suoi limiti. La prima domanda riguarda la leadership. Chi comanda? Elly Schlein? Giuseppe Conte? Un candidato scelto attraverso le primarie? Il leader del partito più votato? Oppure una figura di compromesso scelta dopo l’ennesima trattativa? Dopo quasi quattro anni, la risposta non è ancora chiara. E questo non è un dettaglio. È il cuore del problema. Perché una coalizione che aspira a Palazzo Chigi dovrebbe sapere chi vuole portare a Palazzo Chigi. Il Partito democratico vuole essere il perno dell’alternativa. Il Movimento 5 stelle non accetta di essere una semplice forza di accompagnamento. Alleanza verdi sinistra ha una propria agenda. Le forze centriste restano un problema ogni volta che si parla di allargare il perimetro. Il risultato è un paradosso. Tutti vogliono costruire il campo largo, purché qualcuno non diventi troppo largo. Poi c’è il programma. Sull’attacco al governo l’unità è semplice. Su ciò che dovrebbe accadere il giorno dopo, molto meno. Politica estera, difesa, sicurezza, immigrazione, energia, rapporti con le imprese, infrastrutture: appena si passa dall’opposizione alla prospettiva del governo, le differenze tornano a galla. Ed è inevitabile. Perché le coalizioni non si costruiscono semplicemente sommando voti.
La politica non è Excel. Puoi aggiungere le percentuali, ma non puoi sommare automaticamente leadership, programmi e culture politiche. E soprattutto non puoi presentarti agli italiani con una sola idea davvero condivisa: che Meloni debba andare via. Perché la domanda successiva è inevitabile. E poi? Ed è quella alla quale il centrosinistra continua a rispondere con tavoli, vertici, formule e discussioni sul metodo. Il centrodestra, nel frattempo, ha fatto qualcosa di molto più concreto.
Ha governato. Con difficoltà, tensioni e differenze, certo. Ma ha governato. E ha dimostrato che una coalizione può essere composta da partiti diversi senza trasformare ogni divergenza in una crisi. Questo è il vero vantaggio competitivo di Meloni verso le prossime elezioni. Nel 2022 chiedeva agli italiani una possibilità. Oggi può presentarsi con un record. Può dire: mi avete dato il mandato e il governo è rimasto in piedi. L’opposizione, invece, deve ancora spiegare con precisione quale governo vorrebbe mettere al suo posto. Alle elezioni non basterà aspettare che perda, perché un governo Meloni lo ha costruito, lo ha tenuto in piedi e ci è entrata nella storia. L’opposizione, invece, a distanza di anni, sembra ancora ferma alla domanda più imbarazzante: e se vincessimo noi, chi comanda?
Aggiornato il 04 settembre 2026 alle ore 11:50
