“L’Europa: una cacofonia organizzata”
Foto: Robert Schuman Centre for Advanced Studies

Pubblichiamo la seconda parte dell’intervista a Yves Mény il politologo francese, nato nel 1943, considerato tra gli studiosi europei più importanti di istituzioni politiche, democrazia e populismo

Arriviamo all’Europa. Lei parla di una crisi europea, ma anche di una crisi dei singoli Stati.

L’Europa è in crisi, ma nessuno Stato europeo è in buona forma. Ciascuno cerca di cavarsela con i mezzi che ha a disposizione, con le proprie tradizioni culturali e politiche e in funzione delle proprie strutture economiche e sociali. Nessun Paese europeo è uguale agli altri, né sul piano economico, né su quello politico, religioso o sociale. Li definiamo tutti democrazie, ma non ce n’è una uguale all’altra, al di là della comune adesione ad alcuni grandi principi astratti. Prendiamo una regola apparentemente semplice come la separazione dei poteri: viene interpretata in modo molto diverso negli Stati Uniti e in Europa, e poi in Italia, Francia, Germania e così via. L’Europa è, in questo senso, una cacofonia organizzata.

In un contesto siffatto, quale potrebbe essere il futuro dell’Europa?

Sarebbe molto azzardato dirlo. Può succedere di tutto. Mi piace però utilizzare un’immagine: l’Europa è come una bicicletta che rimane in equilibrio finché è in movimento. Se smettiamo di pedalare, la bicicletta cade. Il problema è che l’Unione Europea ha sempre più difficoltà a trovare temi che consentano ai suoi membri di pedalare insieme. Esistono divergenze sulla destinazione e sulle strade da percorrere: immigrazione, mercato unico, tutela dell’ambiente, politica estera, difesa. Per questo le riforme e gli adattamenti dell’Ue avvengono essenzialmente sotto pressione, in occasione delle crisi: la crisi finanziaria, quella climatica, la guerra in Ucraina, la crisi della Nato e così via.

La competizione interna all’Europa è dunque un pericolo o una risorsa?

Entrambe le cose. La concorrenza e la competizione all’interno di un insieme unico possono essere stimolanti, ma diventano potenzialmente distruttive se le tensioni centrifughe diventano più forti delle forze centripete. Tensioni e conflitti sono normali, a condizione che rimangano entro livelli ragionevoli e che si riescano a trovare soluzioni di compromesso. Il compromesso è una necessità imprescindibile. Non è glorioso e non è particolarmente in sintonia con lo spirito dei tempi, dominati dall’idea della forza bruta. Putin e Trump ne sono due esempi notevoli, indipendentemente dalle rispettive ideologie.

Oggi, allo stato delle cose, si potrebbe immaginare, una nuova Jata?

Sì, si potrebbe immaginare una Yalta 2026 nella quale Putin dicesse: “Prendo l’Ucraina”; Xi Jinping: “Prendo Taiwan”; e Trump: “Prendo la Groenlandia e Cuba”. Purtroppo, non è uno scenario poi così irreale. È proprio questo il problema: la politica della forza sta tornando a essere considerata come una soluzione possibile ai conflitti internazionali. Ma la forza pura, in realtà, è spesso un’illusione di fronte al principio di realtà. Lo sbigottimento iniziale lascia presto spazio alla resistenza dei deboli.

Una delle conseguenze politiche di questa crisi è la rinascita della destra. È dovuta soprattutto alla paura dell’immigrazione islamica?

In parte sì, ma credo che l’immigrazione sia soprattutto un fattore di mobilitazione e uno spauracchio utilizzato per giustificare determinate scelte, più che la ragione strutturale profonda della trasformazione. La rinascita di una destra più radicale è legata innanzitutto all’esaurimento del modello socialdemocratico. Quel modello ha dato tutto ciò che poteva dare nel grande compromesso con il capitalismo del passato. Oggi partiti e governi sono sopraffatti dal capitalismo finanziario e dalla deregolamentazione sempre più estesa a livello nazionale e internazionale.

Donald Trump che ruolo svolge in questa trasformazione?

Trump sta dando un colpo, probabilmente fatale, al sistema di regolamentazione istituzionale e procedurale internazionale. Di per sé non sarebbe necessariamente una catastrofe, se sulle rovine di quel sistema si avviasse una riflessione per costruire qualcosa di diverso e migliore. Il problema è che, per ora, sulle rovine vediamo soprattutto il caos e il nulla. È una sorta di “Gaza” del sistema globale concepito dagli americani e dai loro alleati dopo la Seconda guerra mondiale, al quale hanno poi aderito anche i Paesi ex comunisti, compresa la Cina, e che oggi viene distrutto proprio da alcuni di coloro che lo avevano concepito.

Se il vecchio ordine internazionale sta crollando, che cosa sta nascendo al suo posto?

Non lo sappiamo. E questa è probabilmente la caratteristica fondamentale della fase storica che stiamo vivendo. La fine dell’Unione Sovietica, l’impressionante ascesa della Cina, l’emergere di nuovi attori ancora timidi e deboli ma già potenti a livello regionale e, infine, il colpo di grazia di Trump: tutto concorre a creare incertezza e caos. Le istituzioni che avrebbero dovuto garantire il nuovo ordine regionale e internazionale sono state sconfitte, come l’Onu, il Gatt, il Wto e l’Oms; si trovano nell’incertezza, come la Nato; oppure sono contestate, come il Consiglio d’Europa e l’Unione Europea. È come osservare il campo di battaglia dopo lo scontro.

In questo nuovo mondo, quanto contano le singole politiche nazionali europee?

Molto meno di quanto siamo portati a pensare. Ciascun governo cerca naturalmente di trarre il massimo vantaggio possibile dalla situazione ‒ a cominciare da Meloni ‒ ma i governi nazionali europei sono un po’ come “le mosche del cocchiere”. Possono incidere sul clima politico nazionale, sulle prossime elezioni, sulle strategie dei partiti. Ma molto poco oltre i confini dei loro Paesi. Su scala globale, i singoli Stati europei sono piccoli.

Lei li ha definiti, piuttosto provocatoriamente, “nani da giardino”.

Alcuni nani sono un po’ più grandi degli altri, ma nani sono e nani resteranno se non si uniranno in qualche modo. Bisogna rileggere Machiavelli e la sua triste constatazione sulla frammentazione della penisola italiana diventata il campo di battaglia degli Stati-nazione vicini. Siamo di nuovo lì. Con una differenza fondamentale: oggi i giocattoli dei grandi predatori sono tutte, senza eccezione, le nazioni europee.

Quindi il problema dell’Europa è, in ultima analisi, la sua frammentazione?

È uno dei problemi fondamentali. I vecchi imperi europei ‒ britannico, francese, tedesco, austro-ungarico, ottomano ‒ sono stati spazzati via. Il loro terreno di gioco era il resto del mondo, sotto gli occhi di un impero nascente che alla fine sarebbe risultato vittorioso: gli Stati Uniti. Oggi vediamo nascere o rinascere gli imperi cinese e russo, l’impero turco e, forse in futuro, un impero indiano. Tutti competono con l’impero americano, che rimane ancora trionfante, ma non sappiamo per quanto tempo. In questo nuovo contesto, le nazioni europee, se non saranno organizzate ‒ e non soltanto sul piano militare ‒ rischiano di diventare le prede dei grandi predatori che stanno emergendo.

Professore la sento pessimista sul futuro europeo?

Non direi pessimista. Direi realista. Non è uno scenario molto roseo, ma possiamo ricordare una frase di Gramsci, a proposito dell’attesa di un mondo socialista: il vecchio mondo non è ancora morto e il nuovo fatica a emergere. È esattamente la nostra situazione. Non sappiamo quale sarà il mondo di domani. Ma sappiamo con certezza una cosa: il vecchio mondo non tornerà più nelle forme che conoscevamo. La questione, quindi, non è sapere se torneremo indietro. Non torneremo indietro. La questione è capire se saremo capaci di costruire qualcosa di nuovo prima che il vuoto venga riempito dai grandi predatori.

Qual è, allora, la conclusione?

È molto semplice, anche se tutt’altro che facile. L’Europa può continuare a essere una cacofonia organizzata, con tutti i suoi conflitti, le sue contraddizioni e le sue lentezze. Oppure può diventare qualcosa di più. Ma una cosa è certa: divisi, gli Stati europei hanno un peso sempre più limitato in un mondo dominato da grandi potenze continentali e da grandi imperi economici e tecnologici. Possiamo continuare a comportarci come piccoli Stati sovrani, difendendo ciascuno il proprio cortile. Oppure possiamo unirci.

Si tratta, in fondo, della vecchia lezione di Machiavelli. Solo che questa volta il campo di battaglia è il mondo intero.

(*) Leggi qui la prima parte

Aggiornato il 27 agosto 2026 alle ore 12:58