La memoria collettiva è una strana biblioteca: alcuni scaffali sono illuminati a giorno, altri rimangono in penombra, ma è proprio negli scaffali meno frequentati che talvolta si trovano le chiavi per comprendere le distorsioni con cui è stata interpretata la storia recente e con cui ancora s’interpreta quella presente.
Uno di questi scaffali porta una data precisa: 23 agosto 1939. Quel giorno il ministro degli Esteri del Terzo Reich, Joachim von Ribbentrop, e quello dell’Unione Sovietica, Vjačeslav Molotov, firmarono a Mosca il patto destinato a cambiare il volto dell’Europa. Un accordo di non aggressione, accompagnato da protocolli segreti che dividevano l’Europa orientale in sfere d’influenza. Pochi giorni dopo la Germania avrebbe invaso la Polonia da occidente; il 17 settembre l’Armata Rossa sarebbe entrata da oriente. La Polonia cessava semplicemente di esistere.
Oggi tutto questo è noto agli storici. Meno noto, ad alcuni storici e soprattutto a molti cittadini, è ciò che accadde nel mondo comunista italiano. Per quasi vent’anni il Partito comunista aveva indicato nel fascismo e nel nazismo il principale nemico dell’umanità. Molti dei suoi militanti avevano combattuto in Spagna contro Franco, sostenuto da Hitler e Mussolini, e avevano visto morire compagni sotto le bombe della Legione Condor.
Poi, nel giro di poche settimane, tutto cambiò. Non cambiò l’ideologia del nazismo. Non cambiarono i campi di concentramento già aperti in Germania né le persecuzioni antiebraiche e non cambiò Hitler, ma cambiò Mosca, e con Mosca anche la linea del comunismo internazionale.
Palmiro Togliatti, allora tra i massimi dirigenti del Comintern, si adeguò immediatamente. La guerra che fino a pochi giorni prima appariva come il risultato dell’aggressività hitleriana venne definita soprattutto una “guerra imperialista”: uno scontro tra potenze capitalistiche nel quale il proletariato non doveva lasciarsi trascinare, ma magari cogliere l’occasione per prendersi mezza Polonia, che al proletariato internazionale poteva sempre fare comodo.
Il bersaglio polemico non era più soltanto Berlino, ma erano anche Londra e Parigi, e se questa svolta non significava un’adesione al nazismo ‒ i comunisti italiani continuavano a essere perseguitati dal fascismo e a combattere clandestinamente Mussolini ‒ significava comunque qualcosa di altrettanto rilevante sul piano politico: il giudizio sugli avvenimenti europei cessava di essere autonomo e veniva subordinato alle esigenze strategiche dell’Unione Sovietica.
Il caso della Finlandia è forse a questo riguardo il più istruttivo. Il 30 novembre 1939 l’Armata Rossa attraversò il confine finlandese e il piccolo Stato nordico oppose una resistenza disperata, destinata a entrare nella storia militare. Nella coscienza europea quella guerra apparve, fin dall’inizio, come l’aggressione di una grande potenza a una piccola nazione.
La dirigenza comunista internazionale la presentò invece come un’operazione necessaria alla sicurezza di Leningrado. L’argomento merita attenzione: non si diceva che la Finlandia fosse colpevole di avere invaso l’Unione Sovietica. Si sosteneva piuttosto che le esigenze di sicurezza della grande potenza rendevano inevitabili sacrifici territoriali da parte dello Stato più piccolo.
È un modo di ragionare che, nella storia, riaffiora spesso e che oggi è tornato di grande attualità. Non tutti i comunisti italiani lo accettarono. Umberto Terracini, uno dei fondatori del Partito comunista d’Italia, manifestò il proprio dissenso. Lo stesso fece Camilla Ravera. Entrambi pagarono quella scelta con l’emarginazione e, di fatto, con l’espulsione dal partito.
È un particolare importante, perché dimostra che una scelta diversa era possibile. La disciplina non era un destino biologico, ma una scelta politica. La maggioranza della dirigenza, tuttavia, seguì senza esitazioni la linea di Mosca. Per quasi due anni la Germania e l’Unione Sovietica mantennero intensi rapporti economici e diplomatici. Materie prime sovietiche attraversavano il confine dirette verso il Reich; macchinari tedeschi percorrevano la strada opposta.
Intanto l’Europa continuava a bruciare, fino a quando non arrivò il 22 giugno 1941 e Hitler non ruppe il patto invadendo l’Unione Sovietica. I generali di Stalin ci misero alcuni giorni per convincerlo di quello che stava succedendo, perché in poche ore era cambiato nuovamente tutto. La guerra “imperialista” era ridiventata di nuovo una guerra antifascista e i comunisti italiani si trasformarono nei protagonisti di una Resistenza che avrebbe scritto alcune delle pagine più significative della storia nazionale.
Questa seconda parte della vicenda è giustamente ricordata, ma la prima molto meno. Eppure, le due non si possono separare: la grandezza del contributo dato dai comunisti italiani alla Liberazione non cancella il problema storico rappresentato dal loro comportamento tra il 1939 e il 1941. Anzi, lo rende ancora più sconcertante: perché uomini capaci di straordinario coraggio personale accettarono, senza quasi alcuna opposizione pubblica, un cambiamento tanto radicale di giudizio, fino al punto di schierarsi a fianco del nazifascismo?
La risposta, probabilmente, sta nella natura stessa del comunismo di allora. Il centro ultimo della legittimazione politica non era il giudizio autonomo dei dirigenti nazionali, era Mosca, e finché Mosca era in guerra con Hitler, Hitler rappresentava il male assoluto; quando Mosca si accordò con Hitler, il giudizio politico cambiò, e quando Hitler attaccò Mosca, cambiò di nuovo.
Questa constatazione non autorizza facili analogie. La sinistra italiana di oggi non è il Partito comunista del 1939. Molti esponenti provenienti da quella tradizione hanno sostenuto con convinzione il diritto dell’Ucraina a difendersi e l’invio di aiuti militari. Non pare tuttavia che dei suoi alti dirigenti nazionali si siano recati a Kiev in segno di supporto morale e politico, e anche per questo può sorgere il fondato sospetto che in una parte della cultura politica italiana persista la tendenza a osservare i conflitti dell’Europa orientale soprattutto dal punto di vista delle esigenze di “sicurezza” della Russia.
In effetti, quando si propone che uno Stato aggredito rinunci a territori o sovranità per ottenere la pace, non riecheggia, almeno in parte, un’antica categoria politica secondo cui la stabilità della grande potenza prevale sul diritto della nazione più debole?
Naturalmente il 2026 non è il 1939. Putin, pur avendo commesso crimini simili, non è Stalin, così come l’Ucraina non è la Finlandia. La storia non si ripete mai nello stesso modo, ma la storia ha una memoria più lunga degli uomini e qualche volta, senza accorgercene, continuiamo a ragionare con categorie nate molti decenni prima. Per questo vale la pena tornare, ogni tanto, davanti a quello scaffale polveroso della biblioteca: non per riscrivere il passato, ma per capire meglio il presente, non per censurare qualcosa, ma per integrare nella narrazione storica circostanze che sono state a lungo omesse o trascurate, fino a fornire un quadro generale distorto e fazioso di quanto avvenuto.
Che questa attitudine a distorcere la storia mediante omissioni sia ancora patrimonio culturale di parte della sinistra italiana pare purtroppo evidente, e le sue ambigue posizioni sul conflitto in Ucraina, sulla fornitura di armi a un paese invaso da un regime criminale, la sua connivenza con chi non si schiera apertamente con la resistenza eroica di quel paese, oltre a essere un insulto ai resistenti autenticamente democratici che combatterono il nazifascismo conferma quanto già avvenuto altre volte in passato: quando c’è la possibilità di decidere con chi schierarsi e le proprie scelte non sono di fatto imposte da altri ‒ come capitò all’URSS nel 1941 ‒ i regimi totalitari tendono a schierarsi con altri regimi totalitari, indipendentemente dal loro colore politico, contro il nemico comune rappresentato dalle democrazie liberali.
(*) Vignetta di Clifford Berryman apparsa nel 1939 sul “The Washington Star”
Aggiornato il 25 agosto 2026 alle ore 15:00
