Il silenzio dei ragionevoli
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C’è un silenzio che dovrebbe preoccuparci più delle urla. È il silenzio di chi continua ad avere domande, ma ha smesso di pronunciarle. Nel dibattito pubblico ci interroghiamo spesso sugli estremismi, sulle parole violente, sulle tifoserie che trasformano ogni fatto in un referendum tra opposti. Raramente, però, ci chiediamo che cosa accada a tutti gli altri. A quelli che non desiderano appartenere a una curva, che non cambiano idea a ogni sondaggio e che continuano a pensare che la complessità non sia una forma di debolezza. Il problema non è soltanto che gli estremi parlano troppo. È che il resto del Paese comincia a convincersi che parlare non serva più.

Ogni discussione sembra chiedere un’appartenenza preventiva. Prima ancora di ascoltare un ragionamento, vogliamo sapere da quale parte sta chi lo pronuncia. Se critica un governo, se difende una sentenza, se partecipa a una manifestazione, se prende posizione su una guerra, sull'immigrazione o sul fine vita. La domanda non è più: “Che cosa stai dicendo?” È diventata: “Con chi stai?” Quando una società sostituisce le idee con le appartenenze, il primo a scomparire non è il dissenso. È il pensiero. Perché pensare significa accettare la possibilità di cambiare idea, riconoscere una ragione anche nell’altro, attraversare il dubbio senza viverlo come un tradimento. Lo schieramento permanente, invece, pretende fedeltà. E la fedeltà, quando diventa assoluta, finisce quasi sempre per chiedere il sacrificio della libertà interiore.

Non credo che il contrario del fanatismo sia la moderazione. Esistono uomini moderati incapaci di ascoltare e persone animate da convinzioni profondissime che continuano a interrogarsi ogni giorno. Il contrario del fanatismo è la disponibilità a lasciarsi ferire da un argomento migliore del proprio. Per questo il silenzio dei ragionevoli non nasce dalla paura del conflitto. Nasce dalla convinzione che ogni parola verrà trasformata in una tessera di riconoscimento. E allora molti rinunciano. Non perché non abbiano nulla da dire, ma perché non vogliono essere ridotti a un’etichetta.

Una democrazia non vive soltanto del diritto di parola. Vive della fiducia che quella parola sarà ascoltata prima di essere classificata. Quando questa fiducia si spegne, non restano soltanto le urla. Resta soprattutto un Paese più povero. Non perché parlino gli estremisti, ma perché tacciono tutti gli altri.

Aggiornato il 06 agosto 2026 alle ore 10:07