La Commissione Cultura della Camera ha approvato questa settimana il testo della nuova legge sul cinema; il passaggio in Aula è atteso per fine mese. Dodici articoli, con l’asse portante nella riforma della governance del settore, accanto a misure più circoscritte ˗ contributi alle sale, tutele dei lavoratori ˗ e a una delega al governo per riordinare l’intera disciplina entro ventiquattro mesi.
La novità principale è la nascita, dal 1° gennaio 2028, dell’Agenzia per il Cinema e l’Audiovisivo, ente pubblico non economico con autonomia organizzativa, patrimoniale, finanziaria e gestionale. Il testo prevede che all’Agenzia passino le funzioni operative oggi in capo al Ministero della Cultura, e in particolare alla Direzione generale Cinema e Audiovisivo, mentre al Ministero restano l’indirizzo politico, la vigilanza strategica e il controllo ispettivo. Il nuovo ente gestisce i fondi pubblici, coordina le politiche nazionali e regionali, promuove l'internazionalizzazione e monitora i dati del settore.
L’idea era stata promossa da Pupi Avati, inserita anche nel disegno di legge del Partito Democratico e ne avevamo parlato positivamente anche noi, in chiusura del saggio che ha aperto il dibattito sul cinema su Lisander.
La ragione è semplice: una struttura autonoma e specialistica può tenere insieme le due anime del comparto, quella industriale e quella culturale, sottraendo le scelte strategiche ai condizionamenti della politica.
La direzione, dunque, è quella giusta. Ma se il senso dell’Agenzia è depoliticizzare e rendere “tecnico” il governo del settore, il modo in cui se ne compongono gli organi diventa decisivo, e su questo punto il testo si ferma a metà strada. Il direttore è nominato con decreto del Presidente della Repubblica su proposta del ministro della Cultura, con garanzie non banali, come l’approvazione a maggioranza qualificata delle commissioni parlamentari del nome proposto. L’iniziativa, però, resta del governo.
Il consiglio di amministrazione conta cinque membri: due designati dal ministro della Cultura, uno dal ministro dell’Economia, uno dalla Conferenza Stato-Regioni e uno dal Forum del cinema e dell’audiovisivo (il nuovo organismo consultivo previsto dalla legge). Anche qui le proposte di nomina sono sottoposte al parere delle commissioni parlamentari, che possono audire i designati e le approvano a maggioranza qualificata; il presidente è poi eletto dal consiglio tra i propri membri.
Si poteva fare uno sforzo maggiore per lasciare allo Stato il ruolo di controllo e vigilanza che gli compete, riducendone il peso nella scelta dei componenti. Ad esempio, prevedere due membri espressione della “filiera”, designati dal Forum, e gli altri tre sorteggiati da una lista proposta dal governo e approvata dai due terzi delle commissioni Cultura di Camera e Senato, con il direttore nominato dal consiglio anziché dal ministro: a un ente cui si riconosce piena autonomia gestionale si può ben riconoscere anche la scelta del proprio vertice operativo.
Una governance realmente autonoma e competente dovrebbe essere il primo tassello per provare a raggiungere i tre obiettivi che realmente contano: attenzione alla qualità culturale, scelte guidate da logiche industriali e di mercato, controllo della spesa.
(*) Direttore editoriale dell’Istituto Bruno Leoni
(**) Tratto da Ibl
Aggiornato il 28 luglio 2026 alle ore 10:40
