L’approvazione alla Camera della Legge elettorale non rimuove gli ostacoli dalla strada di Giorgia Meloni. Il testo, depurato dalle parti che hanno spaccato il centrodestra e addirittura facilitando i pericolosi cespugli centristi, in realtà perde molto della carica innovativa che il premier voleva imprimere alla riforma. Anzi, facilita l’ingovernabilità (appianando appunto il cammino ai partitini) al contrario di quanto invece serve all’Italia. La giornata di oggi, quindi, rischia addirittura di inasprire le tensioni nella maggioranza, non interessandoci in questa sede i problemi dell’opposizione.
A differenza di quanto diceva il ferocissimo dittatore comunista cinese Mao, perlomeno in Italia, quando c’è grande confusione sotto il cielo non è vero che tutto vada bene. Anzi. A poco più di un anno dal previsto voto politico del 2027, esiste il rischio che la prevedibile guerriglia parlamentare possa durare per l’intero arco temporale e paralizzare l’attività di governo proprio al suo culmine. Un pericolo enorme. Anche chi guarda con simpatia a Giorgia Meloni e all’attuale esecutivo, infatti, è ben consapevole che l’agenda vada completata e in qualche caso addirittura aperta e che al voto, nonostante il Campo largo e le sue mancanze, la maggioranza allo stato attuale non potrebbe presentarsi a cuor leggero.
Insomma, comincia la fase più difficile della legislatura e di Giorgia Meloni. Una fase complicata dall’emergere di ‘consiglieri fraudolenti’, ovviamente non nel senso letterale del termine. Si prenda l’editoriale di Paolo Mieli sul Corriere della Sera, nel quale l’ex direttore del quotidiano, dopo aver constatato che si apre una stagione nella quale la stabilità della maggioranza sarà sempre più messa alla prova e dopo avere ammesso che l’opposizione non fa correre rischi a Giorgia Meloni, rileva che i problemi maggiori per lei sono piuttosto frutti della fragilità del centrodestra e dell’emergere del fenomeno Roberto Vannacci le cui prospettive di crescita accentuerebbero le difficoltà di Lega e Forza Italia.
Mieli commette, a mio parere, un grave errore non collegando l’emergere del generale Vannacci e della sua formazione a motivazioni concrete quali il (vero o presunto) mancato rispetto dell’agenda grazie alla quale Giorgia Meloni, il suo partito e la sua coalizione erano andati al governo. Oltre tutto, in specie sul territorio, basta compiere rapide indagini per scoprire quanto alto sia lo scontento prima di tutto nel ‘brodo di coltura’ di Fratelli d’Italia per scelte che hanno favorito persone e personaggi fino alle elezioni del 2022 lontanissimi dal centrodestra. Inutile ricordare i nomi di molti dirigenti di partecipate pubbliche, autorità, organismi, amministrazioni locali e così via. Un andazzo che non smetterebbe. Se dal vertice di Leonardo è stato estromesso il grillino Roberto Cingolani, all’apice di Ferrovie il ministro Matteo Salvini ha voluto Gianpiero Strisciuglio, che viene accreditato di amicizie nel Pd pugliese ed è stato rinviato a giudizio dalla Procura di Ivrea per la strage di Brandizzo del 31 agosto 2023, che costò la vita a cinque operai, quando era Ad di Rete ferroviaria italiana (Rfi).
Senza, appunto, analizzare i motivi della crescita di Futuro Nazionale, Mieli – con un ardito paragone a vicende dei primi anni Cinquanta del secolo scorso – chiede a Giorgia Meloni di rifiutare ogni rapporto con il generale Vannacci pur consapevole che quasi sicuramente tale scelta porterebbe alla vittoria del Campo largo. Insomma, Giorgia Meloni dovrebbe sbattere la porta in faccia a un generale italiano per mandare al governo i compagni di Ilaria Salis. Una strana concezione della democrazia che resuscita l’infausto ‘arco costituzionale’, l’invenzione di un democristiano di sinistra quale Ciriaco De Mita, che contribuì, pur non volontariamente, a istituzionalizzare il terribile slogan “uccidere un fascista non è reato”, al quale si affiancavano − nessuno lo dimentichi – “se vedi un punto nero, spara a vista: o è un prete o è un fascista” e “se vedi un punto nero, spara a vista: o è un carabiniere o un fascista”. Tanto per dire da dove arrivano i rischi veri.
Più che il generale Vannacci, che pure di grattacapi a Giorgia Meloni ne sta creando e ne creerà, i problemi per il presidente del Consiglio arrivano da evidenti fratture nei partiti suoi alleati. Da un lato ormai le divergenze in Forza Italia riguardano anche la famiglia Berlusconi con Marina e Pier Silvio dagli atteggiamenti opposti nei confronti del generale Vannacci e con tutti gli organismi dirigenziali e parlamentari spaccati verticalmente. Se il progetto di Marina Berlusconi è quello di tentare di trasformare Forza Italia in improbabile calamita di centristi vari e svariati, basta ricordare i fallimenti sul territorio (da Salerno a Viterbo) di piani analoghi per capire dove tira il vento. Quanto alla Lega il ritorno alla ‘padanità’ non può che corrispondere a un ritorno alla Lega pre-Salvini, vale a dire a un movimento localistico con alcuni buoni amministratori in grado di arrivare al 5/7 per cento, a essere ottimisti, su scala nazionale. Peraltro, finita la prima generazione leghista, il richiamo alla Massimo D’Alema alla costola separata della sinistra non avrebbe motivo di essere.
Insomma, molti dei rischi che corre Giorgia Meloni sono causati prima di tutto dai partiti suoi principali alleati. Ma anche a casa del generale Vannacci (la situazione calabrese è sotto gli occhi di tutti) la tumultuosa crescita sta cominciando a porre problemi di tenuta. Purtroppo per Giorgia Meloni, però, la frammentazione non è un problema solo in casa altrui. A quanto risulta a chi scrive, dalle stanze del massimo potere romano alla periferia, non mancano frizioni e frazioni in FdI, tendenze che spingono a scelte minimalistiche che non permettono in grandi e medie città di indicare ‘cavalli vincenti’. E che potrebbero rendere altrettanto difficili candidature vincenti tra un anno o poco più.
Aggiornato il 17 luglio 2026 alle ore 10:09
