Un problema di democrazia economica. O, più precisamente, di democrazia tout court. Che accomuna Governi e maggioranze dalle tinte variegate. Al di là dei proclami e del desiderio di cambiamento espresso dagli elettori ma non corrisposto dagli eletti. Come sta capitando anche con l’Esecutivo guidato da Giorgia Meloni e con la sua maggioranza di centrodestra, ammesso che queste classificazioni ottocentesche ancora abbiano un senso. A rappresentare tale problema la gestione delle assemblee societarie, ancora una volta limitata (per il sesto anno consecutivo) e costretta praticamente a porte chiuse. In quanto l’istituto del rappresentante designato in via esclusiva, nato come soluzione di emergenza ai tempi della pandemia, si è trasformato in un modello, addirittura quasi in una regola, nella riacquistata normalità. Un modo, in apparenza, per rendere più snella l’assemblea ma nella sostanza per zittire le minoranze. Una pratica che, in tempi di vacche grasse e di dividenti sostanziosi, può anche andare bene per tutti (purché alle vacche grasse appartenga la società in cui si è investito) ma se solo ci fosse una minima inversione di tendenza potrebbe far scaturire scintille.
Questo andazzo magari può andare bene agli investitori istituzionali, che possono interloquire con i padroni del vapore quando vogliono, ma mozza letteralmente la lingua ai piccoli azionisti e alle loro esigenze. Certo, in teoria costoro possono porre domande prima dell’assemblea e votare tramite il rappresentante designato ma nella sostanza sono allontanati ed emarginati dal cuore pulsante dell’attività societaria con la scusa della tutela dell’ordine assembleare. Anche Iosif Stalin manteneva l’ordine in Unione Sovietica: il problema è capire che cosa s’intende per ordine e che cosa si sacrifica sull’altare di questo presunto ordine. Considerato, peraltro, che non risulta una diffusa pratica di coinvolgimento dei piccoli azionisti nella vita sociale delle quotate durante l’anno. A guadagnare da questa limitazione sono di sicuro i pochi eletti alla guida delle società e la loro corte di consulenti liquidati con fior di quattrini, magari per accrescere il consenso e oscurare il dissenso.
Ne abbiamo viste tante, peraltro, di società presentate come esempi di buona amministrazione, grazie a frettolosi maquillage e a messe cantate intonate da osservatori apparentemente distaccati e concretamente prezzolati, e poi crollate come castelli di carta per credere ancora alle favole. Esiste anche un problema di incanalamento del risparmio allo scopo di favorire le attività produttive in Italia. Pare complicato incentivare i piccoli risparmiatori a investire in società quotate mentre si riducono le loro possibilità di incidere nei lavori assembleari, anche presentando proposte e controproposte. Meglio tenere parcheggiati i capitali che affidarli ai gruppi di (attuale) controllo e ai loro sodali liberi da ogni inciampo. Con la convinzione che l’unico momento di espressione della propria opinione nella vita del soggetto a cui si sono affidati i propri risparmi è stato annullato per non disturbare i manovratori.
Aggiornato il 26 maggio 2026 alle ore 11:04
