Alle elezioni: politiche, regionali e comunali è fondamentale vincere non partecipare. Il giorno dopo lo scrutinio dei voti quello che conta è il risultato. Non rileva come si è raggiunto l’obbiettivo della vittoria. La lealtà come il tradimento in politica, l’esperienza insegna, è un valore assolutamente relativo. Non ricordo chi ebbe ad affermare che “il politico dice sempre la verità, ma vale solo nel momento in cui la dice”. Considerare come “traditore” Roberto Vannacci perché in una intervista, disse che non avrebbe fatto un suo partito “perché avrebbe spaccato il centrodestra” era una affermazione fine a se stessa. Forse in quel momento stava dicendo la verità. Le situazioni politiche si evolvono rapidamente e sulla coerenza prevale l’ambizione politica personale e la sete di potere che è insita nel homo politicus. Ne fece le spese ripetutamente Silvio Berlusconi che da imprenditore prestato alla politica, aveva confuso la lealtà e la correttezza del mondo imprenditoriale con la riconoscenza in politica. Quando si dovranno fare gli accordi e il programma per le elezioni politiche del 2027, il pragmatismo prevarrà sulle cosiddette questioni di principio o i cosiddetti valori non negoziabili. In politica tutto è negoziabile e i compromessi sono l’essenza stessa della politica.
I numeri sono determinanti per la nascita di una maggioranza parlamentare e di governo e quindi, ne sono certo, si troverà “la quadra”. L’anomalia democratica, tutta italiana, della formazione di “governi del presidente” non può e non deve più ritornare. Gli esecutivi ispirati dal capo di Stato sono: governi tecnici a parole ma politici nella sostanza. Il paradosso è che non rispondono al “popolo sovrano”. Le ragioni addotte da Oscar Luigi Scalfaro, Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella sono sempre le stesse: c’è sempre una emergenza in essere che consiglia di differire lo scioglimento della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica per andare alle urne. E pertanto, si deve formare un governo a prescindere dalla volontà degli elettori. “La sovranità appartiene al popolo, he la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Le forme e i limiti, della sovranità popolare, li decide il monarca di fatto che siede al Quirinale. In Italia il presidente del Consiglio dei ministri è nominato dal capo dello Stato e può essere scelto anche tra persone che non hanno mai ricevuto un mandato popolare. Nel Regno Unito per diventare Primo ministro dev’essere un parlamentare eletto. Andy Burnham, sindaco di Manchester, docet. Infatti, il primo ministro in pectore della Gran Bretagna, prima di ambire alla premiership a Londra si è fatto eleggere nelle recenti suppletive. La leva che è sempre stata utilizzata dai capi di Stato, che si sono succeduti a partire dalla cosiddetta seconda Repubblica, per non sciogliere anticipatamente le Camere, sui membri del Parlamento italiano è: la ricca indennità parlamentare, i privilegi dello scranno e soprattutto il vitalizio parlamentare (oggi pensione) che scatta solo quando si è maturato almeno 4 anni, 6 mesi e un giorno da parlamentare.
Quanti “peones” che hanno vinto la lotteria con l’elezione in Parlamento sono disposti per lealtà al partito a rinunciare alla sostanziosa diaria e ai privilegi di essere parlamentari? Per raggiungere l’agognato obbiettivo di complementare la legislatura o quanto meno maturare il diritto alla pensione parlamentare sono disposti a dare la fiducia a qualsiasi governo. Sprecare la possibilità concreta di ottenere dagli elettori un secondo mandato al centrodestra e finalmente eleggere un presidente della Repubblica di area, per questioni di principio, è un azzardo che l’attuale alleanza di governo non si deve permettere.
Aggiornato il 24 giugno 2026 alle ore 10:37
