Sarà un annus horribilis per la stagione balneare 2026 per Ostia. Gli storici stabilimenti balneari del litorale romano, che sono stati memorabili location di tanti film commedia degli anni Sessanta e Settanta, in larga parte resteranno chiusi e abbandonati al degrado e alla sporcizia. Le ragioni delle chiusure sono riconducibili alla revoca delle concessioni turistico-balneari o alla ritardata assegnazione di nuove concessioni. L’imperativo dell’Amministrazione comunale capitolina è quella di smantellare le strutture esistenti, comprese le cabine, per abusi edilizi che sono esistenti da decenni. Prima si devono abbattere le strutture, funzionali ai servizi ai bagnanti, e dopo si potranno ritirare per chi ne ha diritto le concessioni. È di tutta evidenza che per smantellare, rimuovere quanto abbattuto, portare in discarica e predisporre un minimo di servizi per i clienti, sulla base delle direttive del concessionario, rende impossibile per gli operatori del settore fare in tempo per rendere fruibile le strutture balneari per inizio della stagione estiva 2026. Molte famiglie non sanno dove andare perché non ci sono disponibilità nei pochi stabilimenti ancora funzionanti.
Sono contenti i soliti vetero-ambientalisti che hanno in odio sociale i titolari delle concessioni e le stesse persone che per loro scelta preferiscono le strutture attrezzate piuttosto che le spiagge libere prive di servizi, abbandonate a sé stesse e all’incuria. Abbiamo più volte scritto, sulle pagine di questo quotidiano, del danno subito dal settore turistico balneare italiano a causa di una errata interpretazione della direttiva 2006/23/Ce meglio nota come la Bolkestein. La direttiva Ue in questione prese il nome dal ex commissario europeo per il mercato e la concorrenza. L’economista e politico Fritz Bolkestein, il 18 aprile 2028, in un convegno tenutosi alla Camera dei deputati ebbe a dichiarare “per quanto mi riguarda le concessioni balneari non sono servizi ma beni, e quindi la direttiva sulla libera circolazione dei servizi non va applicata alle concessioni delle spiagge”. Da economista non avrebbe potuto dire altrimenti in quanto le concessioni sono “immobilizzazioni immateriali” funzionali allo svolgimento di una determinata attività. In sostanza è come un brevetto o un marchio di fabbrica. L’impresa titolare di un brevetto o di un brand è come tutte le altre imprese esposta alla concorrenza di altre aziende che producono beni e servizi simili! Il settore turistico balneare era considerato una eccellenza italiana nel quale operano oltre 30mila imprese prevalentemente a conduzione familiare. Torniamo a scrivere sull’argomento in quanto mi ha colpito un recente servizio del Tg5 sulla disastrosa situazione degli stabilimenti balneari del litorale romano.
Nelle riprese televisive sono state evidenziate lo stato di sporcizia, di degrado e distruzione anche per eventi climatici delle strutture turistico balneari che erano il fiore all’occhiello del mare di Roma. Realtà economiche che producevano imposte, tasse e contributi per lo Stato e per il demanio marittimo grazie al pagamento delle concessioni. Producevano posti di lavoro, per la stagione estiva, soprattutto per i giovani ed erano fonte di guadagno per le imprese dell’indotto. Gli utenti potevano scegliere se utilizzare le spiagge libere o pagare un corrispettivo per godere di un luogo pulito e sicuro dove passare le giornate al mare. Oggi, su 61 stabilimenti balneari, riapriranno i battenti forse appena un terzo e in alcuni casi solo parzialmente. La furia contro i “privilegiati” concessionari è iniziata con la sindacazione della grillina Virginia Raggi e si è completata con l’attuale sindaco di Roma Roberto Gualtieri. Il paradosso è che i nuovi bandi per le concessioni balneari sono così stringenti che è palesemente antieconomico partecipare alle gare. Hanno vinto i fautori delle spiagge libere che saranno abbandonate all’incuria e al degrado!
Aggiornato il 14 maggio 2026 alle ore 11:03
