La violenza come “modus vivendi”

Il telegiornale ha appena finito di riprodurre le immagini della guerriglia torinese e, nello stadio a poche centinaia di metri da casa mia, sento e vedo gente scalmanata che urla, insulta e minaccia. La polizia è in forze attorno allo stadio e le sirene suonano sia prima sia, soprattutto, dopo, quando non raramente scoppiano tafferugli e aggressioni. Sommiamo tutto questo alla delinquenza, violenta, delle gang, siano esse adulte o baby, e alle aggressioni quotidiane lungo le strade urbane a cura di personaggi di varia origine etnica, e avremo un bel quadro della situazione italiana di oggi. Il filosofo e antropologo René Girard sosteneva che la violenza fa parte di noi nel senso che essa nasce dal desiderio di possedere e, aggiungo io, di essere ciò che hanno o sono gli altri. Girard si dilunga poi sul ruolo della violenza nelle società primitive e in quelle storiche, sottolineando che molte sono accomunate dalla indicazione del “capro espiatorio”, ossia di chi viene proposto alla popolazione come colpevole. In fondo si tratta di un non sequitur logico e sociologico perché, fra quello che egli chiama desiderio mimetico e il ricorso alla violenza non sussiste un rapporto di causa ed effetto necessario, ma il suo argomento principale è sicuramente importante.

Il giovane violento, il ladro che non esita ad aggredire o il cosiddetto antagonista che vorrebbe sfasciare tutto – fra cui le cose simbolo del benessere o del successo altrui, come automobili, banche e negozi – e non esita ad assalire i poliziotti, hanno in comune una profonda frustrazione dovuta alla loro incapacità di procurarsi le cose, a cominciare dal danaro per finire con il successo, come invece molti altri mostrano di saper fare nel rispetto delle regole e delle leggi. Si tratta di una frustrazione che, di per sé, non ha nulla di patologico perché implica, semplicemente, il riconoscimento della propria situazione che, tuttavia, viene vista come statica e non passibile di modifica immediata. Così, invece che partire da questa presa d’atto e darsi da fare, troppi individui pensano bene di poter accedere a una via più breve, cioè la delinquenza. Una buona parte di loro, tuttavia, si intruppa in vere e proprie squadre, gruppi solidali persuasi di essere l’emblema sociologico della cosiddetta “esclusione”, cioè della intenzionale politica di emarginazione che, secondo loro, le società liberali, per loro dominate dal bieco capitalismo, attuano per punire chi non si integra.

In realtà, in queste società, la dissidenza e l’antagonismo non sono proibite e ciò basta per consentire ai gruppi violenti di agire, entro certi limiti, a modo loro. Sicuri che se, nello scontro con le forze dell’ordine, accadesse loro qualcosa di grave, una non trascurabile parte dell’opinione pubblica e della politica di sinistra troverebbe sì il modo di condannare la loro violenza ma, insieme, quella dei poliziotti e magari del “sistema”.

In questi giorni, infatti, la condanna da parte di partiti e uomini politici di sinistra è invariabilmente accompagnata da “però”, “tuttavia”, “sì ma”, tesi a indicare, fra l’altro, più o meno condivisibili lacune da parte del Governo il quale, da parte sua, sottolinea invece, correttamente, la natura criminale della violenza e dunque la necessità di perseguirla senza compromessi. Ad ogni modo, si insiste da più parti sulla “prevenzione”, ma senza indicare quali vie percorrere. A nessuno viene in mente che una non piccola parte della società italiana di queste ultime generazioni offre un triste spettacolo dovuto al fatto che il “desiderio mimetico” di Girard non viene capito dagli agenti dell’educazione, famiglia e scuola in primis, e ricondotto all’idea centrale della rilevanza dell’etica individuale all’interno della società. Una rilevanza che, nell’etica borghese, ha ricevuto da secoli un inquadramento ben preciso, genera il controllo delle pulsioni e delle rivendicazioni personali e stabilisce limiti razionali all’idea stessa dell’essere e dell’avere.

Ma chi, oggi, in una cultura nella quale il protagonismo individuale professato in termini arbitrari, l’uguaglianza dei punti di arrivo e non di partenza, sono proposti come diritti e non come traguardi, può farsi portatore di principi e valori del genere di cui sopra? Certamente non chi, da sempre, proclama la necessità di un “socialismo” che garantisca paradisiache parità e gratificanti condizioni esistenziali pur sapendo perfettamente che la loro diversità è inevitabile e, se distribuita in misure ragionevoli, persino preziosa.

Aggiornato il 02 febbraio 2026 alle ore 10:13