Niscemi uccisa dal Muos e dalla politica franosa

Niscemi è un nome che ritorna ciclicamente nella memoria collettiva italiana come una ferita mai rimarginata. Un piccolo comune della provincia di Caltanissetta che negli anni è diventato simbolo di una Sicilia sacrificata sull’altare di interessi estranei al territorio, simbolo della sistematica violazione delle regole ambientali e di un modello di gestione politica fondato sull’emergenza permanente.

Tutto iniziò nel lontano 1790, allorché ci fu la prima frana storicamente attestata, che rappresentò un evento di grandi dimensioni, durato diversi giorni e descritto in una relazione tecnica dell’epoca, ma che, per fortuna, non causò vittime e tuttavia modificò in modo significativo la morfologia del territorio.

Invero, bisognerà aspettare fino al 2 ottobre del 1997 per assistere alla prima grande frana dell’epoca contemporanea, con circa mille persone evacuate e interi quartieri colpiti, in particolare l’area di Sante Croci. Pertanto, emerse già allora la consapevolezza che il paese fosse costruito su un terreno geologicamente instabile e nonostante il fatto che la politica avesse promesso degli interventi strutturali (drenaggi, sistemi fognari, delocalizzazioni), non fu mai realizzato nulla di tutto ciò, dimostrando tutta la sua negligente, se non dolosa, “friabilità” operativa.

In seguito, dulcis in fundo (poco più di un decennio fa), Niscemi balzò agli onori delle cronache nazionali e internazionali per la costruzione del Muos, ossia la stazione radar satellitare della Marina militare statunitense e di conseguenza il clamore fu enorme. Il Muos fu subito definito un mostro non solo perché si trattava di una delle più sofisticate e potenti installazioni militari del pianeta, ma perché essa veniva realizzata all’interno della Riserva naturale orientata della Sughereta di Niscemi, ossia un’area protetta di straordinario valore ambientale, botanico e faunistico.

Un paradosso giuridico e politico che ancora oggi grida vendetta, una riserva naturale trasformata in avamposto militare, con l’avallo delle istituzioni e contro il parere di comitati scientifici, associazioni ambientaliste e di una parte consistente della popolazione locale.
Il Muos è stato fin dall’inizio un simbolo di sopraffazione, con procedure autorizzative forzate, valutazioni di impatto ambientale contestate, proteste represse, ricorsi amministrativi superati più per ragioni geopolitiche che giuridiche.

Un’opera calata dall’alto, giustificata in nome di una presunta “sicurezza internazionale”, mentre la sicurezza dei cittadini e dell’ambiente veniva relegata a variabile secondaria, con grave e ignobile violazione del diritto alla salute, quell’unico principio che oltre a essere fondamentale è considerato dalla Costituzione inviolabile (contro qualsiasi ipotetica giustificazione di violazione dello stesso).

Proprio all’articolo 32 della Costituzione italiana si tutela la salute sancendo che: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività…”. Esso costituisce la norma cardine del diritto alla salute, inteso sia come diritto individuale sia come interesse pubblico ed è frequentemente utilizzata anche in materia ambientale, quando l’inquinamento o il degrado incidono sulla salute umana. Inoltre, a seguito della recentissima riforma costituzionale del 2022, proprio all’articolo 9 Costituzione italiana si tutela l’ambiente stabilendo che: “La Repubblica tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni…”.

Il suddetto dettame normativo rappresenta il fondamento costituzionale espresso della tutela dell’ambiente, con una chiara proiezione intergenerazionale. Invero, proprio all’articolo 41 si arriva perfino a limitare l’iniziativa economica privata pur di tutelare sia la salute che l’ambiente, affermando che: “…non può svolgersi in modo da recare danno alla salute, all’ambiente…”. 

Quindi, tornando ai fatti in oggetto, da allora, Niscemi ha imparato sulla propria pelle cosa significhi vivere in un territorio considerato sacrificabile, una terra di frontiera dove le regole possono essere sospese. Perciò, prima il Muos e oggi una frana devastante che ha isolato l’intero paese, ovvero due eventi apparentemente distinti, ma in realtà legati da un filo rosso fatto di incuria, omissioni e responsabilità mai davvero accertate. Pertanto, a distanza di anni, Niscemi torna sulle cronache per un evento che ha poco di naturale e molto di annunciato, siamo di fronte a una frana imponente, definita da molti come un disastro ambientale senza precedenti, che ha di fatto isolato il paese, compromettendo collegamenti, infrastrutture e sicurezza dei cittadini.

La cronaca quotidiana diventa sconcertante, strade interrotte, abitazioni minacciate, paura diffusa, insomma, ancora una volta, l’emergenza diventa il racconto dominante, mentre le cause profonde vengono relegate sullo sfondo, trattate come fatalità o come effetti inevitabili del dissesto idrogeologico.
Tuttavia, parlare di fatalità è una mistificazione, perché la Sicilia è una delle regioni italiane più esposte al rischio idrogeologico e questo dato è noto da decenni ed è noto soprattutto ai politici, o per meglio dire ai politicanti bipartisan, che, ahimè, rappresentano la desolante classe dirigente incapace di amministrare l’oramai fu Bel Paese.

Le relazioni tecniche, i piani di assetto idrogeologico, gli studi universitari e le denunce delle associazioni locali lo ripetono da anni: interi territori sono fragili, soggetti a frane, smottamenti, erosioni.

A Niscemi, come in molte altre realtà siciliane, questa fragilità è stata aggravata da una gestione dissennata del territorio, da abusivismo edilizio tollerato, da mancata manutenzione, da opere infrastrutturali realizzate senza una visione complessiva e da una cronica assenza di prevenzione. La frana che oggi isola Niscemi non è il frutto di un evento eccezionale e imprevedibile, ma l’esito di un lungo processo di abbandono. I versanti instabili, le strade realizzate senza adeguati drenaggi, il disboscamento, l’assenza di interventi strutturali di consolidamento sono responsabilità che si accumulano nel tempo.

Invero, le responsabilità politiche e amministrative, che attraversano decenni di governi regionali e locali, di finanziamenti annunciati e mai spesi, di fondi europei persi o utilizzati in modo inefficiente, sono la vera realtà dei fatti, rappresentanti l’effettiva causa di ciò che sta accadendo.
In questo contesto, la parola “sciacallaggio politico” non appare affatto eccessiva, in quanto ogni emergenza diventa occasione per le passerelle dei politicanti “in cerca d’autore” o per meglio dire di visibilità, con attoriali dichiarazioni indignate e vacue promesse di interventi straordinari, ma questa cosiddetta emergenza è la vera conseguenza diretta di scelte politiche ordinarie, o meglio, di non scelte.

La Sicilia e Niscemi con essa, è vittima da almeno ottant’anni di un modello di governo regionale (con la complicità di quello nazionale) che preferisce rincorrere il consenso immediato piuttosto che investire nella pianificazione, nella tutela del territorio, nella prevenzione dei rischi.
Il parallelismo tra il Muos e la frana non è solo simbolico, in entrambi i casi, il territorio viene piegato a interessi esterni o a logiche emergenziali, senza un reale coinvolgimento della comunità e senza una valutazione seria delle conseguenze a lungo termine.

Nel primo caso, siamo di fronte alla militarizzazione di una riserva naturale e nel secondo, davanti al collasso di un sistema territoriale lasciato marcire fino al punto di rottura. Oggi, i niscemesi non chiedono solo interventi urgenti per ripristinare i collegamenti e mettere in sicurezza le aree colpite, ma chiedono verità, trasparenza e un cambio radicale del paradigma valoriale della politica.

In sostanza, chiedono che si smetta di considerare la Sicilia come una terra di conquista o come un problema da gestire a colpi di emergenze, perché la frana che ha isolato il paese è anche una frana morale e politica, che mette a nudo decenni di incuria e di responsabilità eluse.

Al postutto, perseverare ancora in questa condotta così dolosamente irresponsabile e ignobile, significherebbe condannare Niscemi e con essa molte altre comunità siciliane, a rivivere all’infinito lo stesso orripilante e vergognoso copione di distruzione, grazie a una classe politica franosa, priva di visione e incapace di fronteggiare le sfide presenti e future.

Aggiornato il 02 febbraio 2026 alle ore 11:28