Buttafuoco e l’egemonia culturale dell’intellighenzia illiberale

Ahimè, esiste un paradosso tutto italiano che merita di essere raccontato senza indulgenze, come quello riguardante il fatto che, in un’epoca definita priva di punti di riferimento, alcuni fari restano accesi, non per illuminare la strada, ma per indicare esattamente la direzione opposta da imboccare.

Nello specifico, si tratta del caso di certa stampa militante, che ha smesso da tempo di analizzare la realtà per limitarsi a giudicarla secondo schemi ideologici rigidi, prevedibili e per questo sempre meno credibili. La vicenda che ruota attorno alla Biennale di Venezia e alla figura del suo presidente, Pietrangelo Buttafuoco, ne è l’ennesima dimostrazione. Dal 26 ottobre 2023, Buttafuoco guida una delle istituzioni culturali più prestigiose al mondo, la sua nomina, di origine ministeriale, non è mai stata digerita da una parte dell’intellighenzia che continua a considerare la cultura come un territorio di proprietà esclusiva.

Perciò, non stupisce che ogni sua decisione venga passata al setaccio, deformata e infine trasformata in pretesto per una polemica che ha poco a che fare con l’arte e molto con la politica.

L’ultimo episodio è quello relativo alla scelta di includere nuovamente la Russia tra le partecipazioni nazionali alla Biennale Arte, decisione che ha scatenato reazioni scomposte e in molti casi decisamente pretestuose.

Il racconto mediatico di questa vicenda si distingue per un tratto ormai tipico con la riduzione della complessità a slogan. Secondo questa narrazione, Buttafuoco avrebbe compiuto un atto quasi eversivo, contraddicendo non solo le aspettative della Commissione europea e del Parlamento europeo, ma addirittura lo stesso governo italiano che lo ha nominato.

Il sottotesto è chiaro e inquietante, ossia che un intellettuale non dovrebbe esercitare autonomia di giudizio, ma adeguarsi disciplinatamente alle direttive della politica. Un principio che, se applicato davvero, trasformerebbe la cultura in un’appendice del potere, svuotandola di ogni funzione critica.

Inoltre, per rafforzare l’impianto accusatorio viene citato un episodio che meriterebbe ben altro approfondimento, ovvero le dimissioni della giuria internazionale della Biennale, composta da cinque figure di primo piano nel panorama artistico globale.

La presidentessa Solange Farkas, insieme a Zoe Butt, Elvira Dyangani Ose, Marta Kuzma e Giovanna Zapperi, hanno scelto di lasciare l’incarico in segno di protesta contro la decisione di riammettere non solo la Russia, ma anche Israele.

La motivazione addotta è di natura politica e giuridica, perché si tratterebbe di Paesi i cui leader sono accusati di crimini contro l’umanità dalla Corte penale internazionale.

Pertanto, è proprio qui che il racconto mediatico mostra tutta la sua grottesca parzialità, mentre il riferimento a Israele compare appena, quasi di sfuggita, come se fosse un dettaglio secondario, l’intera costruzione polemica si concentra sulla Russia.

Una selettività che non può essere casuale e che solleva interrogativi sulla coerenza di chi pretende di ergersi a giudice morale. Allora, se il principio è quello di escludere gli Stati coinvolti in controversie internazionali o accusati di violazioni dei diritti umani, lo stesso dovrebbe essere applicato in modo uniforme, perché in caso contrario, si tratterebbe di una scelta politica travestita da etica.

Di fronte a questo scenario, la posizione di Buttafuoco appare non solo legittima, ma persino necessaria, non si tratta di condividere il suo percorso personale o le sue idee ma di riconoscere un principio fondamentale: l’autonomia della cultura. Arte, letteratura, sport non possono essere ridotti a meri strumenti di pressione geopolitica, in quanto gli artisti non sono ambasciatori dei governi, né tantomeno responsabili delle decisioni dei leader politici.

Negli ultimi anni, abbiamo assistito a un’escalation di episodi in cui questa distinzione elementare è stata sistematicamente ignorata. Ballerini, musicisti, atleti sono stati messi sotto accusa per la loro nazionalità o per opinioni espresse, trasformati in bersagli di campagne mediatiche che nulla hanno a che vedere con il merito artistico o sportivo. Questa rappresenta una deriva pericolosa, che rischia di instaurare un clima di censura diffusa, in cui la libertà di espressione viene subordinata alla conformità ideologica.

La Biennale di Venezia, per la sua storia e il suo prestigio, dovrebbe rappresentare esattamente il contrario, ossia un luogo di incontro, di confronto, di apertura. Quindi, escludere intere nazioni significa impoverire il dialogo culturale e tradire la vocazione universale dell’arte, significa, in ultima analisi, accettare che la logica del conflitto invada anche gli spazi che dovrebbero esserne immuni. Dunque, la scelta di Buttafuoco non è un atto di provocazione, ma un tentativo di riportare la cultura alla sua funzione originaria, come quella di creare ponti, non muri.

Le critiche che gli vengono rivolte, spesso accompagnate da ironie superficiali e attacchi personali, rivelano più l’imbarazzo di chi le formula che reali criticità della decisione, perché è sempre più difficile sostenere una posizione che appare, nei fatti, contraddittoria e selettiva. In un contesto in cui il dibattito pubblico è sempre più polarizzato, servirebbe un supplemento di onestà intellettuale. 

In sostanza, riconoscere che la cultura non può essere ostaggio della politica non significa essere indifferenti alle tragedie del mondo, ma al contrario preservare uno degli ultimi spazi in cui è ancora possibile un confronto autentico. Invece, continuare a trasformare ogni scelta culturale in un caso politico significa contribuire a creare quel clima di confusione e di ingiustizia che si finge di denunciare.

Forse il vero scandalo, in tutta questa vicenda, non è la decisione di includere o escludere un Paese, ma l’incapacità di accettare che qualcuno possa sottrarsi alla logica dell’allineamento all’egemonia culturale.

Al postutto, è proprio questa incapacità che rende sempre più evidente quanto sia necessario, oggi più che mai, difendere l’autonomia della cultura da ogni forma di strumentalizzazione conformistica.

Aggiornato il 05 maggio 2026 alle ore 16:29