Celebrare negli spiriti e nelle anime il 24 maggio 1915

Lo Stato italiano ha creduto di espungere dalle feste nazionali l’entrata del Regno d’Italia nella Grande guerra, Prima guerra mondiale, per noi Quarta guerra d’Indipendenza con la quale la Nazione, finalmente libera, raggiunse i suoi confini naturali. I motivi che spingono le istituzioni nazionali a quel silenzio sono chiari: ai suoi confini triveneti non sventola più una bandiera giallonera con l’aquila bicipide con, negli artigli, i simboli di un millenario potere imperiale, preteso sacro e romano, ma un vessillo a bande rosso e bianco, con caricata sopra un’aquila con una testa sola e che tiene nelle zampe una falce ed un martello, simboli di lavori agresti ed industri. Tutt’e due le nazioni fanno parte, oggi, del Consiglio d’Europa, dell’Unione europea, dell’Alleanza Atlantica e delle Nazioni Unite, con le loro agenzie. Eppure chi scrive, residente in una città veneta oltre il Piave mormorante, che, tra Caporetto e Vittorio Veneto, rivisse in invasione barbarica, ha sentito il bisogno morale di esporre la bandiera italiana, nella foggia d’allora, per non superficiali ragioni della mente e del cuore. Quel conflitto fu scontro tra masse di popolo. Nelle nostre famiglie tutti hanno avi che ne furono reduci o caduti. L’Impero austroungarico si sgretolò nei popoli che lo componevano. L’Impero russo sprofondò nella rivoluzione bolscevica, che minacciò di farsi mondiale.

Essa indusse, comunque, molte società arretrate, perché sotto diversi aspetti preborghesi, ad involvere in sistemi totalitari. Comunque le masse, ove chiamate al fronte in quel conflitto, travolsero le libertà individuali, garantite negli Stati liberali. Il che gettò le basi per la ripresa di un conflitto mondiale. Dopo il ritorno di fiamma, si ebbe un’espansione delle democrazie, governi di popolo per il popolo, ma non sempre rispettosi degli individui. Qualche volta, ed in diversa misura, per gli esseri umani, molto meno per gli altri regni della natura. Anche in Italia. Adesso le genti fibrillano di nuovo. Non si citano i conflitti in corso, tutti li conosciamo. Molti ritengono le democrazie in crisi. La diffusione delle tecnologie informatiche, con la diffusione di mezzi di comunicazione non solo del proprio pensiero ma anche delle emotività, individuali e collettive, mette a rischio le società aperte. Vi è sempre più bisogno che centri di cultura sapienziale bilancino le emotività diffuse, ma non possono vivere per il diffondersi del complottismo. Si vedono trame dappertutto, col trionfo della peggiore demagogia. E le demagogie preparano sempre la fine delle democrazie, mascherandosi da tali. Vedi gli attacchi alla massoneria, quelli di oggi, che replicano quelli, tra il 1915 ed il 1918, di Ceccobeppe e di Karl il crucco.

Aggiornato il 25 maggio 2026 alle ore 11:20