Il peso di una divisa: quando l’indignazione diventa selettiva

C’è un’immagine che arriva da Torino e che dovrebbe togliere il sonno a chiunque creda ancora nella democrazia. Non è un manifesto politico, non è uno slogan: è un uomo a terra. Si chiama Alessandro Calista, è un poliziotto, e in quel momento la sua unica colpa è stata quella di restare isolato. Attorno a lui, il caos. Sopra di lui, la violenza cieca di chi ha trasformato il dissenso in pestaggio. Ma c’è qualcosa di ancora più doloroso dei calci e dei pugni: è il silenzio a geometria variabile che ne è seguito.

IL GIOCO SPORCO DEL “SI, PERÒ...”

Se la vittima non appartiene alla categoria “giusta”, l’indignazione si ferma, prende tempo, diventa prudente. Inizia quel gioco sporco del “sì, però...”, quel tentativo meschino di cercare una cornice ideologica che possa, in qualche modo, rendere digeribile l’orrore. Parliamoci chiaro: se a terra, sotto quegli stessi stivali, ci fosse stato un manifestante, oggi avremmo le piazze digitali in fiamme e i titoli a caratteri cubitali sulla “deriva autoritaria”. Invece, poiché la vittima indossa una divisa, scatta la modalità più comoda: minimizzare. Si parla di “tensioni”, si “contestualizza”. Come se un aggettivo elegante potesse ripulire il sangue sull'asfalto o giustificare le martellate.

UN UOMO SOTTO LA DIVISA

La verità è scomoda: per una parte del Paese, un poliziotto è “meno vittima”. Quasi che quel tessuto blu scuro cancellasse l’umanità, le ossa che si rompono, la paura di non tornare a casa. In quella foto drammatica, oltre alla ferocia, vediamo però un barlume di speranza: un collega che fa scudo col proprio corpo per proteggere Alessandro. È l’immagine della fratellanza contro la bestialità.

Dall’ospedale, Alessandro ha detto: “Ho fatto solo il mio dovere”. Una frase semplice che pesa come un macigno e che ci pone una domanda inevitabile: e noi, il nostro dovere di cittadini, lo stiamo facendo? La violenza non può mai essere un’opinione. Quando accettiamo che esistano vittime di serie A e vittime di serie B, stiamo barattando la nostra civiltà con l’appartenenza a una curva ultras della politica.

IL RUOLO DI UN’INFORMAZIONE AUTOREVOLE E LIBERA

Cosa deve fare, allora, un’informazione che voglia definirsi tale? Chiamare le cose con il loro nome: un pestaggio è un pestaggio. Non esistono “contatti pesanti” o “incidenti di percorso” quando si colpisce un uomo a terra.
La credibilità di un giornale, di un giornalista o di un intellettuale si misura sulla capacità di condannare la violenza sempre, specialmente quando a colpire sono “quelli che ci piacciono”. Un’informazione libera deve capire che lo Stato sotto attacco non è un problema di una parte politica. È un attacco alle fondamenta della convivenza civile.

UN ATTACCO A TUTTI NOI

Quando un servitore dello Stato viene linciato nell’indifferenza o nella giustificazione ideologica, non è solo la polizia a perdere. È la democrazia che indietreggia. Non possiamo permettere che l’odio diventi militanza. Alessandro Calista era lì per noi. Oggi, il minimo che possiamo fare è stare dalla sua parte, senza “se” e senza “ma”. Perché se cade la difesa della legalità, non resterà nessuno a proteggere nemmeno il nostro diritto di indignarci.

Aggiornato il 02 febbraio 2026 alle ore 11:19