E li chiamano progressisti

In sociologia c’è una tecnica, in uso da molti anni, chiamata content analysis, che consiste nel rilevare la frequenza statistica di termini significativi, ai fini di qualche ricerca, in discorsi, scritti o orali, di varia origine, per esempio di un autore, di un giornalista o di un uomo politico. Si tratta di una tecnica che sarebbe del tutto inutile applicare ai discorsi dei nostri politici di sinistra perché solo chi non riesce a stare attento potrebbe non essersi accorto della loro tediosa insistenza nell’uso di alcune terminologie. Tre sono costantemente sulla bocca dei rappresentanti del Partito democratico: “bisogna mettere più risorse” su questo o quello, “dobbiamo prelevare soldi dagli extraprofitti” di banche o assicurazioni e “occorre la patrimoniale”.

È singolare che siano proprio loro, da sinistra, ad accusare frequentemente gli avversari di adottare argomentazioni destinate alla pancia degli elettori mentre essi sarebbero portatori di saggezza e capacità di raffinate analisi. Tuttavia, non pare dimostrazione di grande capacità intellettuale invocare “maggiori risorse” per la sanità o la scuola, i salari o le pensioni. Basterebbe frequentare un bar qualsiasi per scoprire una simile banalità. Semmai, sarebbe opportuno chiarire come si può fare a “mettere più risorse” se, queste, non ci sono e se è ormai chiaro, persino a sinistra, che è meglio stare attenti alla contabilità nazionale. Ma il lavoro intellettuale degli uomini, e donne, della sinistra è instancabile e allora ecco partorita la proposta geniale: tassare gli extraprofitti di banche e assicurazioni e, se non bastasse, introdurre una ulteriore tassazione sui grandi patrimoni spesso “immobilizzati” nelle banche.

Qui non si sa se piangere o ridere: a quanto pare c’è ancora gente, in giro, convinta che le banche siano felici di immobilizzare il denaro dei clienti e magari compensarli per la fiducia, tenendo milioni di euro in cassaforte a dormire sonni tranquilli. Purtroppo talvolta le banche non sanno farlo bene, ma lo scopo della loro stessa esistenza non consiste certo nel fare da custodi dei risparmi altrui, bensì nel cercare di investire i fondi depositati in attività che generino profitto. Già, il profitto: parola che, a sinistra, agita e irrita da sempre e figuriamoci, poi, se si arriva agli “extra-profitti”. Ma quando si può parlare di extra-profitti, termine del tutto assente in qualsiasi manuale di economia? Dal 10 per cento in su oppure dal 20 o dal 30? Una dabbenaggine pericolosa perché costituisce un precedente sulla cui scorta si potrebbe generare una caccia generalizzata agli extra-profitti anche in altri settori economici, industriali o dei servizi.

Ma l’aspetto più seriamente dannoso è, come sempre, sul piano culturale. La propensione della sinistra per politiche di prelievo finanziario sulla base di antiche attitudini anticapitalistiche è sicuramente noiosa e priva di razionalità poiché, a tutti gli effetti, prelevare ricchezza esistente non significa porre la basi per crearne di nuova a vantaggio di tutti. Ma significa anche ribadire una visione della società, e della sua economia, nella quale la povertà degli uni è indicata come effetto dell’agiatezza di altri mentre è vero esattamente il contrario, ossia che, in una economia liberale, è solo la creazione di ricchezza da parte dei più fortunati, o dei più bravi, che può consentire l’attenuazione della povertà dei meno fortunati o dei più deboli. Con gli espropri, camuffati ipocritamente da “contribuiti – obbligatori – di solidarietà”, si punisce inutilmente chi ha di più e si illude chi ha di meno che anche l’anno dopo sarà così. Ma, l’anno dopo, i patrimoni ci saranno ancora?

Aggiornato il 12 novembre 2025 alle ore 09:47