Se si volessero elencare i parametri per definire catastrofica una guerra, il conflitto in Sudan li rappresenterebbe nella totalità. Una guerra civile iniziata nel 2023 a valle dei più recenti “tradizionali” golpe iniziati nel 2019, quando fu posta fine alla trentennale dittatura di Omar al-Bashir che ottenne il potere a seguito di un colpo di Stato nel 1989. Poi un nuovo golpe riproposto con gli stessi attori nel 2021 quando Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, spodestò il primo ministro Abdalla Hamdok. Da allora in poco tempo il popolo sudanese affondò in un pantano di soprusi e sofferenze che portarono il Paese a subire la più devastane catastrofe umanitaria in atto. Un conflitto in uno Stato dove, dopo la deposizione del dittatore al-Bashir, ma nella maggior parte dei regimi africani definire un governate “dittatore” non equivale al significato dato in occidente, tra la fine del 2020 ed inizio 2021 furono sottoscritti, a firma al-Burhan, gli Accordi di Abramo con Israele; accordi tutt’oggi in vigore anche se inapplicabili, causa guerra civile. Poi dal 2023 l’esplosione della tragica guerra civile tra le Forze armate sudanesi (Saf) guidate dal generale Al-Burhan e i paramilitari Rapid Support Force (Rsf) del generale Mohammed Hamdan Daglo, noto come “Hemetti”, “piccolo Maometto”.
Certamente gli sforzi per difendere la popolazione sudanese sono stati tentati dalle organizzazioni umanitarie internazionali, ma date le oggettive difficoltà a penetrare nelle aree cruciali del conflitto, gli effetti positivi sulla popolazione sono stati quasi inesistenti; tuttavia, impegni ci sono stati anche nel passato in questo martoriato scenario, ricordando la tragedia del Darfur nel 2003, questa un vero genocidio. Ora l’evoluzione delle tecnologie belliche stimolate dalla lunga guerra tra Russia e Ucraina, sta portando l’utilizzo dei droni in ogni area dove sussistono conflitti, diventando uno strumento di battaglia dalla valenza e dal ruolo irrinunciabile. Così anche nel flagello sudanese sono sempre più frequenti stragi di civili causati dall’utilizzo da ambo le parti dei droni. Una nuova terrificante realtà che vede il cielo del Sudan invaso da questi velivoli comandati a distanza che in questi ultimi giorni hanno causato la morte di quasi duecento civili colpiti nella loro già complicata vita quotidiana. Quindi un esponenziale aumento dell’utilizzo di questi veicoli aerei senza pilota sia da parte delle Forze Armate Sudanesi, che delle Forze di Supporto Rapido; uno scontro aereo che sta spingendo il conflitto in profondità nei quartieri residenziali, come nei mercati e in improvvisate aree di aggregazione.
Così, come accade in tutti gli altri scenari di guerra, sia con parametri scanditi, ovvero contrapposizione tra stati, che in contesti con vacue distinzioni di parte, come nei fluidi fronti del Sahel dove i gruppi jihadisti combattono contro gli eserciti del Mali, Burkina Faso, Niger, o Nigeria, solo citando alcuni “sfondi”, il cambiamento delle tattiche militari sta diventando un comune denominatore e l’utilizzo dei droni determinante. Una guerra, quella in Sudan, che ad aprile toccherà il quarto anno di durata, senza la percezione, anche in questo caso, che ci possa essere un vincitore o uno sconfitto; ma intanto ha prodotto almeno 14 milioni di sfollati dai propri villaggi, quasi cinque milioni hanno lasciato il Paese e circa duecentomila morti. Questo aumento dell’utilizzo dei droni da ambo le parti proietta lo spostamento delle azioni belliche verso operazioni preventive a lungo raggio, nonostante le classiche operazioni di terra e assedio; ricordo esattamente un anno fa il massacro dopo un anno e mezzo di assedio, di el-Fasher nella parte occidentale del Paese, una vera pulizia etnica. Oggi per le Forze Armate sudanesi i droni rappresentano uno strumento cruciale per muoversi in un territorio complesso e per neutralizzare i vantaggi delle Rsf. Infatti, le azioni nel Kordofan e nel Darfur, regioni controllate dagli uomini di Hemetti, servono ad annichilire i centri di comando e controllo, e a distruggere i depositi di carburante e munizioni, oltre sabotare le principali vie di rifornimento, soprattutto quelle che si collegano ai confini con Sud Sudan, Ciad e Libia.
Comunque, oltre le varie questione geografiche che strategicamente possono determinare l’indebolimento in questo caso delle Rsf, la realtà è che secondo un documento elaborato dal Centre for Information Resilience (Cir), dall’inizio della guerra civile sudanese sono stati utilizzati ventuno tipologie di droni, venduti alle parti in conflitto tramite una articolata rete internazionale di fornitori soprattutto provenienti dalla Turchia, i famosi Bayraktar, Cina, Bielorussia, Iran, Russia. Sempre secondo il Cir, le Saf utilizzano cinque modelli, mentre le Rsf ne impiegato almeno una decina, con il risultato generale di scaturire un conflitto in rapida meccanizzazione e sempre più feroce dove i civili ora non trovano nessun riparo ai capillari attacchi provenienti dal cielo. Una criticità che si aggiunge ad un dramma umanitario catastrofico ma tendenzialmente ignorato dai radar internazionali, dove sulla bilancia della tragedia il piatto più pesante è gravato dal commercio di armi in cambio di oro e metalli rari, di cui il Sudan è enormemente fornito e sull’altro piatto il tormento e la sofferenza dilagante non hanno quasi nessun peso.
Aggiornato il 26 ottobre 2026 alle ore 11:14
