La morte di Ratko Mladić e il monito di Srebrenica: la sfida permanente contro la barbarie
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Dietro la scomparsa a 84 anni di Ratko Mladić nel centro di detenzione delle Nazioni Unite all’Aia, dove ha trascorso gli ultimi anni della propria vita da condannato all’ergastolo, ci sono migliaia di uomini, donne e bambini la cui esistenza fu travolta da una guerra che, in piena Europa, aveva condannato ancora una volta una identità religiosa ed etnica. C’è un’immagine evocata da Alberto Negri che accompagna la notizia dalla morte di Ratko Mladić: “Non dimenticherò mai quella donna impiccata a un albero nel bosco”. Lo ricorda nel consegnarla alla memoria di Srebrenica: una madre, o comunque una fragile sorella dell’umanità che scelse di togliersi la vita nel timore di precipitare nell’orrore delle violenze quando nell’enclave bosniaca migliaia di persone cercavano nei boschi una salvezza che non sarebbe arrivata.

Mladić non è stato semplicemente il “macellaio di Srebrenica”: è stato uno dei protagonisti di un progetto politico e militare che, nella Bosnia-Erzegovina sconvolta dalla dissoluzione jugoslava, perseguì la conquista del territorio attraverso la persecuzione, espulsione forzata delle comunità non serbe, i croati bosniaci e in particolare il gruppo dei musulmani bosniaci, i ‘bosgnacchi’ finiti con il genocidio di Srebrenica. La tragedia di Srebrenica deve essere infatti chiamata con il suo nome preciso: fu ‘genocidio’ lo sterminio pianificato e organizzato della popolazione bosniaca musulmana dell’enclave. Tra l’11 e il 19 luglio 1995 le forze serbo-bosniache comandate da Mladić occuparono la “zona protetta” dalle Nazioni Unite, separarono gli uomini e i ragazzi dalle loro famiglie e ne organizzarono la cattura, il trasferimento e l’uccisione sistematica; donne, bambini e anziani furono deportati. Più di ottomila bosniaci musulmani furono assassinati. Le fosse comuni furono poi riaperte e i resti trasferiti nel tentativo di occultare la dimensione del crimine. Non si trattò dunque di una strage incidentale fra le tante della guerra: i tribunali internazionali hanno stabilito che a Srebrenica fu commesso genocidio, con l’intento di annientare, in tutto o in parte, un gruppo protetto.

La tragedia non era cominciata a Srebrenica. La guerra di Bosnia aveva già conosciuto persecuzioni, deportazioni, campi di detenzione, stupri, distruzione delle abitazioni e dei luoghi di culto, con l’obiettivo di trasformare territori multietnici in territori etnicamente omogenei. A Prijedor, Omarska, Keraterm e Trnopolje, migliaia di bosniaci e croati-bosniaci furono detenuti e perseguitati. A Sarajevo, per quasi quattro anni, la popolazione civile fu sottoposta a bombardamenti e cecchinaggio. Per l’assedio della capitale furono condannati, tra gli altri, Stanislav Galić, Dragomir Milošević, Radovan Karadžić e lo stesso Mladić. La giustizia dell’Aja, inoltre, non giudicò esclusivamente i responsabili serbo-bosniaci: per gravi crimini commessi contro la popolazione bosgnacca furono condannati anche i vertici politici e militari dell’Herceg-Bosna, la struttura dei nazionalisti croati di Bosnia-Erzegovina.

Il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, istituito dalle Nazioni Unite nel 1993, incriminò 161 persone e costruì negli anni una delle più vaste ricostruzioni giudiziarie di un conflitto dopo quella compiuta dal Tribunale di Norimberga per i crimini nazisti. Il procedimento contro Radislav Krstić ebbe un’importanza storica perché stabilì la natura genocidaria di Srebrenica; quello contro Karadžić ricostruì la responsabilità politica del vertice serbo-bosniaco; quello contro Mladić accertò il ruolo centrale del comandante militare nella persecuzione della popolazione non serba, nell’assedio di Sarajevo, nella presa di ostaggi dell’Onu e nel genocidio di Srebrenica. Slobodan Milošević morì nel 2006 durante il processo all’Aia. La Corte internazionale di giustizia, nel 2007, riconobbe il genocidio di Srebrenica ma non ritenne dimostrata la responsabilità della Serbia per la sua commissione secondo le regole applicabili alla responsabilità dello Stato; stabilì tuttavia che Belgrado aveva violato l’obbligo di prevenire il genocidio e quello di cooperare con il Tribunale, compresa la cattura di Mladić. Sono distinzioni tecniche, ma decisive: il diritto internazionale non ha bisogno di semplificare la storia per affermare la colpa dei singoli.

Per quanto riguarda Mladic, c’è da ricordare anche la triste vicenda familiare: la figlia Ana, studentessa di medicina, si suicidò nel 1994 a 23 anni con una pistola del padre. Secondo le cronache il gesto sarebbe stato provocato dalla scoperta dei crimini commessi dal padre durante un viaggio a Mosca. Incriminato dal Tribunale dell’Aja nel luglio 1995, Mladić riuscì a sottrarsi alla cattura per quasi sedici anni, anche grazie a una rete di protezioni e complicità che coinvolse settori della sicurezza serba. La svolta arrivò soltanto il 26 maggio 2011, quando Mladić fu arrestato dalle autorità serbe a Lazarevo, nel nord della Serbia, nella casa di un parente. Aveva allora 68 anni e il 31 maggio fu trasferito all’Aja. La sua cattura rappresentò una svolta per la Serbia, sottoposta da anni a fortissime pressioni internazionali perché consegnasse gli ultimi grandi latitanti dell’ex Jugoslavia (erano stati arrestati Ante Gotovina nel 2005 in Spagna; Zdravko Tolimir e Vlastimir Đorđević nel 2007; Stojan Župljanin e Radovan Karadžić nel 2008), e per il Tribunale, che poteva finalmente portare davanti ai giudici uno dei principali responsabili militari dei crimini commessi in Bosnia. Condannato all’ergastolo nel 2017, Mladić vide la sentenza confermata definitivamente nel 2021 dal Meccanismo residuale internazionale per i tribunali penali.

Srebrenica rimane una delle più gravi sconfitte dell’indifferenza della comunità internazionale. L’enclave era stata dichiarata “area sicura” dalle Nazioni Unite, ma quando le forze di Mladić avanzarono il contingente olandese, scarsamente armato e privo di un adeguato sostegno politico e militare, non impedì la caduta della città e la deportazione della popolazione. Dopo Srebrenica, e dopo la crescente evidenza dei crimini commessi in Bosnia, maturò la svolta politico-militare che avrebbe portato agli accordi di Dayton e alla fine della guerra. Dayton ha fermato il conflitto senza risolvere tutte le sue contraddizioni: la Bosnia-Erzegovina è rimasta uno Stato diviso in un complesso sistema istituzionale nel quale la Republika Srpska costituisce una delle due entità. Qui la memoria della guerra continua a intrecciarsi con la politica. Per le famiglie delle vittime e per gran parte della popolazione bosniaca Srebrenica rappresenta una ferita ancora aperta; in settori del nazionalismo serbo e della Republika Srpska, invece, Mladić e altri condannati dall’Aja continuano a essere celebrati come simboli di una guerra difensiva contro l’invasione musulmana. La negazione del genocidio e la glorificazione dei criminali condannati mostrano che una sentenza può stabilire una verità giudiziaria senza riuscire, da sola, a costruire una memoria condivisa. Inoltre la fragilità della Bosnia e le tensioni della Republika Srpska restano inserite nel quadro delle minacce della guerra ibrida rilanciate dalla Federazione Russa nello scontro contro l’Occidente.

È questa la dimensione attuale della vicenda. La guerra di aggressione contro l’Ucraina ha riportato nel cuore dell’Europa la conquista territoriale, le deportazioni e i crimini di guerra; nei conflitti del Medio Oriente, da Gaza al Libano e all’Iran, come nel dramma del Sudan la comunità internazionale continua a confrontarsi con accuse di crimini internazionali e con la difficoltà di trasformare la denuncia politica in responsabilità e interventi efficaci di ripristino della pace. Per questo la morte di Mladić non può essere letta come l’epilogo di una storia conclusa. È piuttosto un richiamo ad interrogarsi ancora sulla necessità di rilanciare il diritto internazionale e le funzioni della giustizia internazionale. Il Tribunale per l’ex Jugoslavia rappresentò uno dei passaggi decisivi nella costruzione di quella moderna idea secondo cui anche un generale, un ministro o un capo politico possono essere chiamati a rispondere personalmente di crimini internazionali. Da Norimberga a Srebrenica, il principio è rimasto lo stesso: la giustizia è arrivata tardi, troppo tardi per le vittime. Mladić ha trascorso la vita costretto alla latitanza, e gli ultimi anni da condannato: la sentenza comunque sopravvive all’uomo. Restituisce giustizia alle madri di Srebrenica, alla ricostruzione di Sarajevo, alle fosse comuni e alle famiglie distrutte. Soprattutto impedisce che la morte delle vittime venga consegnata alla versione dei loro carnefici.

Il tribunale della storia, dunque, non è quello della vendetta, ma quello della responsabilità e questa non può ancora una volta giungere in ritardo. Srebrenica ci ricorda che il genocidio non comincia nelle fosse comuni: comincia quando un gruppo viene trasformato in un nemico collettivo, quando l’identità diventa una colpa e quando l’espulsione dell’altro viene presentata come necessità politica, o quando ancora si rinnegano le regole faticosamente costruite dal diritto internazionale.

Per questo la lezione dell’Aia riguarda anche le guerre di oggi. Il diritto internazionale – meglio, la volontà degli Stati di applicarlo − non può essere lento e vulnerabile, perché altrimenti le guerre insieme all’impunità non si fermano. E l’impunità, la storia di Srebrenica lo dimostra, è il terreno sul quale la barbarie torna a crescere. Per questo, la conclusione di questa vicenda umana e giudiziaria non deve essere interpretata come un mero atto finale, bensì come un monito perenne a difesa dell’ordine internazionale e dello Statuto di Roma da cui è sorta la Corte penale internazionale erede di quei principi affermati già dal Tribunale di Norimberga e confermati dal Tribunale della ex Jugoslavia che ha condannato i fatti di Srebrenica. Di fronte ai nazionalismi, alle minacce che esasperano i conflitti globali, e ai nuovi genocidi riaffermare l’efficacia e la legittimità delle giurisdizioni sovranazionali non è un esercizio astratto, ma un imperativo etico e di civiltà. La certezza che non esistano zone d’ombra o immunità temporali per chi pianifica la distruzione dell’altro dimostra che l’architettura del diritto internazionale e della giustizia penale internazionale restano i soli argini universali contro la barbarie, presidi irrinunciabili per restituire dignità alle vittime e offrire ancora speranze all’umanità. 

Mladić è morto. Il processo giudiziario è finito. Quello della storia, invece, continua. E il suo verdetto più importante non riguarda soltanto ciò che accadde a Srebrenica nel luglio del 1995, ma ciò che il mondo sta vivendo nei conflitti di questi tempi, quando altre popolazioni civili hanno affidato la propria salvezza a una promessa internazionale di protezione che qualcuno, in Europa e in Italia, non è disposto a mantenere.

(*) Membro dell’International Law Association

Aggiornato il 01 settembre 2026 alle ore 13:18