Da Hormuz al nucleare: la soluzione è nel multilateralismo dell’Onu e dell’Ue

Il fallimento del round negoziale tra Stati Uniti e Iran era scontato per il deficit strutturale di metodo diplomatico e legalità internazionale

Per negoziati credibili occorre riaprire la prospettiva delle Nazioni Unite: soprattutto l’Unione Europea vi deve insistere, per evitare di rimanere solo inerme spettatrice, succube delle irresponsabilità altrui. Il ritorno al multilateralismo dell’Onu e al diritto internazionale è l’unica via realistica per trasformare una tregua fragile in una pace equa e duratura.

Il fallimento del primo round negoziale tra Stati Uniti e Iran a Islamabad era prevedibile: il deficit strutturale di metodo diplomatico e di legalità internazionale era emerso già dalle minacce apocalittiche manifestate con inaudita sfrontatezza da Trump. La storia della diplomazia insegna che i negoziati non falliscono tanto per divergenze di interessi, ma perché si svolgono in condizioni incompatibili con i principi ispiratori delle relazioni internazionali fondati sulla ricostruzione della fiducia. Tutto questo non poteva compiersi con la debole mediazione del Pakistan.

La lezione degli storici della diplomazia – da Pierre Renouvin a Jean-Baptiste Duroselle – è chiara: il negoziato efficace non è mai un atto isolato, ma un processo strutturato che richiede alla base fiducia, equilibrio tra le parti e soprattutto un contesto depurato dalla coercizione. Questo principio trova una codificazione precisa nella Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati, il cui articolo 52 stabilisce la nullità di qualsiasi trattato concluso sotto la minaccia o l’uso della forza.

Non si tratta di una clausola formale, ma di una condizione sostanziale di legittimità: un accordo negoziato mentre le parti sono sottoposte a pressione militare diretta o indiretta è giuridicamente viziato e politicamente infruttuoso. Il fragile cessate il fuoco di due settimane, continuamente eroso da minacce e operazioni militari – in particolare nel teatro libanese – non soddisfa tale requisito, e contribuisce a spiegare il mancato avanzamento dei colloqui. Il dossier nucleare rappresenta un nodo critico che richiede mediatori neutrali di particolare valenza politica, per il confronto di due istanze difficilmente conciliabili: da un lato il diritto all’uso pacifico dell’energia nucleare, dall’altro l’obbligo di non proliferazione e la sicurezza mediorientale.

La strada per una intesa è dunque per un quadro di disarmo ideologico reciproco (specie tra Israele e Iran) difficile da realizzare nel breve periodo ma almeno da concepire su un iniziale concreto cessate il fuoco, mentre si può puntare su verifiche tecniche credibili e imparziali da affidare all’ Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica.

Anche qui la lezione della diplomazia è univoca: la fiducia non precede l’accordo, ma è costruita attraverso meccanismi di controllo condivisi. A ciò si aggiunge l’altro nodo critico di Hormuz: lo stretto vede transitare una quota essenziale del commercio energetico globale, ed è soggetto al principio del libero “passaggio in transito” che per la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare non può essere sospeso né condizionato da pedaggi o restrizioni politiche.

La trasformazione di Hormuz in leva negoziale – mediante minacce, mine o imposizioni tariffarie – segnala una torsione del diritto internazionale che non può essere accettata nemmeno come rivendicazione per la ricostruzione. Se questa può essere oggetto di aspettative iraniane occorre individuare altre compensazioni, non certo quelle di pedaggi regionali sullo stretto. Allo stesso tempo, le ipotesi di blocco navale o di controllo militare unilaterale da parte americana sollevano interrogativi altrettanto gravi sulla libertà di navigazione: un eventuale misura di controllo sulla fruibilità dello stretto non può che essere definita sul piano della condivisione multilaterale.

Il fallimento di Islamabad, dunque, non è solo il risultato di tutte le posizioni massimaliste – controllo di Hormuz, azzeramento dell’arricchimento dell’uranio, revoca totale delle sanzioni, riparazioni di guerra, fine del supporto iraniano alle milizie antisraeliane – ma della mancanza di un’architettura negoziale adeguata.

Un negoziato condotto in modo bilaterale, sotto pressione militare, con un mediatore regionale privo di un quadro multilaterale di garanzie, difficilmente può produrre risultati duraturi. È in questo spazio che si apre ancora la prospettiva delle Nazioni Unite – cui l’Iran ha già fatto cenno - su cui soprattutto l’Unione Europea deve insistere, anche per evitare di rimanere solo spettatrice, succube delle irresponsabilità altrui. La Carta delle Nazioni Unite offre le soluzioni: individua i mezzi pacifici di risoluzione delle controversie, dalla mediazione all’arbitrato, e al deferimento alle corti internazionali.

In questo quadro, il ruolo europeo può essere decisivo: non come attore egemonico, ma come facilitatore di un equilibrio tra le parti, in grado di coinvolgere anche potenze regionali e globali – dalla Cina all’India, fino agli attori del Golfo e all’Unione Africana – in un formato negoziale inclusivo.

La soluzione, in linea con i principi emersi, deve articolarsi lungo direttrici coerenti. In primo luogo, un cessate il fuoco effettivo, verificato e vincolante, quale condizione preliminare di ogni trattativa. In secondo luogo, l’istituzione di un tavolo negoziale sotto egida Onu, con una pluralità di mediatori credibili e neutrali, capace di riequilibrare le asimmetrie di potere. In terzo luogo, la separazione dei piani: le questioni giuridiche più controverse – dalle riparazioni di guerra alla legittimità di determinate richieste per la navigazione – se non trovano soluzioni dovranno essere deferite a organi giurisdizionali internazionali, come la Corte Internazionale di Giustizia o altre istanze competenti come l’Imo, International Maritime Organization.

Nelle more, Hormuz va ricondotto al regime di libero transito previsto dal diritto del mare, attraverso un meccanismo internazionale di sicurezza condivisa. Il nucleare e il regime di non proliferazione degli armamenti (per i missili balistici) deve essere sottoposto a verifiche e direttive incisive e imparziali dell’Aiea e degli altri organismi dell’Onu. Infine, occorre un impegno esplicito sul terreno dei diritti fondamentali attraverso il Comitato dei diritti umani dell’Onu: la questione del popolo iraniano deve tornare al centro di un’agenda universale.

Il ritorno al multilateralismo delle Nazioni Unite e al diritto internazionale è l’unica via realistica per trasformare una tregua fragile in una pace credibile e duratura.

(*) Membro dell’International Law Association

Aggiornato il 14 aprile 2026 alle ore 10:56