Quattro ore a Mosca, nessun incontro diretto con Vladimir Putin e pochissime spiegazioni ufficiali. Ma la visita a sorpresa compiuta dal direttore della Cia John Ratcliffe nella capitale russa sembra avere avuto uno scopo molto più preciso di quanto lasci intendere la definizione di missione “semi-routine” utilizzata da Donald Trump: consegnare al Cremlino un avvertimento affinché non tenti di mettere alla prova la Nato con un'azione contro uno dei Paesi dell’Alleanza.
Secondo fonti informate sui contenuti della missione, Ratcliffe sarebbe stato inviato a Mosca dopo che nuove valutazioni dell’intelligence statunitense avevano indicato la possibilità che Vladimir Putin, nel prossimo futuro, possa decidere di verificare concretamente la determinazione occidentale attraverso un’azione militare deliberatamente limitata. Non necessariamente, quindi, un’invasione su larga scala, ma qualcosa di potenzialmente ancora più insidioso: un attacco informatico particolarmente grave, un’operazione ibrida oppure una circoscritta incursione terrestre, con i Paesi baltici tra gli scenari considerati più plausibili. È proprio il carattere “limitato” dell’eventuale iniziativa russa a rendere questa valutazione particolarmente preoccupante. Mosca non avrebbe bisogno di conquistare vaste porzioni di territorio né di affrontare frontalmente l’intera Alleanza atlantica. Potrebbe essere sufficiente creare una situazione abbastanza grave da imporre una risposta, ma abbastanza circoscritta da generare esitazioni e divisioni tra gli alleati. In altre parole, il vero bersaglio non sarebbe necessariamente il territorio di Estonia, Lettonia o Lituania, ma la credibilità politica dell’articolo 5.
La deterrenza collettiva della Nato si fonda infatti su un principio semplice: qualsiasi potenziale aggressore deve essere convinto che un attacco contro un singolo alleato comporterebbe la risposta dell’intera Alleanza. Se questa certezza venisse meno, anche solo parzialmente, la capacità deterrente della Nato ne risulterebbe indebolita. Per questo un’azione russa calibrata potrebbe avere soprattutto lo scopo di misurare i tempi decisionali occidentali, verificare il grado di coesione politica degli alleati e individuare quella soglia al di sotto della quale una provocazione potrebbe non provocare una risposta sufficientemente rapida e unitaria.
Le preoccupazioni americane non sembrano nascere dal nulla. L’intelligence statunitense avrebbe raccolto indicazioni relative a preparativi preliminari russi per una possibile mobilitazione militare e, soprattutto, a piani destinati a valutare la capacità di reazione dell’Alleanza atlantica. Funzionari statunitensi ritengono che Putin, sottoposto alla pressione derivante dalla guerra di aggressione russa contro l’Ucraina e dalle difficoltà interne, possa considerare l’ipotesi di un’azione limitata come uno strumento per modificare il rapporto di forza con l’Occidente senza arrivare immediatamente a una guerra generale. In questa valutazione potrebbe pesare anche la situazione delle scorte militari occidentali. Secondo funzionari americani, la riduzione temporanea di alcune scorte critiche potrebbe essere entrata nei calcoli del Cremlino. Non significa che la Nato sia priva delle capacità necessarie per reagire, ma Mosca potrebbe essere tentata di interpretare questa fase come una finestra di maggiore vulnerabilità politica e militare.
Ulteriori elementi sulla missione confermano il carattere strettamente operativo della stessa. Siti di tracciamento dei voli avevano individuato un Boeing C-17 Globemaster proveniente da Riga e diretto all’aeroporto internazionale Vnukovo, spesso utilizzato per le delegazioni straniere di alto livello. Ratcliffe sarebbe rimasto nella capitale russa per circa quattro ore, un tempo relativamente breve, compatibile con una missione finalizzata alla trasmissione di messaggi specifici più che con una visita diplomatica ordinaria. Mosca ha confermato che Ratcliffe ha avuto colloqui con esponenti dei servizi d’intelligence russi, precisando che non vi è stato alcun incontro personale con Putin. Il presidente russo è stato tuttavia informato sui contenuti delle conversazioni. Anche questo particolare è significativo: il destinatario immediato del messaggio è stato l’apparato d’intelligence russo, ma il destinatario politico finale è inevitabilmente il Cremlino.
Il rapporto diretto tra Cia e intelligence russa, del resto, non nasce con questa visita. Nel marzo 2025 Ratcliffe e Sergei Naryshkin, direttore dell’Svr, il servizio d’intelligence estero della Federazione russa, avevano avuto un colloquio telefonico nel corso del quale erano stata concordata la necessità di mantenere canali di comunicazione regolari. Beth Sanner, già deputy director of National intelligence for Mission integration, ha ipotizzato che Ratcliffe possa essere stato incaricato di trasmettere ai russi un messaggio molto semplice: Washington conosce ciò che Mosca sta valutando e vuole impedirle di procedere. È la funzione classica dell’intelligence applicata alla deterrenza. Non soltanto raccogliere informazioni sulle intenzioni dell’avversario, ma fargli sapere, quando necessario, che quelle intenzioni sono state scoperte.
La missione assume un significato ancora maggiore se confrontata con un precedente che difficilmente può essere ignorato. Nel novembre 2021 William Burns, allora direttore della Cia sotto l’amministrazione Biden ed ex ambasciatore statunitense a Mosca, venne inviato nella capitale russa per mettere in guardia Putin contro un’invasione dell’Ucraina. L’intelligence americana disponeva già allora di informazioni dettagliate sui preparativi militari russi e Washington decise di comunicarlo apertamente a Mosca. L’avvertimento non impedì l’aggressione: il 24 febbraio 2022 la Russia diede inizio all’invasione su larga scala dell’Ucraina. Ma dimostrò che la valutazione americana delle intenzioni del Cremlino era sostanzialmente corretta. Cinque anni dopo, un altro direttore della Cia è tornato a Mosca con un messaggio che sembra seguire la stessa logica. Questa volta, però, la posta in gioco è ancora più alta.
Nel 2021 Washington comunicava al Cremlino di conoscere i preparativi per l’attacco contro l’Ucraina. Oggi il messaggio sembra essere diverso: sappiamo che state valutando fino a che punto sia possibile spingersi contro la Nato e vi avvertiamo delle conseguenze. Sarebbe sbagliato sottovalutare il significato di una missione così insolita. Se Washington ha ritenuto necessario inviare personalmente il direttore della Cia a Mosca per trasmettere un simile avvertimento, significa che lo scenario viene considerato abbastanza serio da richiedere un intervento preventivo al massimo livello dei rispettivi apparati d’intelligence.
E questo è probabilmente l’aspetto più importante dell’intera vicenda. La questione non è stabilire se domani la Russia attaccherà la Nato. La questione è che, secondo l’intelligence statunitense, a Mosca potrebbe essere maturata la convinzione che sia possibile verificare fin dove arriva realmente la determinazione occidentale. È esattamente una convinzione di questo genere che la deterrenza deve impedire.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
Aggiornato il 28 agosto 2026 alle ore 09:59
