L’Ucraina che Mosca non riesce a cancellare
Foto: Maksym Diachenko (@photofixation)

A Kyiv, durante uno dei periodi più difficili dei blackout provocati dagli attacchi russi contro le infrastrutture energetiche, davanti alla galleria Naked Room continuavano a radunarsi artisti, imprenditori, funzionari pubblici e giovani creativi. Fuori faceva freddo, le strade erano immerse nell’oscurità e incombeva il coprifuoco. Eppure, la galleria non stava chiudendo perché la guerra aveva sconfitto la vita culturale della capitale. Si preparava, al contrario, a trasferirsi in uno spazio più grande. È un’immagine che racconta molto dell’Ucraina di oggi. La guerra di aggressione russa contro l’Ucraina viene normalmente raccontata attraverso le mappe del fronte, gli attacchi missilistici, i droni, le perdite, gli aiuti militari occidentali e le trattative diplomatiche. Esiste però un’altra trasformazione, meno visibile ma probabilmente destinata a sopravvivere alla guerra: quella dell’identità culturale ucraina. Il paradosso è evidente. Nel tentativo di ricondurre l’Ucraina dentro uno spazio storico, politico e culturale definito da Mosca, il Cremlino ha accelerato esattamente il processo opposto.

La distanza dalla Russia non è mai stata così grande e, soprattutto, una nuova generazione di ucraini non sente più il bisogno di spiegare o dimostrare continuamente la propria diversità. Non si tratta soltanto di un fenomeno nato il 24 febbraio 2022. Il processo era già diventato evidente dopo la Rivoluzione della Dignità del 2014. L’invasione su larga scala gli ha però impresso un’accelerazione difficilmente reversibile. Per comprenderne la portata occorre ricordare che la competizione tra Russia e Ucraina non ha mai riguardato soltanto il territorio. Per secoli la cultura ucraina è stata sottoposta a pressioni, restrizioni e processi di assimilazione. Nell’Ottocento, il Valuev Circular limitò la pubblicazione di testi in lingua ucraina e l’Ems Ukaz introdusse restrizioni ancora più pesanti sull’uso dell’ucraino nella stampa. Anche in epoca sovietica la cultura ucraina poté esistere, ma all’interno di un sistema nel quale il centro politico e culturale rimaneva Mosca. Le conseguenze sono sopravvissute persino all’indipendenza del 1991. Per molti anni l’Ucraina ha continuato a essere osservata dall’estero attraverso categorie interpretative russe. Scrittori, pittori, musicisti e personalità nate o formatesi nei territori dell’attuale Ucraina venivano spesso automaticamente collocate all’interno della cultura russa. Ancora oggi alcuni dei maggiori musei occidentali stanno rivedendo attribuzioni consolidate proprio per distinguere ciò che per decenni era stato genericamente presentato come “russo”. Oggi quel paradigma sta rapidamente cambiando.

Uno degli esempi più interessanti è Nahirna22, comunità di giovani artisti che occupava gli spazi dell’ex Istituto di automazione di Kyiv. Nel 2025 l’edificio è stato colpito due volte durante attacchi russi con droni. Finestre distrutte, studi danneggiati, opere ricoperte di vetri e detriti. Dopo il primo attacco gli artisti raccolsero fondi, ripararono gli ambienti e riaprirono. Dopo il secondo fecero nuovamente lo stesso. In condizioni normali sarebbe soltanto la storia della sopravvivenza di uno spazio artistico. Nell’Ucraina di oggi assume un significato diverso. Continuare a dipingere, esporre, organizzare incontri e creare nuove opere diventa una forma di resistenza. Non perché un quadro possa fermare un missile, ma perché permette alla società che quel missile dovrebbe intimidire di continuare a riconoscersi come comunità. È soprattutto la generazione più giovane a mostrare il cambiamento.

Gli artisti ucraini del passato erano spesso costretti a rivendicare il diritto stesso a essere considerati ucraini. Molti giovani di oggi partono invece da una premessa completamente diversa: non devono dimostrare nulla. Sono ucraini e raccontano il proprio Paese partendo da questa certezza. Il fenomeno non rimane confinato entro i confini nazionali. Dal 2022 è aumentata sensibilmente la presenza della letteratura ucraina all’estero. Nel 2022 furono venduti internazionalmente i diritti di oltre 230 libri di autori ucraini, circa il doppio dell’anno precedente. Nel 2026 il programma Translate Ukraine ha approvato cento progetti editoriali destinati a trentatré Paesi e trenta lingue. Cinque di queste traduzioni saranno pubblicate anche in italiano. Non è soltanto letteratura. Il muralista ucraino Waone, nome d’arte di Volodymyr Manzhos, ha portato il proprio immaginario fino alle vetrine di Hermès all’aeroporto internazionale del Kansai, in Giappone. Marchi ucraini reinterpretano nelle collezioni contemporanee motivi dell’artigianato tradizionale dei Carpazi. Fotografi, musicisti e designer trovano spazi internazionali che prima della guerra sarebbero stati molto più difficili da raggiungere. Anche il cinema ha contribuito a modificare la percezione internazionale del Paese.

“20 Days in Mariupol”, di Mstyslav Chernov, ha vinto nel 2024 l’Oscar come miglior documentario. Non è stato soltanto un riconoscimento cinematografico. Per milioni di spettatori la distruzione di Mariupol ha cessato di essere una statistica o una località indicata sulle mappe militari ed è diventata una storia di persone, famiglie, medici, giornalisti e civili intrappolati nella guerra. È questo forse l’aspetto più importante della trasformazione in corso. Per molto tempo l’Ucraina è stata conosciuta soprattutto attraverso qualcun altro. Attraverso l’Impero russo, l’Unione Sovietica, la letteratura russa, le interpretazioni geopolitiche elaborate a Mosca oppure attraverso quella comoda categoria di “spazio post-sovietico” che metteva insieme realtà profondamente differenti. Oggi l’Ucraina sta imparando a raccontarsi direttamente. E il mondo comincia ad ascoltarla non soltanto quando parla di guerra. È una trasformazione che riguarda la lingua, la memoria storica, l’arte, la letteratura, il cinema, la moda e perfino il modo nel quale gli ucraini osservano il proprio passato. Non consiste semplicemente nel rimuovere ciò che è russo, come talvolta viene rappresentato superficialmente. È soprattutto il tentativo di recuperare ciò che per molto tempo è rimasto nascosto dietro la centralità culturale russa e di costruire qualcosa di nuovo.

Mosca può distruggere un teatro, danneggiare un museo o colpire lo studio di un artista. Può provocare blackout e costringere una città al coprifuoco. Ma esiste un limite oltre il quale la forza militare non riesce ad arrivare. La guerra ha già modificato profondamente il modo nel quale gli ucraini percepiscono sé stessi. Quando un Paese non ha più bisogno che qualcun altro gli dica chi è, l’identità nazionale smette di essere soltanto qualcosa da difendere e diventa qualcosa da creare. Ed è probabilmente questa una delle conseguenze della guerra che a Mosca erano state comprese meno di tutte.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza

Aggiornato il 15 settembre 2026 alle ore 10:43