Sono già trascorsi 25 anni dagli attentati terroristici dell’11 settembre 2001. Il leader di al-Qaeda, Osama bin Laden, è morto, ma l’ideologia da lui alimentata e diffusa è ancora viva e vegeta. Anzi, potrebbe essere oggi ancora più radicata nelle società islamiche di quanto non lo fosse un quarto di secolo fa.
Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman sembra ripercorrere le orme di molti dei suoi predecessori. Cerca di conciliare le riforme interne con il tentativo di assecondare gli islamisti, sostenendo all’estero gruppi jihadisti. Dalla Libia allo Yemen, dal Sudan alla Somalia, l’Arabia Saudita sostiene i Fratelli Musulmani e altri gruppi estremisti. Turchia, Pakistan e Qatar sfruttano rapporti personali e interessi economici con esponenti di primo piano della politica per sottrarsi alle responsabilità legate al finanziamento del terrorismo.
Il punto non è chiedersi se ci sarà un nuovo 11 settembre, ma da dove potrebbe arrivare: dalla Turchia, dal Pakistan, dall’Arabia Saudita e/o dal Qatar. La crescente vulnerabilità degli Stati Uniti a nuovi attentati terroristici di massa non dipende soltanto dalla volontà dei nemici del liberalismo, ma anche dalla crescente tendenza di gruppi generalmente ostili alla politica estera americana a ostacolare quella cooperazione internazionale indispensabile per sventare sul nascere i piani terroristici.
Gli Stati Uniti non hanno mai avuto un alleato così ambiguo come il Pakistan. Mentre Washington riversava miliardi di dollari a Islamabad, gli stessi vertici militari che avevano nascosto bin Laden trasferivano milioni di dollari in conti offshore. Due fabbriche pakistane producevano oltre il 90 per cento del fertilizzante utilizzato dai talebani per fabbricare gli ordigni con cui uccidere e mutilare i militari americani. Di fronte a tutto questo, i leader pakistani non fecero nulla. E il sostegno del Pakistan non si limita a gruppi come al-Qaeda: il Paese è anche il principale finanziatore e sostenitore del movimento Khalistan, responsabile del più sanguinoso attentato dinamitardo contro un aereo prima dell’11 settembre.
Se il Mossad israeliano è il principale servizio d’intelligence impegnato a monitorare Iran e Turchia, il Research & analysis wing (Raw) indiano è il più agile e competente nel contrastare le attività illecite del Pakistan. Per gli Stati Uniti sarebbe prudente avviare una collaborazione aperta con il Raw, sia sul piano investigativo sia su quello dell’intelligence, nell’interesse di entrambe le parti, soprattutto alla luce della crescente criminalità e dell’estremismo che caratterizzano gli attivisti e le organizzazioni khalistaniste negli Stati Uniti e in Canada.
A ostacolare questa cooperazione contribuiscono sempre più anche le organizzazioni locali dei Socialisti Democratici d’America, che sembrano muoversi nella stessa orbita, se non addirittura coordinarsi direttamente, di gruppi islamisti come il Council on american-islamic relations (Cair) e di organizzazioni sikh, tra cui la Sikh coalition e il Sikh american legal defense and education fund. Come il Cair ricorre da tempo all’accusa di “islamofobia” per stigmatizzare e bloccare legittime indagini su irregolarità finanziarie e legami con gruppi estremisti, così alcune organizzazioni sikh esasperano le accuse di “repressione transnazionale” per impedire alle forze dell’ordine di coordinarsi nel contrasto ai militanti khalistanisti. Il segno più evidente del degrado morale del Cair è che arriva persino a infangare musulmani moderati, bollandoli come “islamofobi”.
La repressione transnazionale è sbagliata, ma gli apologeti del terrorismo che si spacciano per difensori dei diritti civili gridano al lupo quando bollano come “repressione transnazionale” qualsiasi indagine o iniziativa volta a perseguire i responsabili di reati comprovati, frodi fiscali o di sostegno al terrorismo. Nell’era post-11 settembre, una regola dovrebbe essere chiara: il rifiuto di estromettere i veri militanti dalle proprie fila è un chiaro segnale di corruzione all’interno dell’organizzazione.
Hindus for human rights ha sostenuto apertamente la campagna del sindaco di New York, Zohran Mamdani, e ora si aspetta di essere ricompensata. Le organizzazioni legate ai Socialisti democratici d’America (Dsa) si schierano sempre più spesso al fianco di militanti islamici e sikh, sottoscrivendo dichiarazioni e iniziative anti-indù. I gruppi Dsa sono inoltre in prima linea nei tentativi volti a ostacolare l’espansione dei rapporti tra gli Stati Uniti e il Somaliland. Nel contrasto alle frodi somale e al riciclaggio di denaro destinato al sostegno del terrorismo, non esiste per gli Stati Uniti alleato più importante del Somaliland; eppure, la deputata Ilhan Omar (deputata democratica del Minnesota) cerca ripetutamente di promuovere gli interessi di Mogadiscio e il mantenimento dello status quo da cui trae vantaggio.
I pericoli derivanti dalla crescente convergenza tra marxisti, islamisti e khalistani sono molteplici. In primo luogo, essa normalizza e giustifica movimenti estremisti violenti. In secondo luogo, demonizza determinati gruppi, come ebrei e indù, utilizzando le etichette di “sionista” e “hindutva” per screditarli e metterli a tacere. In terzo luogo, cerca di indebolire le importanti intese strategiche degli Stati Uniti con Israele, India e altri Paesi alleati, fondamentali per la sicurezza nazionale e la cooperazione nella lotta al terrorismo. Senza queste intese, un nuovo 11 settembre sarebbe inevitabile.
(*) Tratto dal Washington Examiner
(**) Traduzione a cura di Angelita La Spada
Aggiornato il 18 settembre 2026 alle ore 09:30
