Cosa si prova sotto un attacco missilistico russo
Foto: Ansa

In questi giorni ho letto la testimonianza di Clara Kaluderovic, co-fondatrice e Ceo della no-profit Mental Help Global, e mi ha profondamente colpito. È il racconto di una delle tante notti che gli ucraini vivono ormai da anni. Credo valga la pena condividerlo, perché aiuta a comprendere cosa significhi trovarsi sotto un bombardamento russo: sentirne i boati, cercare un rifugio e chiedersi quanto tempo rimanga prima dell’impatto.

“Era quasi mezzanotte e mi trovavo – racconta Clara – su un treno notturno che attraversava Kyiv, di ritorno da alcuni incontri con comandanti ucraini a Kharkiv, Dnipro e Pavlohrad, quando la porta del mio scompartimento si spalancò. Una voce gridò: Alzatevi subito. Sta arrivando un missile balistico. Dobbiamo scendere dal treno. Non c’era tempo per pensare, solo per calcolare: quanti minuti ci restano? Afferrai passaporto, portafoglio e telefono. Il primo boato arrivò non appena entrammo in stazione. Il secondo, molto più forte, investì i passeggeri che ancora stavano scendendo. Il capostazione corse verso di noi gridando: Correte!

Corremmo verso il sottopassaggio mentre i boati continuavano. Quattrocento ucraini si accalcarono sottoterra. Gli addetti distribuivano acqua e tè, calmi e stanchi. I bambini, ancora in pigiama, si stringevano ai genitori con in volto una paura che nessun bambino dovrebbe mai conoscere. Da madre, è uno sguardo che non dimenticherò mai. Un’esplosione sembrò provenire dalla fine della piattaforma. In seguito, scoprii che era avvenuta a cinque chilometri di distanza. Ecco cosa fa un attacco balistico ai sensi. I droni tendono a essere più lenti e consentono un certo preavviso. I missili balistici arrivano invece con così pochi minuti – a volte secondi – di anticipo e a tale velocità che l’allarme sembra tardivo. Da una camera d’albergo si sentono sirene e tonfi lontani senza comprendere fino in fondo ciò che accade. All’aperto, invece, si comprende esattamente cosa la Russia sta riversando sull’Ucraina”.

Dopo aver letto questa testimonianza, ho visto alcuni dei video circolati dopo l’attacco russo nella notte tra il 19 e il 20 agosto: ventidue missili in due ondate, tra cui Iskander, Zircon ipersonici e KN-23 nordcoreani. Uno ha colpito un edificio residenziale. Immagini drammatiche, capaci di restituire in pochi secondi tutta la violenza e l'orrore di una notte di guerra.

E non è stato un episodio isolato. Il giorno seguente i bombardieri russi Tu-95 sono decollati per colpire nuovamente Kyiv. Tra gli obiettivi raggiunti, un condominio, una scuola e un ospedale pediatrico.

La Russia continua a riversare sull’Ucraina un arsenale sempre più sofisticato, punendo un Paese colpevole soltanto di avere resistito all’invasione.

Oggi emergono almeno tre minacce particolarmente gravi, rispetto alle quali l’Ucraina non dispone ancora di risposte adeguate.

La prima sono i missili balistici. Il tempo per individuarli, lanciare l’allarme e intercettarli è estremamente ridotto. Con l’avvicinarsi dell’inverno, nuovi attacchi alla rete energetica possono tradursi ancora una volta in freddo e buio per milioni di civili.

La seconda riguarda le bombe plananti. La Russia dota le vecchie FAB sovietiche, fino a tre tonnellate, di kit di planata e le sgancia da Su-34 e Su-35 a distanza dalle difese ucraine. Le versioni più recenti possono raggiungere circa 150 chilometri e Mosca ne impiega centinaia ogni settimana.

La terza minaccia sono i nuovi Shahed a reazione. I droni intercettori ucraini si sono dimostrati efficaci contro le versioni a elica; Mosca ha risposto introducendo varianti più veloci, anche con motori a turbina cinesi. L’Ucraina sta sviluppando intercettori più rapidi, ma portarli su larga scala richiede tempo.

E questo non è soltanto un problema ucraino. L’architettura d'attacco che la Russia perfeziona – economica, veloce, producibile in serie e sempre più precisa – coinvolge Corea del Nord e componentistica cinese ed è osservata dall’Iran. Ciò che Mosca impara su Kyiv diventa esperienza anche per altri avversari dell’Occidente.

Esistono almeno quattro modi concreti per aiutare l’Ucraina. Il primo è fornire rapidamente gli intercettori di cui ha urgente bisogno: una soluzione tampone, ma indispensabile per salvare vite e guadagnare tempo. Il secondo è creare una task force congiunta per sviluppare sistemi antibalistici efficaci e producibili su larga scala. Gli ingegneri ucraini hanno già dimostrato cosa sappiano realizzare sotto pressione. Sviluppare insieme questa capacità significherebbe condividere domani l’esperienza maturata oggi. Il terzo è consentire all’Ucraina di colpire i sistemi prima del lancio, non soltanto le postazioni balistiche ma anche l’ecosistema che le sostiene in Russia. I lanciatori sono mobili; depositi e strutture logistiche molto meno. Neutralizzare la minaccia alla fonte può essere più efficace che intercettarla in volo.

Infine, servono altri F-16. L’Ucraina li utilizza già contro alcune minacce aeree. Più velivoli consentirebbero di ampliare la copertura del territorio e liberare altre risorse della difesa aerea.

Ma dietro missili, intercettori, radar e statistiche rimane qualcosa che rischiamo di dimenticare.

Rimane una donna che afferra il passaporto e il telefono senza sapere quanti minuti le restino. Rimane un capostazione che grida Correte!. Rimangono quattrocento persone ammassate sotto una stazione ferroviaria nel cuore dell’Europa. E rimangono soprattutto quei bambini in pigiama che si stringono ai propri genitori mentre sopra le loro teste esplodono missili balistici.

Non dovremmo mai abituarci a quelle immagini. L’assuefazione è forse uno dei risultati più insidiosi che questa guerra può produrre lontano dal fronte: trasformare l’eccezionale in normale, la paura quotidiana di milioni di persone in una notizia tra le altre.

Vorrei che un giorno, ripensando a questi anni, potessimo dire che i Paesi occidentali non si limitarono a guardare. Che compresero in tempo ciò che stava accadendo. E che fecero tutto ciò che era nelle loro possibilità per porre fine alla distruzione e al terrore che la Russia continua a infliggere all’Ucraina.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza

Aggiornato il 26 agosto 2026 alle ore 11:06