Le vittorie che esistono solo al Cremlino
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Nelle guerre la conquista di una città dovrebbe essere un fatto relativamente semplice da verificare. Eppure, nella guerra di aggressione russa contro l’Ucraina, anche la geografia è diventata materia di propaganda. Il 1° settembre Vladimir Putin ha annunciato con soddisfazione che le forze russe avevano conquistato Sviatohirsk, nella regione di Donetsk. Pochi giorni dopo, il comandante ucraino Andriy Biletsky (nella foto) ha registrato un video proprio nel centro della città, ancora sotto controllo ucraino, invitando con sarcasmo i vertici politici e militari russi a smettere di rendersi ridicoli. Non era neppure la prima volta. Nel dicembre 2025 Volodymyr Zelenskyy si era recato personalmente a Kupyansk dopo che Mosca ne aveva ripetutamente annunciato la conquista. Anche allora erano bastate poche immagini per dimostrare la distanza tra i comunicati del Cremlino e la realtà sul terreno. Potrebbe sembrare soltanto l’ennesimo episodio della guerra dell’informazione. In realtà il fenomeno è più interessante, perché le vittorie premature o semplicemente inesistenti rivendicate da Mosca raccontano qualcosa delle difficoltà che la Russia incontra nel trasformare la propria enorme superiorità teorica in risultati strategici decisivi. Dopo oltre quattro anni e mezzo di guerra, la Federazione russa controlla meno di un quinto del territorio ucraino e continua a combattere, in numerosi settori, a distanze relativamente modeste dalle linee dalle quali era partita nel febbraio 2022. È un risultato che appare ancora più significativo se confrontato con le aspettative iniziali di chi considerava le Forze armate russe una macchina militare capace di piegare rapidamente l’Ucraina. Il 2026 ha reso questa contraddizione ancora più evidente. L’offensiva russa prosegue, la pressione lungo il fronte resta elevata e nessuno può permettersi di sottovalutare le risorse che Mosca è ancora in grado di mettere in campo.

Ma avanzare non significa necessariamente ottenere un successo strategico. Le conquiste territoriali russe sono rallentate sensibilmente e in alcuni mesi l’Ucraina ha persino registrato guadagni territoriali netti. All’inizio di settembre Emil Kastehelmi, cofondatore del gruppo finlandese Black Bird Group, ha definito fallita la campagna estiva russa del 2026, osservando come, nonostante gli attacchi continui su un fronte molto esteso, l’avanzata sia ormai prossima alla stagnazione. Anche i numeri proclamati da Mosca richiedono quindi cautela. Il 1° settembre Putin ha sostenuto che nel solo mese di agosto le forze russe avevano conquistato quindici centri abitati e circa 270 chilometri quadrati nella regione di Donetsk. Le ricostruzioni basate su fonti aperte dell’Institute for the Study of War restituiscono un quadro assai diverso: poco più di 73 chilometri quadrati risultavano effettivamente conquistati nella regione durante lo stesso periodo, mentre altre aree indicate sulle mappe rappresentavano avanzamenti o infiltrazioni non equivalenti a un controllo territoriale consolidato. Lo stesso istituto ricorda inoltre che Putin ha indicato in numerose occasioni scadenze entro le quali le forze russe avrebbero dovuto completare la conquista dell’intera regione di Donetsk. Nessuna è stata rispettata. Questo non significa che il Cremlino creda necessariamente alle proprie statistiche. Il messaggio ha almeno due destinatari differenti. Il primo si trova fuori dalla Russia. Da mesi Putin cerca di convincere gli interlocutori occidentali che l’esito della guerra sia sostanzialmente già deciso e che continuare ad armare Kyiv serva soltanto a rinviare l’inevitabile. È una componente essenziale della strategia russa: se non è possibile ottenere rapidamente la vittoria sul campo, si può tentare di persuadere gli avversari che quella vittoria sia comunque inevitabile.

Anche durante il recente incontro a Mosca con gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner, Putin ha insistito sui presunti progressi realizzati dall’esercito russo. I colloqui sono stati definiti utili dal Cremlino, ma non hanno prodotto alcuna svolta, mentre le posizioni delle parti restano profondamente distanti. Il secondo destinatario è interno. Per anni il potere russo ha cercato di tenere la guerra lontana dalla quotidianità della maggioranza della popolazione, trasformandola in una sorta di operazione permanente ma distante, combattuta da professionisti, volontari e mobilitati mentre il resto del Paese continuava apparentemente a vivere come prima. Con il passare del tempo questa separazione è diventata più difficile. Gli attacchi ucraini con droni raggiungono ormai obiettivi sempre più lontani dal confine, mentre il peso economico, industriale e umano della guerra diventa progressivamente più difficile da nascondere. In questo contesto l’annuncio continuo di nuovi successi assolve una funzione evidente: dimostrare ai russi che i sacrifici stanno producendo risultati e che il tempo continua a lavorare per Mosca. Il problema è che la distorsione della realtà, quando diventa sistemica, non rimane confinata alla propaganda. Può trasformarsi in un difetto del processo decisionale. Anche diversi blogger militari russi hanno denunciato una cultura nella quale i comandanti tenderebbero a comunicare ai superiori ciò che questi desiderano sentirsi dire, enfatizzando i risultati e minimizzando insuccessi e perdite.

È un meccanismo antico nelle strutture autoritarie: quando portare cattive notizie può compromettere una carriera, le cattive notizie tendono progressivamente a scomparire dai rapporti. Ma non scompaiono dal campo di battaglia. La differenza tra propaganda destinata al pubblico e informazioni necessarie a chi deve prendere decisioni diventa allora decisiva. Sarebbe però un errore dedurre dalle difficoltà dell’offensiva russa che la guerra stia avvicinandosi automaticamente alla sua conclusione. Mosca conserva una notevole capacità distruttiva e può compensare la mancanza di uno sfondamento decisivo sul terreno aumentando la pressione altrove. È quanto sta già accadendo con l’impiego massiccio di droni e missili contro le città e le infrastrutture ucraine, nel tentativo di saturare una difesa aerea che dispone inevitabilmente di risorse limitate. Parallelamente, la Russia continua a esercitare pressione sull’Europa attraverso operazioni riconducibili alla cosiddetta zona grigia: sabotaggi, cyberattacchi, interferenze e attività clandestine che rimangono al di sotto della soglia di un confronto militare diretto con la Nato, ma che contribuiscono a innalzare il costo politico del sostegno all’Ucraina. È proprio qui che le presunte vittorie russe acquistano il loro significato più importante.

Putin non ha bisogno soltanto di conquistare territorio: ha bisogno che in Europa e negli Stati Uniti si consolidi la convinzione che resistergli sia inutile. La percezione dell’inevitabilità della vittoria russa può diventare, in questa fase, un’arma quasi altrettanto importante dei missili e dei droni. Se l’Occidente accetta questa premessa, Mosca può ottenere al tavolo negoziale ciò che non è riuscita a conquistare sul campo. Se invece quella premessa viene sottoposta alla verifica dei fatti, il quadro cambia sensibilmente. L’esercito russo rimane pericoloso, dispone di uomini, armamenti e capacità industriali considerevoli e continua a infliggere all’Ucraina costi enormi. Ma non è l’esercito irresistibile descritto dalla propaganda del Cremlino. Dopo anni di combattimenti e perdite immense, continua a cercare lo sfondamento decisivo che avrebbe dovuto ottenere molto tempo fa. Ed è forse proprio per questo che Mosca ha sempre maggiore necessità di annunciare città conquistate prima ancora di averle conquistate. Quando la realtà non offre abbastanza vittorie, alla propaganda non resta che anticiparle.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza

Aggiornato il 11 settembre 2026 alle ore 11:22