Le guerre raramente cominciano nel momento in cui viene sparato il primo colpo. Prima arrivano le parole, le accuse, la costruzione di una minaccia, la progressiva trasformazione di un Paese vicino in un problema da risolvere. È un processo che la Russia di Vladimir Putin ha già mostrato di saper utilizzare e che, oggi, sembra riaffiorare con crescente insistenza nei confronti dei Paesi baltici. Il 25 settembre, parlando a San Pietroburgo, Putin ha assicurato che la Russia non starebbe preparando una guerra contro l’Europa e ha definito le preoccupazioni europee sulla minaccia russa come una forma di provocazione. Nello stesso intervento, tuttavia, ha accusato Estonia, Lettonia e Lituania di violare i diritti della popolazione russofona, aggiungendo che Mosca conoscerebbe il problema e avrebbe già elaborato un modo per reagire. È proprio questa seconda parte del messaggio a meritare attenzione. Non perché dimostri l’esistenza di un piano militare contro i Baltici – non esistono elementi pubblici sufficienti per affermarlo – ma perché ripropone un argomento che occupa da tempo un posto preciso nella narrativa del Cremlino: la Russia come garante e protettrice delle comunità russe o russofone residenti oltre i propri confini. Il contesto rende quelle parole ancora meno trascurabili.
Il 25 settembre l’agenzia statale Ria Novosti ha pubblicato un articolo dal titolo eloquente: “La Russia attende un’altra operazione militare speciale. Sarà molto breve”. Il Paese indicato era la Lituania. Nel testo veniva prospettato persino l’impiego di missili con armamento nucleare. L’articolo è rimasto online soltanto poche ore prima di essere cancellato. La direzione dell’agenzia ha successivamente preso le distanze dal contenuto, sostenendo che non rifletteva la linea editoriale né la politica dello Stato russo. La rimozione del testo non cancella però il significato dell’episodio. Un articolo di questo genere non è apparso su un oscuro canale Telegram, ma sul sito di una delle principali agenzie di informazione controllate dallo Stato russo. E si inserisce in una più ampia proliferazione di dichiarazioni, commenti televisivi e messaggi intimidatori rivolti negli ultimi anni ai Paesi europei. La contraddizione diventa quindi evidente. Da una parte Mosca sostiene che l’Europa stia alimentando artificialmente la paura di un attacco russo; dall’altra, una parte dell’apparato politico e mediatico russo continua a evocare scenari di confronto, rappresaglie e distruzione contro Stati membri della Nato. Non significa necessariamente che il Cremlino abbia deciso di trasformare quelle parole in ordini operativi. Significa, però, che la minaccia militare è diventata parte del linguaggio attraverso il quale la Russia cerca di esercitare pressione sull’Europa. La tensione non riguarda soltanto i Baltici.
A margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul ha incontrato Sergej Lavrov nel primo colloquio diretto tra i capi delle diplomazie dei due Paesi dall’inizio dell’invasione russa su vasta scala dell’Ucraina nel 2022. Berlino ha chiesto a Mosca di interrompere quello che ha definito un “pericoloso percorso di escalation” nei confronti della Germania e dell’Europa. Lavrov ha respinto le accuse. Pochi giorni prima, al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, anche il ministro degli Esteri polacco Radosław Sikorski aveva accusato direttamente Mosca delle operazioni di sabotaggio condotte in Europa. È il segnale di un confronto che ormai si sviluppa ben oltre il campo di battaglia ucraino e comprende cyberattacchi, sabotaggi, interferenze elettroniche, operazioni clandestine, disinformazione e provocazioni ai confini dell’Alleanza Atlantica. Non si tratta soltanto della percezione di alcuni governi dell’Europa orientale. La Nato afferma che negli ultimi mesi le attività russe – dalle violazioni dello spazio aereo agli episodi con droni fino alle operazioni ibride – stanno mettendo alla prova la capacità di risposta degli alleati.
L’Alleanza considera inoltre la coercizione militare e la retorica intimidatoria parte degli strumenti ibridi utilizzati da Mosca per perseguire i propri obiettivi politici. Resta però una domanda fondamentale: la Russia possiede oggi le forze necessarie per aprire un nuovo fronte convenzionale contro la Nato? Sul breve periodo le forze russe continuano a essere pesantemente impegnate in Ucraina e soffrono carenze di personale e di alcune capacità necessarie per sostenere un conflitto convenzionale contro l’Alleanza. Un consistente trasferimento di forze verso le frontiere baltiche richiederebbe quindi di sottrarre risorse al fronte ucraino. Questo, tuttavia, non significa che il problema possa essere archiviato. Il National Threat Assessment 2026 della Lituania rileva che la Russia continua ad ampliare le proprie capacità militari in prossimità del fianco orientale della Nato e a riorganizzare le proprie forze, nonostante l’enorme assorbimento di uomini e materiali provocato dalla guerra di aggressione contro l’Ucraina. È precisamente questa distinzione temporale a essere decisiva. Una guerra convenzionale contro la Nato non appare oggi una prosecuzione semplice o immediata della campagna militare russa in Ucraina.
Ma sarebbe altrettanto imprudente confondere l’attuale difficoltà operativa di Mosca con una rinuncia strategica permanente. Le capacità militari possono essere ricostituite; le unità possono essere riorganizzate; le condizioni internazionali possono cambiare. Nel frattempo, esiste un livello inferiore allo scontro aperto nel quale la Russia dispone già degli strumenti per agire. Sabotaggi, cyberattacchi, operazioni di influenza, violazioni dello spazio aereo, disturbo delle comunicazioni e pressione sulle infrastrutture critiche consentono di misurare le reazioni occidentali senza oltrepassare necessariamente quella soglia che provocherebbe una risposta militare collettiva della Nato. È precisamente questo spazio grigio tra pace e guerra a rappresentare una delle principali vulnerabilità della sicurezza europea contemporanea. Per questo le parole sui russofoni dei Paesi baltici non possono essere considerate una semplice digressione retorica. Non dimostrano che domani i carri armati russi attraverseranno una frontiera della Nato. Ma contribuiscono alla costruzione di una narrativa che potrebbe essere utilizzata, qualora Mosca lo ritenesse conveniente, per giustificare pressioni sempre più aggressive. La questione, dunque, non è prevedere una data per una possibile guerra tra Russia e Nato. È comprendere il metodo. Prima si costruisce il torto, poi si individua la comunità da “proteggere”; quindi, si accusa l’avversario di provocazione e infine si presenta la propria reazione come inevitabile. L’Europa ha già visto questo copione. Ed è proprio per questo che, quando dal Cremlino si torna a parlare dei “diritti dei russofoni” oltre i confini della Federazione Russa, sarebbe un errore ascoltare soltanto le rassicurazioni che vengono pronunciate nella frase precedente.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
Aggiornato il 29 settembre 2026 alle ore 10:59
