Iran: Khamenei sarebbe in punto di morte
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L’Iran potrebbe perdere il secondo ayatollah in sei mesi. Era il 28 febbraio quando un attacco congiunto di Stati Uniti e Israele ha ucciso Ali Khamenei, e sembrerebbe che nelle ultime ore il successore, Mojtaba Khamenei, sia in punto di morte. Secondo quanto riferiscono due fonti vicine alla figura di Masoud Pezeshkian a IranWire – sito di informazione con sede a Londra che si avvale del lavoro di giornalisti della diaspora iraniana e di collaboratori interni – Khamenei non avrebbe incontrato alcun rappresentante del governo dopo il raid statunitense del 28 febbraio contro il complesso della Guida suprema, nel quale sarebbero rimasti uccisi suo padre e altri familiari. Le stesse fonti sostengono il leader verserebbe in condizioni estremamente gravi e potrebbe morire da un momento all’altro.

Da quando ha assunto la guida della Repubblica islamica, Mojtaba non è mai comparso in pubblico né ha pronunciato discorsi ufficiali. Le uniche comunicazioni attribuitegli sono alcune lettere diffuse dalle agenzie di stampa statali, circostanza che ha contribuito ad alimentare dubbi sulle sue reali condizioni di salute e persino sulla sua sopravvivenza. Una fonte vicina al governo di Pezeshkian ha confermato che nessun esponente dell’esecutivo ha avuto contatti diretti con lui, aggiungendo che il suo stato fisico sarebbe molto compromesso. “Non ci sorprenderebbe apprendere presto la notizia del suo martirio”, ha detto.

Tutto questo mentre Donald Trump vuole più unità che mai nel suo Paese. Le fughe di notizie su munizioni e pressioni interne negli Stati Uniti non sono piaciute al tycoon, che avrebbe avviato un indagine per vederci chiaro. Secondo il Wall Street Journal, la decisione è arrivata dopo settimane di articoli che descrivono livelli di munizioni ritenuti preoccupanti da alcuni funzionari, nonostante la Casa Bianca continui a ribadire che gli Usa dispongono delle risorse necessarie per affrontare un eventuale confronto con Teheran e con potenze come Russia e Cina. A pesare sarebbe anche la “crescente frustrazione di Trump per la mancanza di soluzioni efficaci” in grado di costringere l’Iran ad abbandonare il proprio programma nucleare o, più in generale, a mettere fine al conflitto.

E tutti intorno all’Iran vogliono fare scudo contro la Repubblica islamica. Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif e il capo dell’esercito Asim Munir sono arrivati in Arabia Saudita per una visita in programma fino a domani, mentre per oggi è atteso anche il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, secondo quanto comunicato dalla presidenza di Ankara. Il Ministero degli Esteri pakistano ha precisato che la missione si svolgerà dal 6 all8 agosto. “Sebbene si svolga nel contesto di crescenti tensioni nel Golfo, la visita avrà un significato che va oltre la crisi immediata e le considerazioni a breve termine”, aveva affermato ieri il portavoce del Ministero degli Esteri, Tahir Andrabi. Da mesi Pakistan, Turchia e Arabia Saudita sono indicati come possibili protagonisti di una futura alleanza strategica. Islamabad ha cercato di favorire una mediazione per porre fine alla guerra tra Stati Uniti e Iran, mentre Ankara ha assunto un ruolo diplomatico nei negoziati legati al conflitto di Gaza. Riad e Islamabad, inoltre, avevano già annunciato un patto di difesa congiunto per il 2025, un’intesa che ha suscitato particolare attenzione considerando che il Pakistan resta l’unico Paese del mondo musulmano in possesso di armi nucleari.

Aggiornato il 07 agosto 2026 alle ore 15:59