Otto milioni di libri ridotti in cenere in poche ore. Ventottomila titoli cancellati. Tra questi, 600mila manuali scolastici che avrebbero dovuto raggiungere le scuole ucraine entro il primo settembre. È il bilancio dell’attacco russo del 1° agosto contro il centro logistico automatizzato della casa editrice Ranok, a Kharkiv. Due droni a reazione hanno colpito lo stesso punto, provocando un incendio che ha interessato circa diecimila metri quadrati. In un solo attacco è andato distrutto un numero di volumi equivalente a circa un terzo dell’intera produzione libraria annuale dell’Ucraina. Sarebbe comodo parlare ancora una volta di un errore, di un bersaglio mancato o dell’ennesimo danno collaterale. Ma quando lo stesso luogo viene colpito due volte e quando quel luogo contiene libri in lingua ucraina e manuali destinati ai bambini, la spiegazione della casualità diventa sempre meno credibile. Soprattutto perché non si tratta di un episodio isolato. Nel solo mese di luglio gli attacchi russi avevano già distrutto più di un milione e mezzo di libri ucraini. Il 2 luglio un bombardamento contro Kyiv ha incendiato il magazzino nel quale erano custodite circa 800mila copie della casa editrice BookChef. Nella notte tra il 18 e il 19 luglio un missile balistico ha devastato la tipografia Konvi: 250mila manuali per gli studenti della nona classe, già stampati e pronti per essere consegnati, sono andati perduti, mentre materiali editoriali per altre 350mila copie sono stati danneggiati. Nello stesso attacco è stato distrutto il magazzino della casa editrice Knyholove, con altri 250mila libri.
In meno di un mese, dunque, la Russia ha colpito case editrici, tipografie, depositi e centri di distribuzione. Non soltanto luoghi nei quali i libri vengono conservati, ma l’intera catena che consente a un testo di essere scritto, stampato e portato nelle scuole, nelle librerie e nelle case. Il precedente più tragico risale al 23 maggio 2024, quando un missile russo colpì Faktor Druk a Kharkiv, il più importante complesso tipografico del Paese. Sette lavoratori furono uccisi e ventuno rimasero feriti. Più di 50mila libri bruciarono insieme agli impianti di un’azienda che, prima dell’attacco, rappresentava una parte essenziale della capacità editoriale ucraina. Queste cifre descrivono un danno economico enorme, ma non ne esauriscono il significato. Un libro non è soltanto carta, inchiostro e valore commerciale. Contiene una lingua, una visione del mondo, una ricostruzione della storia. Trasmette ai bambini i nomi dei luoghi nei quali vivono, racconta loro da dove vengono e permette a una comunità di riconoscersi come nazione. È precisamente questo che il Cremlino cerca di spezzare. Nei territori occupati, dove non sono necessari missili o droni, la stessa operazione viene condotta attraverso la scuola, la censura e la repressione. Un rapporto pubblicato da Human Rights Watch nel luglio 2026 documenta come le autorità russe impongano il programma scolastico di Mosca, escludano l’insegnamento in lingua ucraina e sorveglino o puniscano gli studenti che continuano a seguire a distanza le lezioni del sistema ucraino. Telefoni controllati, abitazioni perquisite, famiglie minacciate e bambini indirizzati verso programmi educativi militarizzati: la scuola viene trasformata nello strumento attraverso il quale sostituire progressivamente un’identità con un’altra. A Mariupol questo processo è cominciato subito dopo l’occupazione.
Nel giugno 2022 la biblioteca della chiesa di Petro Mohyla, che custodiva circa duemila volumi in lingua ucraina, fu confiscata e bruciata nel cortile della chiesa. Successivamente, i libri dell’Università statale di Pryazovskyi furono gettati dalle finestre e portati via. Secondo la direttrice della biblioteca centrale della città, gli occupanti hanno distrutto tutti i libri in lingua ucraina presenti a Mariupol. Cambia il metodo, ma non cambia l’obiettivo. Dove arrivano i missili, bruciano le tipografie. Dove arrivano le truppe d’occupazione, vengono svuotate le biblioteche. Nelle scuole scompare la lingua ucraina, la storia viene riscritta secondo la versione del Cremlino e i simboli nazionali vengono rimossi. La guerra russa contro l’Ucraina non è mai stata soltanto una guerra per il controllo di alcune province. L’idea stessa che l’Ucraina rappresenti una nazione distinta, dotata di una propria storia, di una propria lingua e di una cultura autonoma, contraddice la narrazione ideologica sulla quale Vladimir Putin ha costruito l’invasione. Per questo i libri diventano bersagli. Un deposito di munizioni può alimentare la resistenza militare. Una centrale elettrica può sostenere l’economia. Ma una tipografia alimenta qualcosa che, per un regime imperiale, può risultare ancora più pericoloso: la consapevolezza di appartenere a una comunità nazionale che non intende essere assorbita. I tiranni hanno sempre avuto paura dei libri. Temono le parole perché non possono controllarne completamente gli effetti.
Temono la storia perché conserva ciò che la propaganda vorrebbe cancellare. Temono la letteratura perché consente agli individui di immaginare un futuro diverso da quello stabilito dal potere. Bruciare un libro significa tentare di interrompere la trasmissione della memoria. Bruciarne otto milioni significa dichiarare guerra alla memoria di un intero popolo. Eppure, proprio la sistematicità di questi attacchi dimostra il fallimento politico dell’invasione. Dopo oltre quattro anni di guerra, la Russia può ancora distruggere un magazzino, ma non è riuscita a convincere gli ucraini di non essere una nazione. Può imporre i propri manuali nelle scuole occupate, ma deve sorvegliare i bambini che studiano clandestinamente in ucraino. Può bruciare le copie del Kobzar di Taras Shevchenko, ma non può eliminare ciò che quelle pagine rappresentano. Ogni libro ucraino trasformato in cenere ricorda dunque perché la resistenza dell’Ucraina è importante. Questa guerra non riguarda soltanto il possesso di una porzione di territorio. Riguarda il diritto di un popolo a chiamare le proprie città con i loro nomi, a insegnare ai figli la propria lingua, a leggere i propri poeti e a conservare la propria memoria. La Russia può bruciare la carta. Ma finché esisteranno ucraini disposti a ristampare quei libri, non riuscirà a cancellare l’Ucraina.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
Aggiornato il 04 agosto 2026 alle ore 10:38
