Una vacanza, un soggiorno estivo, qualche settimana lontano dalla guerra per riposarsi e recuperare energie. È con argomenti di questo genere che, da anni, bambini ucraini vengono trasferiti dai territori temporaneamente occupati verso la Russia. Il problema è che alcuni di quei viaggi hanno un biglietto di sola andata. L’ultimo caso è stato reso noto il 9 settembre dal Servizio di intelligence estero dell’Ucraina (Szru): durante l’estate, i minori ospitati in un orfanotrofio della parte occupata della regione di Donetsk sarebbero stati portati in Russia con il pretesto di un programma di “ozdorovlennie”, termine che può indicare un soggiorno finalizzato al recupero fisico, alla salute o semplicemente al riposo. Non tutti, però, sarebbero tornati. Almeno due bambini sarebbero stati affidati a tutela e trasferiti nella regione di Mosca. Le autorità ucraine stanno ancora cercando di stabilire dove si trovino e quale sia oggi il loro status giuridico.
Considerato isolatamente, potrebbe apparire come uno degli innumerevoli episodi prodotti dall’occupazione. Non lo è. Il trasferimento dei bambini sotto la copertura di vacanze, cure mediche, campi estivi, attività culturali o programmi educativi costituisce uno schema documentato fin dai primi mesi della guerra di aggressione russa contro l’Ucraina. In alcuni casi i genitori avevano inizialmente acconsentito a soggiorni che avrebbero dovuto essere temporanei, salvo poi incontrare ostacoli nel riavere i figli; in altri, il consenso non era stato prestato oppure i minori provenivano da istituti e strutture assistenziali. Una volta attraversato il confine o trasferiti altrove nei territori occupati, recuperarli può trasformarsi in una ricerca lunga mesi o anni. Ed è proprio l’apparente normalità della procedura a renderla particolarmente efficace: non sempre servono uomini armati che strappano un bambino dalle braccia della madre. Talvolta basta un autobus diretto verso un campo estivo e la promessa che tornerà qualche settimana dopo.
Le dimensioni del sistema sono ormai difficili da ricondurre a iniziative occasionali delle amministrazioni di occupazione. Nel settembre 2025 lo Humanitarian Research Lab della Yale School of Public Health ha individuato almeno 210 strutture in Russia e nei territori ucraini occupati nelle quali erano stati condotti bambini provenienti dall’Ucraina: campi estivi, sanatori, centri per famiglie, strutture educative, un monastero e persino una base militare. In almeno 130 di questi siti i ricercatori hanno documentato attività di “rieducazione”, cioè programmi culturali, patriottici o politici coerenti con la narrativa russa; in almeno il 18 per cento delle strutture sono state riscontrate forme di militarizzazione. Alcuni minori sono stati sottoposti ad addestramento militare o paracadutistico e, in determinati casi, impiegati in attività collegate alla produzione di equipaggiamenti destinati alle forze armate russe. Yale ritiene che la rete abbia una capacità sufficiente a ospitare per periodi prolungati decine di migliaia di bambini.
Un’ulteriore indagine pubblicata da Yale nel marzo scorso ha ricostruito anche il coinvolgimento di strutture riconducibili ai colossi energetici russi Gazprom e Rosneft. Secondo i ricercatori, società controllate, organizzazioni sindacali e strutture collegate alle due compagnie avrebbero finanziato o facilitato, tra il 2022 e il 2025, il trasferimento e la rieducazione di circa 2.158 bambini provenienti dai territori occupati, attraverso voucher, trasporti e campi nei quali venivano svolte attività di indottrinamento filorusso. Lo studio precisa di non esprimersi sulla responsabilità giuridica delle aziende, ma contribuisce a mostrare quanto l’infrastruttura che circonda questi trasferimenti sia estesa e non limitata all’apparato militare o alle sole amministrazioni di occupazione.
Sul piano internazionale, nel frattempo, la qualificazione di quanto sta accadendo è diventata molto più netta. Già nel marzo 2023 la Corte penale internazionale aveva emesso mandati di arresto nei confronti di Vladimir Putin e della commissaria russa per i diritti dell’infanzia Maria Lvova-Belova, ritenendoli sospettati dei crimini di guerra consistenti nella deportazione illegale e nel trasferimento illegale di bambini dalle aree occupate dell’Ucraina alla Federazione Russa. Ma nel marzo 2026 la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sull’Ucraina è andata oltre. Dopo aver verificato direttamente i casi di 1.205 minori provenienti dalle regioni di Donetsk, Luhansk, Kherson, Kharkiv e Mykolaiv, ha concluso che deportazioni e trasferimenti forzati sono stati realizzati secondo uno schema diffuso e sistematico, coordinato ai più alti livelli dell’apparato statale russo, e costituiscono non soltanto crimini di guerra ma anche crimini contro l’umanità. Circa l’80 per cento dei bambini esaminati dalla Commissione non risultava ancora rientrato.
I numeri complessivi restano inevitabilmente più ampi di quelli che gli organismi internazionali sono riusciti a verificare individualmente. La piattaforma ufficiale ucraina “Children of War”, aggiornata all’8 settembre, registrava 20.651 bambini deportati o trasferiti forzatamente e 2.557 rientrati. Le autorità ucraine precisano da tempo che stabilire la cifra reale è impossibile finché una parte consistente del territorio rimane sotto occupazione e Mosca non fornisce elenchi completi e verificabili. Ed è forse questo l’aspetto più inquietante della vicenda. Dietro ogni statistica esiste un problema molto concreto: sapere dove si trovi un bambino, con quale nome sia registrato, chi ne eserciti la tutela e se sia stato inserito in una famiglia russa o avviato verso un percorso di adozione.
Il caso dei due minori dell’orfanotrofio della regione di Donetsk assume allora un significato diverso. Non rappresenta soltanto l’ennesima denuncia proveniente da Kyiv, ma riproduce quasi esattamente un meccanismo che indagini indipendenti hanno ricostruito su scala molto più vasta: trasferimento temporaneo, allontanamento dal luogo d’origine, possibile modifica dello status personale e successiva difficoltà nel ritorno. La “vacanza” diventa così uno strumento amministrativo dell’occupazione. Prima si allontana il bambino dal suo ambiente, poi si indeboliscono i legami con famiglia, lingua e comunità, infine si inserisce il minore in un sistema educativo e sociale costruito intorno all’identità russa. Non occorre che ogni viaggio termini con un’adozione perché il meccanismo sia efficace. È sufficiente che, per alcuni bambini, quel viaggio non finisca affatto.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
Aggiornato il 10 settembre 2026 alle ore 10:26
