Mosca scopre lo Stato di diritto

Tatiana Navka, moglie di Dmitry Peskov, portavoce di Vladimir Putin, ha improvvisamente scoperto l’esistenza dello Stato di diritto. Non in Russia, naturalmente, dove oppositori, giornalisti e semplici cittadini possono essere condannati per avere espresso un’opinione sgradita al Cremlino. Lo ha scoperto nel cuore di quell’Europa che il marito e il Governo da lui rappresentato descrivono quotidianamente come decadente, ostile, russofoba e priva di qualsiasi legittimità morale. Navka ha presentato un ricorso al Tribunale dell’Unione europea contro il Consiglio dell’Ue, chiedendo l’annullamento degli atti con i quali il suo nome è stato mantenuto nell’elenco delle persone sottoposte a misure restrittive per le azioni russe contro l’integrità territoriale, la sovranità e l’indipendenza dell’Ucraina. Tuttavia, la moglie del portavoce del Cremlino non si è limitata a chiedere la cancellazione dalla lista. Vuole anche essere risarcita. La richiesta comprende 134.558 euro per le spese sostenute allo scopo di affidare la propria difesa a rappresentanti legali, almeno 1.903.000 euro per il presunto danno alla reputazione e per gli altri danni morali, oltre a ulteriori mille euro per ogni giorno successivo e agli interessi. In totale, più di due milioni di euro, destinati peraltro ad aumentare quotidianamente. Una manifestazione di sensibilità giuridica davvero commovente. Navka sostiene che il Consiglio dell’Unione europea non abbia motivato adeguatamente la decisione, abbia commesso errori di diritto e di valutazione dei fatti, non abbia dimostrato l’esistenza di un collegamento sufficiente tra lei e le circostanze colpite dalle sanzioni e abbia violato il suo diritto di difesa. Invoca, inoltre, la dignità umana e il diritto suo e dei figli al rispetto della vita familiare, accusando Bruxelles di averla utilizzata come simbolo attraverso un semplice “gesto politico”.

Dignità, vita familiare, diritto di difesa, obbligo di motivazione, valutazione imparziale delle prove. È difficile immaginare un catalogo di garanzie più distante dalla pratica quotidiana del sistema putiniano. Secondo gli atti europei, Navka non è stata sanzionata soltanto perché moglie di Peskov. Il Consiglio ha rilevato che è comproprietaria di società e beni situati, tra gli altri luoghi, nella penisola di Crimea, territorio ucraino illegalmente annesso dalla Federazione Russa. È stata pertanto considerata una persona che sostiene azioni capaci di compromettere o minacciare l’integrità territoriale, la sovranità e l’indipendenza dell’Ucraina, oltre a essere associata a un esponente del Cremlino già sanzionato. Naturalmente, Navka ha il diritto di contestare questa valutazione. Ed è proprio questo il punto. L’Unione europea che il Cremlino disprezza le consente di rivolgersi a un giudice indipendente, di essere assistita da un avvocato, di conoscere le ragioni delle misure adottate contro di lei, di contestare le prove, di invocare i diritti fondamentali e persino di pretendere un risarcimento milionario. Nessuno la arresterà per avere accusato il Consiglio europeo di avere agito in modo illegittimo. Nessuno dichiarerà il suo difensore un “agente straniero”. Nessun pubblico ministero chiederà una condanna per avere screditato le istituzioni dell’Unione. Il tribunale esaminerà gli argomenti delle parti e pronuncerà una decisione motivata. È questa la differenza tra un ordinamento fondato sul diritto e un regime fondato sull’obbedienza.

La possibilità di presentare un ricorso, naturalmente, non significa che le sanzioni europee siano immotivate. Significa che anche le decisioni politiche devono superare il controllo di legalità esercitato da un organo giurisdizionale indipendente. Alcuni ricorsi sono stati accolti quando il Consiglio non è riuscito a dimostrare in maniera sufficientemente precisa il collegamento personale del ricorrente con il potere russo o con le condotte colpite. Non è una prova della fragilità del sistema sanzionatorio, ma della serietà della giustizia europea. Se le motivazioni non reggono, il giudice annulla la decisione. Se gli elementi sono sufficienti, la conferma. È accaduto a Roman Abramovich. L’ex proprietario del Chelsea aveva contestato il congelamento dei propri beni, le limitazioni all’ingresso nell’Unione e la lesione dei suoi diritti fondamentali, chiedendo anche un milione di euro per il danno alla reputazione. Nel dicembre 2023 il Tribunale dell’Unione europea ha respinto il ricorso e la domanda risarcitoria, ritenendo giustificato il suo inserimento nelle liste in considerazione del ruolo ricoperto nel gruppo siderurgico e minerario Evraz, operante in un settore capace di fornire entrate rilevanti al governo russo. Il 26 marzo 2026 la Corte di giustizia ha inoltre respinto congiuntamente gli appelli di cinque influenti uomini d’affari russi: Dmitry Pumpyanskiy, Tigran Khudaverdyan, Viktor Rashnikov, Dmitry Mazepin e German Khan. La Corte ha confermato il congelamento dei loro fondi, riconoscendo la legittimità del criterio utilizzato per colpire importanti esponenti economici attivi in settori che producono entrate significative per lo Stato russo. Il punto, dunque, non è impedire agli esponenti dell’élite russa di difendersi.

Devono poterlo fare. Il paradosso consiste nel fatto che pretendono per sé quelle garanzie che il sistema politico dal quale traggono prestigio, ricchezza e influenza nega sistematicamente agli altri. In Europa scoprono il diritto alla proprietà quando vengono congelati i loro beni. Scoprono la vita familiare quando non possono più raggiungere una villa. Scoprono la dignità umana quando il loro nome compare in una lista di sanzionati. Scoprono il diritto di difesa quando un conto corrente viene bloccato. Le stesse garanzie diventano invece irrilevanti quando riguardano gli oppositori di Putin, i giornalisti indipendenti, gli attivisti, i prigionieri politici o i cittadini ucraini sottoposti all’occupazione russa. Nella concezione del Cremlino, il diritto non rappresenta un sistema di regole valido per tutti. È piuttosto un menu dal quale scegliere ciò che conviene. Le sentenze internazionali si ignorano quando impongono obblighi alla Russia, mentre le norme europee diventano improvvisamente sacre quando possono servire a sbloccare un patrimonio o ottenere un risarcimento. La vicenda contiene persino un ulteriore elemento di ironia. L’Ansa ricorda che nel 2023 Navka pubblicò un video nel quale appariva durante una festa in Grecia, impegnata nel tradizionale lancio dei piatti. Un soggiorno quantomeno singolare per una persona che, essendo inserita nella lista delle sanzioni, non avrebbe dovuto trovarsi nel territorio dell’Unione europea. Forse anche allora la signora Peskov aveva sviluppato una personale interpretazione dello Stato di diritto: rigoroso quando protegge i suoi interessi, piuttosto flessibile quando impone obblighi. La propaganda russa ripete che l’Europa sarebbe ormai priva di libertà, dominata da istituzioni arbitrarie e prossima al collasso. Eppure, quando occorre difendere una proprietà, una reputazione o un conto bancario, il sistema europeo sembra tornare improvvisamente affidabile. Abbastanza, almeno, da chiedergli più di due milioni di euro.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza

Aggiornato il 28 luglio 2026 alle ore 10:10