Un finto “D-Day”: l’Iran di traverso
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Come sta funzionando il blocco americano sugli scambi commerciali con l’Iran, denominato “D-Day” economico da Donald Trump? Vediamolo sui due versanti opposti di Asia e Medio Oriente. La Cina da sempre ha aggirato l’embargo Usa, acquistando il petrolio iraniano con un ribasso di 7-12 dollari rispetto ai prezzi di mercato, e nel solo 2025 Pechino ha assorbito il 90 per cento dell’export iraniano di petrolio grezzo, equivalente a metà delle entrate dell’Iran. Invece, sul versante arabo degli scambi commerciali con Teheran, gli Emirati Arabi Uniti (Uae) hanno assicurato il 34 per cento dell’import iraniano nel 2024, tenuto conto che ad Abu Dhabi operano sportelli-ombra bancari utilizzati dal regime teocratico per evadere le sanzioni internazionali. Le cose però sono cambiate dal 18 agosto scorso, con un deciso passo indietro degli Emirati, a seguito del lancio di due missili iraniani sul loro territorio. Tuttavia, grazie a un sistema finanziario opaco, i pasdaran (che costituiscono la più grande holding di controllo delle entrate petrolifere) continuano a operare nella capitale emiratina attraverso compagnie di comodo, aggirando così l’embargo imposto dalle autorità nazionali. La Cina ha risposto al “D-Day” facendo sapere all’America che le nuove sanzioni danneggiano la crescita mondiale e, pertanto, Pechino reagirà per proteggere i suoi diritti e interessi legittimi. Del resto, è noto come in questi anni i cinesi abbiano continuato ad acquistare sia dall’Iran che dal Venezuela petrolio posto sotto embargo, per un ammontare stimato di 30-32 miliardi di dollari all’anno, avvalendosi delle così dette teapot (teiere), piccole compagnie e raffinerie private cinesi che acquistano direttamente petrolio greggio all’estero. Il soprannome deriva dalle loro dimensioni ridotte, e dalla struttura originariamente semplice e rudimentale dei loro impianti di raffinazione, che esteticamente ricordano appunto delle teiere o dei bollitori.

Essendo impianti privati, concentrati per la maggior parte nella provincia costiera dello Shandong, le teapot godono di una certa indipendenza, a differenza dei colossi energetici statali cinesi, come Sinopec o PetroChina, che evitano spesso di acquistare direttamente il petrolio iraniano per non essere sanzionate dagli Stati Uniti. Le teapot operano prevalentemente in valuta locale (renminbi) o tramite scambi di merci, e sono quindi meno esposte e più isolate dalle reti bancarie occidentali. Per di più, acquistando il greggio iraniano e russo con forti sconti rispetto alle quotazioni internazionali di mercato, queste raffinerie riescono a mantenere margini di profitto molto elevati, con grande vantaggio per l’economia cinese. Come si vede, la strategia trumpiana del D-Day è destinata ancora una volta a infrangersi sulla Gsrande Muraglia asiatica, perché una volta messe nel mirino le imprese cinesi non si tratta più soltanto di una “questione con l’Iran”, ma di rimettere in discussione la politica estera Usa-Cina. Visto che Teheran ha in cassa molti miliardi di renminbi, anche se Trump imponesse sanzioni secondarie alle grandi banche cinesi, l’Iran potrebbe tranquillamente continuare i suoi scambi commerciali con Pechino utilizzando sistemi di pagamento alternativi al dollaro. L’unica cosa di cui il regime di Teheran avrebbe ragione di temere sono le proteste popolari di massa, come quelle del gennaio scorso, per l’insopportabile costo della vita e la scarsità di beni primari, flagellati da un’inflazione annua dell’88 per cento. Tuttavia, malgrado le speranze di Trump e di Israele, finché la protesta non sarà armata la ferocia dimostrata dal regime è destinata a prevalere sui manifestanti pacifici.

I responsabili iraniani continuano a sentirsi i veri vincitori della guerra in atto, interpretando il ricorso alla coercizione economica come una rinuncia di Trump a continuare la campagna militare. Di converso desta notevole preoccupazione in Europa la minaccia di Teheran di trattare come “nemico” qualsiasi Paese che collabori con l’America, colpendolo con le guerre ibride o con i missili balistici, se a loro portata. E molti di loro hanno parecchio da temere con i sequestri di navi nello stretto di Hormuz e in altre vie dacqua a rischio. Quel che è certo, tuttavia, è che la leadership moderata iraniana teme uno stallo di tipo nordcoreano, in cui il sistema delle sanzioni resta in vigore per un tempo indefinito. Dopo sei mesi di guerra a fasi alterne Usa-Iran, il rischio fondato è di vedere venir meno l’ordine americano in Medio Oriente, fondato sulla supremazia militare e su di un’alleanza informale tra Stati arabi e Israele in funzione anti-iraniana. A conti fatti, la guerra non solo non ha avvicinato le monarchie del Golfo allo Stato ebraico, ma ha creato nuove alleanze al di fuori della regione, come l’Accordo di difesa congiunta della Mecca (ma ci vorranno decenni per “metterlo a terra”, secondo gli esperti internazionali) tra Arabia Saudita, Pakistan e Turchia, inteso a creare una seria alternativa all’ombrello protettivo americano, realizzando una mini-Nato tra le più forti Nazioni sunnite. L’Accordo prevede una clausola di mutua assistenza, per cui “l’aggressione contro uno dei tre membri è da considerare come un attacco contro tutti”. In questa fase, Riad e Ankara hanno deciso di sperimentare in concreto una nuova fase della loro cooperazione militare, per localizzare in Arabia la produzione del cannone turco Boran e la fabbricazione congiunta dei sistemi turchi Tolga, contro le minacce aeree nell’atmosfera bassa e i droni.

La nuova architettura di sicurezza è destinata a funzionare da deterrente nei confronti sia dell’Iran che di Israele, anche se continua a mancare all’appello l’Egitto, alleato di fatto sia degli Emirati che di Tel Aviv. Il Cairo, infatti, riceve vitali aiuti finanziari dall’Uae, mentre Israele gli garantisce un supporto prezioso e discreto alla sua sicurezza. Per indorare la pillola, i responsabili sauditi hanno tenuto a precisare di aver ottenuto l’approvazione di Donald Trump per questa alleanza, “segno che gli Stati Uniti vogliono condividere (con altri attori locali) l’onere della sicurezza in Medio Oriente, senza però ritirarsi dalla regione”. Malgrado Teheran sia nel mirino della nuova triade sunnita, i pasdaran hanno colto l’occasione per denunciare la perdita di credibilità degli Stati Uniti nella regione, cui si associano sia i timori crescenti dei Paesi arabi nei confronti delle ambizioni regionali di Israele, sia un malessere persistente verso la potenza iraniana. Come dire al mondo sunnita: “avete capito che siamo più forti dell’America, e ci temete”. L’altra grande vittima della guerra Usa-Iran (che nessuno può vincere) sono gli Accordi dAbramo, già fortemente compromessi dalla distruzione di Gaza da parte di Israele, a seguito della strage del 7 Ottobre 2023. Per cui il regno wahabita è deciso a non normalizzare le relazioni con Tel Aviv, fintanto che quest’ultima non abbia fissato un percorso irreversibile per la creazione di uno Stato palestinese. Lo stesso principe ereditario Moḥammad bin Salmān (Mbs) ha preteso da Beirut e Damasco di non essere scavalcato nelle trattative dirette dei due Paesi con Israele, sottoscrivendo accordi prematuri di normalizzazione dei rapporti tra ex Stati nemici. Insomma, un vero e proprio de profundis per una Nato arabo-israeliana sognata da Trump.

Aggiornato il 04 settembre 2026 alle ore 10:31