La battaglia delle “Midterm”: Trump al bivio
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Che cos’è oggi politicamente l’America? Un laboratorio o un ring? Con ogni probabilità, si tratta di un mix delle due cose. In cui, però, il quadrato pugilistico è soprattutto interno alle due componenti fondamentali dei repubblicani e dei democratici americani. Per Donald Trump la “battaglia delle Midterm” non è molto dissimile da quella storica delle Midway, in cui però stavolta i giapponesi hanno tutti la cittadinanza americana. Che la minaccia di affondamento del suo pieno mandato sia concreta (se Trump perdesse le elezioni di novembre diverrebbe una “Anatra zoppa”, o Lame duck, con tutte le conseguenze politiche del caso), lo dice il suo goffo tentativo di recuperare consensi promettendo di ricompensare con 5mila dollari ogni elettore adulto che voti repubblicano. Anche se questa uscita alla Trump, che va senz’altro considerata una boutade, data la sua palese illegittimità, potrebbe essere intesa in modo più sensato come un’ipotesi di futuro dividendo pro-capite, corrispondente a un significativo aumento della ricchezza individuale, garantita da una maggiore crescita economica degli Usa per i restanti due anni del suo mandato. In campo avverso, tuttavia, i democratici americani vivono una loro stagione turbolenta (mai paragonabile, però, alla confusione che regna nel campo largo della sinistra italiana), in quanto il loro comportamento standard del passato è oggi venuto meno, a causa della sfida interna tra i tradizionalisti e la sinistra dei nuovi Dsa (“Democratic Socialists of America”) di Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, di cui il nuovo sindaco di New York è la punta più avanzata di un rivoluzionario riformismo di sinistra.

La speranza dei repubblicani (Maga e indipendenti) è di impostare la campagna elettorale sulla disciplina di Partito, contrapposta al caos attuale dei democratici. Tuttavia, come nota con grande intelligenza analitica The Economist, i partiti non sono eserciti militarmente inquadrati, soggetti a una catena gerarchica di comando, per cui in caso di disobbedienza si viene deferiti a una Corte marziale. In ogni realtà partitica, espressione organizzata di liberi cittadini all’interno delle democrazie occidentali (finché durano, malgrado i loro devastanti acciacchi senili!), si discute, si fanno compromessi e si attraggono talenti (stiamo, ahimè, parlando di democrazie “sane”, oggi sempre più rare), aprendosi a nuovi leader e a nuove idee. Tanto più che il ciclone Trump ha portato a una radicale trasformazione politica degli interessi americani nel mondo, anche se storicamente questo rift, o spaccatura, tra Usa ed Europa nasce e si divarica nel tempo dopo la fine della Guerra fredda. Cambiamento sconvolgente, quest’ultimo, al quale occorre dare una risposta urgente da parte dell’opposizione democrat Usa, tenendo però adeguatamente conto degli umori dell’opinione pubblica statunitense, in larga maggioranza contraria a mantenere il ruolo passato di un’America garante degli equilibri mondiali. Oggi, sono in molti a ritenere che il conflitto in Ucraina sia affare esclusivo dell’Europa e che, tutto sommato, una Russia dipendente dalla Cina sia un vero guaio strategico per gli interessi americani.

Il bello è che i democratici, molto più impegnati in un confronto interno di portata storica, non sembrano interessati al palese disagio del Grand Old Party per gli stravolgimenti trumpiani, vedi la guerra contro l’Iran, di cui non sono mai stati chiari gli obiettivi, nonché la storia dei dazi gettati un po’ al come viene delle reti a strascico, senza valutarne le conseguenze, per essere poi precipitosamente ritirati, com’è clamorosamente accaduto con la Cina, vincitrice del braccio di ferro sulle terre rare. Tuttavia, l’ultimo decennio-Trump ha decisamente mutato la natura stessa del Partito repubblicano, trasformandolo in realtà per cui si fa carriera solo se si è fedelissimi del “capo”, e quelli che dissentono lo stesso vengono ostracizzati o costretti a lasciare i propri incarichi. Ma, malgrado i comportamenti assai poco ortodossi di Trump e il suo scarso rispetto per le regole democratiche, finora il Congresso a maggioranza repubblicana non ha ritenuto di opporsi alle iniziative del Presidente, anche se la recente decisione bipartisan di sanzionare Vladimir Putin e le sue condotte in Ucraina è destinata a creare profondo imbarazzo al tycoon, costringendolo a ricorrere ai suoi poteri di veto. Cosa che nei sondaggi preelettorali non è di certo destinata a favorire la risalita rispetto alla sua perduta popolarità.

Tant’è vero che, secondo un’analisi condotta da The Economist, non pochi dei sostenitori che hanno eletto Trump nel 2024 sarebbero pronti a passare in campo democratico, mentre i candidati repubblicani alle elezioni di Midterm trovano notevoli difficoltà ad assecondare le attuali politiche trumpiane, sempre più invise alla base elettorale del partito. Ma, come si è visto a Dallas, i leader del Grand Old Party fanno fatica a osteggiare un Presidente che ha “indirettamente” il controllo di qualcosa come 400 milioni di dollari (provenienti da donazioni di privati) per il finanziamento della campagna elettorale dei candidati, depositati nella “super Pac Maga Inc.”, che è un comitato elettorale indipendente (Trump, cioè, non può disporre a sua discrezione di quei fondi!) per la raccolta illimitata di denaro da parte dei sottoscrittori. Paradossalmente, la mancanza di unità interna ai democrat potrebbe portare a un drastico rinnovamento interno del Partito, a causa dell’azione di rottura dei Dsa, che hanno concrete possibilità di eleggere a novembre propri rappresentanti al Congresso, e di presentare addirittura un proprio candidato (la Ocasio-Cortez?) alle prossime presidenziali del 2028. Tanto per cambiare, i repubblicani hanno etichettato come castristi i socialisti democrat, perché a loro giudizio vorrebbero trasformare l’America in una nuova Cuba, rinnegando il capitalismo e il liberalismo che l’ha fatta grande negli ultimi due secoli. Ma se è vero che Trump ha rivoluzionato la politica americana, non è nemmeno pensabile per i democrat vincere le prossime elezioni promettendo semplicemente la restaurazione. Se il mondo di prima non esiste più, questo accade per ragioni oggettive indipendenti dall’inquilino pro-tempore della Casa Bianca. Occorrono nuove idee e nuovi leader: il discorso vale per Oltre Atlantico, come per il Vecchio Continente. Tanti bei campanElly di allarme per il Pd nostrano!

Aggiornato il 23 settembre 2026 alle ore 10:47