I russi scoprono l’odore acre della guerra

Per oltre quattro anni il Cremlino ha cercato di convincere i russi che la guerra fosse qualcosa di lontano. Un conflitto combattuto nelle città ucraine, raccontato dalla televisione di Stato come un’operazione militare controllata, senza conseguenze dirette sulla vita quotidiana della popolazione. Quella narrazione sta diventando sempre più difficile da sostenere. Gli attacchi ucraini contro raffinerie, depositi petroliferi e infrastrutture energetiche avevano già provocato carenze di carburante, code ai distributori e difficoltà nei trasporti. Adesso Kyiv sembra avere compiuto un ulteriore passo, colpendo alcuni dei principali centri logistici dell’e-commerce russo. Il 18 luglio, droni ucraini hanno raggiunto due grandi magazzini di Wildberries, a Mosca e nella regione di Tambov. Pochi giorni dopo, altri centri di distribuzione sono stati colpiti nella Russia sudoccidentale. Gli attacchi hanno provocato ingenti danni economici, distruggendo merci destinate a migliaia di commercianti e a milioni di clienti. Per comprendere la portata simbolica e materiale dell’operazione, Wildberries può essere considerata l’equivalente russo di Amazon. È la più grande piattaforma di commercio elettronico del Paese, utilizzata quotidianamente da milioni di persone e da centinaia di migliaia di imprese per vendere e acquistare qualsiasi genere di prodotto: abbigliamento, cosmetici, telefoni, elettrodomestici e componenti tecnologici. Ma attraverso la piattaforma vengono acquistati anche materiali utilizzabili in ambito militare, dai giubbotti antiproiettile ai componenti per droni, fino ai cavi in fibra ottica impiegati nei sistemi senza pilota.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy ha spiegato che soldati e volontari russi utilizzano Wildberries per procurarsi materiali destinati al fronte. Ma non ha nascosto anche il carattere di rappresaglia degli attacchi. Si tratta, ha affermato, di una “risposta agli attacchi russi contro le nostre infrastrutture civili, le nostre città e le nostre comunità”. Il riferimento è anche ai bombardamenti russi contro le strutture di Nova Poshta, la principale società postale e logistica ucraina, accusata da Mosca di essere utilizzata per finalità militari. La logica è quindi quella della reciprocità: se la Russia considera legittimo colpire la rete logistica ucraina perché funzionale allo sforzo bellico, Kyiv applica lo stesso criterio alle infrastrutture russe. La questione, tuttavia, va oltre il singolo obiettivo. La nuova strategia ucraina sembra puntare a ridurre progressivamente la distanza tra il fronte e la società russa. Non soltanto colpire le capacità militari, energetiche e industriali del nemico, ma mostrare alla popolazione che la guerra voluta dal Cremlino produce conseguenze concrete anche all’interno della Federazione. Fino a oggi, per molti cittadini russi, il conflitto poteva essere ignorato. La guerra riguardava soprattutto i soldati, le famiglie dei mobilitati, le regioni più povere e le aree di confine. Nelle grandi città, e in particolare a Mosca, la vita continuava apparentemente senza cambiamenti radicali. Gli attacchi ai magazzini di Wildberries colpiscono invece un’infrastruttura inserita nella quotidianità di quasi ogni famiglia russa. Un centro logistico dell’e-commerce non è soltanto un edificio industriale. È il punto di incontro tra consumatori, piccoli imprenditori, trasportatori, lavoratori e aziende. Quando un simile nodo viene distrutto, le conseguenze si propagano lungo l’intera catena economica.

I commercianti perdono le merci, i clienti non ricevono gli ordini, i lavoratori rischiano il posto e le compagnie assicurative cercano di limitare la propria esposizione. Wildberries, del resto, sembrava avere già previsto un aumento del rischio. Poche settimane prima degli attacchi, la società aveva modificato le condizioni contrattuali con i venditori, escludendo la propria responsabilità per i danni provocati dalla guerra. In altre parole, il costo del conflitto viene trasferito direttamente sui cittadini e sulle imprese. Sui social media russi si sono moltiplicate le testimonianze di piccoli commercianti che avevano affidato ai magazzini della piattaforma l’intero inventario delle proprie attività. È precisamente questo il punto politico della nuova strategia: trasformare una guerra fino a oggi percepita come lontana in un problema personale. Paradossalmente, una parte dei nazionalisti russi e dei blogger militari ha accolto gli attacchi quasi con soddisfazione. Da tempo, infatti, gli ambienti più radicali accusano la popolazione di apatia, indifferenza e scarso coinvolgimento nello sforzo bellico. Secondo questa lettura, vedere il fumo alzarsi sopra i magazzini potrebbe costringere i russi a sentirsi parte del conflitto. Tuttavia, il risultato potrebbe essere esattamente opposto. La rabbia della popolazione non è necessariamente destinata a rivolgersi contro l’Ucraina.

Potrebbe invece indirizzarsi contro il governo russo, incapace di proteggere il territorio, garantire la sicurezza delle infrastrutture e impedire che il costo della guerra ricada sulle famiglie. Segnali di insofferenza emergono comunque nella società russa. Non devono essere ricercati soltanto nei sondaggi, che in uno Stato autoritario vanno interpretati con estrema cautela. Quando manifestare dissenso può comportare la perdita del lavoro, un procedimento penale o il carcere, le risposte fornite agli istituti demoscopici non riflettono necessariamente ciò che le persone pensano, ma spesso ciò che ritengono ancora possibile dire senza esporsi. Sono più significative le reazioni che affiorano nella vita quotidiana: le proteste sui social network, la rabbia per le merci perdute, le tensioni alle stazioni di servizio, la crescente irritazione verso uno Stato che pretende sacrifici ma non riesce più a garantire sicurezza e normalità. Non si tratta ancora di opposizione politica organizzata, soffocata da anni di repressione, ma dell’erosione silenziosa del patto sul quale Vladimir Putin ha costruito il proprio potere: obbedienza in cambio di stabilità. Neppure le prossime elezioni parlamentari potranno misurare questo malcontento. In Russia il voto non rappresenta una libera competizione per il governo del Paese, ma una procedura controllata destinata a ratificare equilibri già stabiliti dal Cremlino.

La Duma simula le forme di un Parlamento democratico, ma non esercita un’autonoma funzione di indirizzo o di controllo. Anche i partiti della cosiddetta opposizione sistemica partecipano a questa rappresentazione, senza mettere realmente in discussione la guerra o il potere presidenziale. Il Cremlino può controllare le candidature, i mezzi di informazione, le istituzioni e il risultato politico delle consultazioni. Più difficile è controllare ciò che i russi provano quando la guerra entra direttamente nelle loro attività, nei loro consumi e nelle loro aspettative. Le televisioni evitano spesso di mostrare la reale portata degli attacchi ucraini. Le immagini, però, circolano sui social network, nei canali Telegram e attraverso i racconti diretti di chi ha perso merci, denaro o lavoro. Più la propaganda cerca di nascondere la guerra, più rischia di perdere credibilità. Per anni Putin ha portato il conflitto nelle case dei russi attraverso la televisione, trasformandolo in uno spettacolo patriottico e distante. Adesso è l’Ucraina a portarlo nella loro vita quotidiana: nei distributori senza carburante, nei voli cancellati, nei magazzini distrutti e negli ordini che non arriveranno. È questo il vero significato della nuova strategia di Kyiv. Dimostrare che la Russia non può devastare le città ucraine, colpire le infrastrutture civili e continuare, allo stesso tempo, a vivere come se la guerra non esistesse.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza

Aggiornato il 24 luglio 2026 alle ore 10:25