La verità non è soltanto un principio morale. Per un popolo che ha subito persecuzioni, deportazioni, repressioni e tentativi di cancellazione della propria identità, la verità diventa uno strumento di sopravvivenza. Perché ogni aggressione non si limita a colpire le persone, distruggere le città o occupare un territorio. Cerca anche di imporre una narrazione nella quale la vittima perde il diritto di raccontare ciò che ha subito e l’aggressore pretende di stabilire ciò che deve essere ricordato e ciò che, invece, deve essere dimenticato. È quanto è accaduto più volte nella storia dell’Ucraina. Dall’Holodomor, la carestia provocata dalle politiche staliniane che tra il 1932 e il 1933 causò la morte di milioni di ucraini, alle repressioni sovietiche, dalle deportazioni forzate ai tentativi di soffocare la lingua e l’identità culturale del Paese, la storia ucraina è attraversata da tragedie che il potere ha cercato di nascondere, minimizzare o riscrivere. Non bastava colpire un popolo. Occorreva impedirgli di conservare la memoria di ciò che aveva subito, perché un popolo privato della propria storia diventa più vulnerabile a chi pretende di decidere il suo futuro. Oggi, a oltre quattro anni e mezzo dall’inizio dell’invasione russa su vasta scala, quella stessa logica si ripresenta attraverso strumenti diversi. Ai missili che colpiscono le città, ai droni che seminano morte e distruzione e all’occupazione dei territori si affianca una guerra combattuta sul terreno dell’informazione. La propaganda del Cremlino cerca di giustificare l’aggressione, delegittimare la resistenza ucraina e mettere in discussione persino l’identità nazionale di un popolo che rivendica il diritto di esistere e di scegliere autonomamente il proprio destino.
L’obiettivo non è necessariamente convincere tutti della stessa menzogna. Spesso è sufficiente generare confusione, moltiplicare le versioni dei fatti, insinuare il dubbio anche davanti alle evidenze e rendere sempre più difficile distinguere le responsabilità dell’aggressore dalla sofferenza delle sue vittime. Ma c’è qualcosa che la propaganda non è riuscita a cancellare: la voce degli ucraini. Una voce che oggi si manifesta nelle testimonianze dei sopravvissuti, nei racconti delle famiglie costrette ad abbandonare le proprie case, nelle parole di chi ha conosciuto la prigionia, la deportazione o la perdita delle persone care. Una voce che continua a farsi sentire anche attraverso il lavoro dei giornalisti, degli storici, degli insegnanti e di quanti documentano i crimini commessi durante questa guerra, affinché ciò che è accaduto non possa essere negato domani. Questa battaglia per la verità è una delle dimensioni più importanti della resistenza dell’Ucraina. Ho avuto modo di conoscere persone che portano dentro di sé il dolore di questa guerra, ma anche una straordinaria determinazione a non lasciare che quel dolore venga dimenticato o utilizzato per riscrivere la loro storia. Ascoltare le loro testimonianze significa comprendere che dietro ogni fotografia di un edificio distrutto, dietro ogni notizia di un bombardamento e dietro ogni numero che compare nei bollettini di guerra esistono vite umane, famiglie, affetti e progetti interrotti. La memoria, inoltre, possiede una dimensione psicologica che non possiamo trascurare. Un’esperienza traumatica non scompare semplicemente perché non se ne parla. Può continuare a influenzare la vita di una persona, i suoi rapporti familiari e il modo in cui percepisce il mondo.
Dare un nome a ciò che è accaduto, poterlo raccontare in un ambiente sicuro e vedere riconosciuta la propria sofferenza può rappresentare una parte importante del percorso di elaborazione del trauma. Non significa che raccontare sia sempre facile o che basti parlare per guarire. Significa, piuttosto, riconoscere alle vittime il diritto di essere ascoltate, senza imporre loro il silenzio, negare la loro esperienza o costringerle ad accettare la versione dei fatti costruita da chi le ha aggredite. Questo vale per le singole persone, ma assume un significato ancora più profondo quando riguarda un’intera comunità nazionale. La ricostruzione dell’Ucraina non potrà limitarsi alle abitazioni, alle scuole, agli ospedali e alle infrastrutture. Dovrà necessariamente comprendere anche la ricostruzione del tessuto sociale e il sostegno psicologico a milioni di persone che hanno conosciuto la paura, la separazione, la perdita e l’incertezza. Sarà un percorso lungo, nel quale la memoria storica, il riconoscimento delle responsabilità e la possibilità di raccontare liberamente la propria esperienza avranno un ruolo fondamentale. È anche per questo che ritengo importante continuare a raccontare ciò che accade in Ucraina, senza assuefarsi alle immagini della distruzione e senza permettere che la stanchezza dell’opinione pubblica trasformi la sofferenza di un popolo in una notizia sempre meno rilevante.
Ogni testimonianza raccolta, ogni crimine documentato e ogni tentativo di ricostruire fedelmente i fatti contribuiscono a preservare una memoria che appartiene innanzitutto agli ucraini, ma che riguarda anche la coscienza dell’Europa. La Russia può occupare un territorio, distruggere una città o tentare di imporre la propria versione della storia. Ma non può cancellare la memoria di un popolo che continua a raccontare ciò che ha vissuto e a rivendicare la propria identità. Noi, che osserviamo questa guerra dall’esterno e abbiamo la possibilità di vivere in pace, abbiamo almeno una responsabilità: non voltare lo sguardo, non confondere deliberatamente le responsabilità e non lasciare che la propaganda prenda il posto dei fatti. Perché difendere la verità sull’Ucraina non significa soltanto raccontare una guerra. Significa difendere il diritto di un popolo a custodire la propria memoria, a vedere riconosciuta la propria sofferenza e a costruire il proprio futuro senza che qualcun altro pretenda di scriverne la storia al suo posto. Un popolo può essere privato della propria terra, ma finché conserva la memoria di ciò che è stato e la libertà di raccontarlo, nessun aggressore potrà impadronirsi completamente della sua identità.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
Aggiornato il 21 settembre 2026 alle ore 10:06
