Ucraina, il silenzio di ieri e gli alibi di oggi: la storia ci giudicherà
Vladimir Putin (Foto Ansa)

Una vignetta politica del secolo scorso, firmata da Helko Baran, mostra una donna riversa a terra, identificata dalla scritta Ukraine, mentre alle sue spalle un uomo, raffigurante la Russia, brandisce una frusta. Poco distante, due figure elegantemente vestite, rappresentanti gli Stati Uniti e l’Inghilterra, osservano senza intervenire. Sotto il disegno compare una frase: “It’s about time to stop this!”, è ora di porre fine a tutto questo. L’immagine denuncia non soltanto la violenza esercitata contro l’Ucraina, ma soprattutto l’indifferenza di chi assiste senza reagire. Una rappresentazione che attraversa il tempo e conserva un’inquietante attualità. Tra il 1932 e il 1933, le requisizioni forzate dei raccolti, la collettivizzazione e le restrizioni alla libertà di movimento imposte dal regime staliniano provocarono la morte per fame di milioni di ucraini. Fu l’Holodomor, il genocidio perpetrato attraverso la fame, conseguenza di decisioni politiche deliberate contro una società che Mosca considerava ostile al proprio controllo. Le notizie circolavano. Nel marzo 1933 il giornalista gallese Gareth Jones denunciò ciò che aveva visto; Walter Duranty, corrispondente del New York Times, minimizzò la carestia. La propaganda sovietica trovò nella convenienza diplomatica un prezioso alleato. Il 16 novembre 1933 gli Stati Uniti stabilirono relazioni diplomatiche con l’Unione Sovietica. Non era un’approvazione dei crimini, ma rivelava quanto gli interessi strategici potessero prevalere sulla tragedia umana.

Anche qui riaffiora la contraddizione evocata da Baran: la sofferenza ucraina era nota, ma gli equilibri tra le grandi potenze avevano la precedenza. Non si possono sovrapporre quelle epoche al presente. La Federazione Russa non è l’Urss e Vladimir Putin non è Iosif Stalin. Ma sopravvive l’idea imperiale che Mosca possa decidere il destino dell’Ucraina. Ieri il potere sovietico soffocava la resistenza ucraina; oggi la guerra cerca di piegare uno Stato indipendente. Cambiano gli strumenti, non la pretesa di rendere revocabile la sovranità ucraina. Cambiano anche gli alibi. Ieri si dubitava della carestia per non turbare gli equilibri diplomatici. Oggi c’è chi relativizza le città distrutte, scredita le testimonianze delle vittime o presenta aggressore e aggredito come contendenti equivalenti. Oggi, diversamente dal 1933, esistono osservatori internazionali, immagini satellitari e indagini indipendenti. Il 26 ottobre 2026, la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta dell’Onu ha concluso che gli attacchi russi alle infrastrutture energetiche hanno costituito crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Sono accertamenti internazionali, non semplici immagini sui social network. Non possiamo invocare l’ignoranza. Si ripete che non bisogna provocare una potenza nucleare. Il rischio di un’escalation è reale, ma la prudenza non può trasformarsi nel pretesto per imporre all’aggredito una resa dettata dalla minaccia nucleare. Se il possesso di un arsenale nucleare conferisse a uno Stato il diritto di conquistare territori, colpire popolazioni civili e imporre la propria volontà a un altro Stato che non dispone di tali armi, la deterrenza si trasformerebbe in un privilegio dell’aggressore. Il messaggio sarebbe devastante: chi possiede armi nucleari potrebbe riscrivere i confini con la forza, mentre chi ne è privo dovrebbe accettarne le conseguenze.

Il diritto arretrerebbe davanti alla minaccia. Un altro alibi consiste nel definire l’invasione esclusivamente “la guerra di Putin”. Non esiste una colpa collettiva del popolo russo: alcuni hanno pagato il dissenso con la repressione. Ma una guerra non si conduce con la volontà di un solo uomo. Occorrono apparati militari, intelligence, burocrazia, risorse e propaganda. Attribuire ogni colpa a Putin non cancella responsabilità individuali, complicità e consenso. La concezione imperiale potrebbe sopravvivergli. L’Occidente non è rimasto immobile dopo l’invasione su larga scala del febbraio 2022. Sanzioni, aiuti militari, finanziari e umanitari hanno sostenuto la resistenza ucraina. È una differenza sostanziale rispetto agli “spettatori” di Baran. Ma alcune decisioni di Washington sollevano interrogativi sulla coerenza di quel sostegno. Nell’ottobre 2026 l’Amministrazione Trump ha autorizzato deroghe alle sanzioni sulle transazioni relative al diesel russo, mentre il sistema satellitare militare Starshield impiegato dall’Ucraina ha subito limitazioni temporanee, poi rimosse. Trump ha inoltre chiesto a Kyiv di cessare gli attacchi alle raffinerie russe, obiettivi strategici per l’economia di guerra di Mosca. La contraddizione è evidente: all’Ucraina si chiede di non colpire infrastrutture strategiche russe, mentre Mosca continua a prendere di mira civili, scuole, ospedali e infrastrutture energetiche ucraine.

La risposta occidentale rischia di perdere coerenza quando la stanchezza e il legittimo desiderio di pace alimentano la tentazione di accettare un accordo a qualsiasi prezzo. Una pace che ratificasse le conquiste territoriali ottenute con la forza potrebbe fermare temporaneamente i combattimenti, ma rischierebbe di creare le condizioni per future aggressioni. L’Europa ha già conosciuto il prezzo di questa illusione: nel 1938, gli accordi di Monaco consentirono a Adolf Hitler di annettere i Sudeti nella speranza di preservare la pace. Appena sei mesi dopo, la Germania nazista occupò anche le terre ceche, dimostrando quanto fosse pericoloso scambiare le concessioni all’aggressore per una garanzia di sicurezza. La questione ucraina non riguarda soltanto l’Ucraina. Riguarda il valore dei confini riconosciuti, la credibilità delle garanzie internazionali e il diritto dei popoli a non essere governati dalla forza altrui. Commemorare l’Holodomor e condannare Stalin non basta se non riconosciamo nel presente la logica della sopraffazione. La vignetta di Baran ci chiede di misurare la distanza tra i principi proclamati e le scelte che siamo pronti a compiere per difenderli. La storia non giudica soltanto chi ordina e commette le atrocità. Giudica anche chi dispone degli strumenti per contrastarle e sceglie di voltarsi dall’altra parte. Tra qualche decennio nessuno potrà sostenere che non sapevamo. Allora la verità poteva essere nascosta o screditata; oggi la vediamo quasi in tempo reale. La storia ci giudicherà non per ciò che abbiamo ignorato, ma per ciò che abbiamo scelto di tollerare.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza

Aggiornato il 02 novembre 2026 alle ore 14:11