Il fantasma riapparso all’ombra dell’Fsb

Un uomo accusato di aver gestito il denaro di una delle più sanguinarie organizzazioni criminali russe scompare dal carcere e dai procedimenti giudiziari. Anni dopo riemerge a Mosca sotto un altro nome, alla guida effettiva di una compagnia aerea che trasporta oligarchi, alti funzionari e uomini vicini al Cremlino. Sullo sfondo compare Sergei Korolev, primo vicedirettore dell’Fsb e uno dei personaggi più potenti dell’intero apparato di sicurezza russo. È una storia di identità cancellate, passaporti utilizzati alle frontiere, jet privati, società occidentali e protezioni che sembrano arrivare fino ai vertici dei servizi segreti. Una vicenda che comincia con una cella nel carcere di Vladikavkaz e conduce nel cuore dell’aviazione privata dell’élite di Vladimir Putin, passando per l’Europa. Per quasi dieci anni Arkady Berkovich è stato un fantasma. Arrestato nel dicembre 2015 e accusato di concorso in una serie di omicidi attribuiti alla sanguinaria organizzazione criminale di Aslan Gagiev, detto “Dzhako”, risultava ancora detenuto nel carcere di Vladikavkaz almeno fino al marzo 2017. Poi, improvvisamente, è scomparso.

Non è stato possibile rintracciare una sentenza, un’assoluzione o un provvedimento pubblico che spieghi la sua scarcerazione e l’uscita dal procedimento. Semplicemente, Berkovich è svanito dai radar. Ora quel fantasma sarebbe riapparso a Mosca, con un’identità diversa e un incarico sorprendente: la gestione effettiva di RusJet, una delle principali compagnie russe di aviazione d’affari, utilizzata da oligarchi, alti funzionari e personaggi vicini al Cremlino. Tra gli aeromobili gestiti dalla società figura anche il lussuoso Airbus Acj319 impiegato da Ramzan Kadyrov. Il nome con cui Berkovich si muoverebbe oggi è Andrey Nikolaevich Petrov. A ricondurre Petrov a Berkovich è l’incrocio tra liste passeggeri, dati anagrafici, fotografie di documenti e registri russi. Petrov compare ripetutamente a bordo di un Bombardier Global 5000, numero RA-67136, inserito nella flotta gestita da RusJet. La sua data di nascita coincide con quella di Berkovich: 4 ottobre 1972. Anche l’indirizzo di registrazione a Mosca risulterebbe lo stesso. Il confronto biometrico tra le immagini dei due uomini avrebbe restituito una compatibilità del 99,9 per cento. Un elemento rende difficile liquidare l’intera vicenda come una storia di documenti falsi. Chi utilizzava il passaporto intestato a Petrov ha attraversato più volte la frontiera russa, superando controlli nei quali fotografia, dati personali e identità del titolare vengono verificati attraverso le banche dati statali. Berkovich non era un personaggio marginale. Nei fascicoli relativi alla banda di Gagiev compare anche con il nome di Artur Khabibullin ed è indicato come uno dei principali responsabili finanziari dell’organizzazione. Nel 2015 gli furono contestati, a titolo di concorso, gli omicidi dei banchieri Dmitry Plytnik, Oleg Novoselsky e Alexander Slesarev, oltre a quelli della moglie e della figlia quindicenne di quest’ultimo. Gagiev è stato condannato all’ergastolo nel 2023, mentre decine di appartenenti al suo gruppo hanno ricevuto pene pesantissime per una lunga sequenza di omicidi, sequestri, aggressioni e traffici di armi.

Il vero punto dell’inchiesta, però, non è soltanto la resurrezione anagrafica di un uomo accusato di gravissimi reati. È il sistema di protezione che potrebbe avergli consentito di scomparire da un procedimento penale e riemergere ai vertici operativi di una compagnia che trasporta l’élite russa. Al centro di questo sistema compare il generale Sergei Korolev, primo vicedirettore dell’Fsb e uno degli uomini più potenti dell’intero apparato di sicurezza russo. Il suo nome emerge attraverso Valery Bitaev, ex militare ed ex funzionario regionale divenuto, nel giro di pochi anni, proprietario di partecipazioni in società attive nel petrolio, nell’informatica, nell’aviazione e nelle forniture statali. Bitaev possiede, attraverso una propria società, almeno uno degli aerei utilizzati da RusJet: proprio il Bombardier sul quale compare più volte il presunto Petrov-Berkovich. Ma il legame con la sfera del primo vicedirettore dell’Fsb non si esaurisce nelle testimonianze riservate. Nel 2017 Bitaev acquisì il 23 per cento di Citadel, uno dei maggiori fornitori russi di tecnologie Sorm, i sistemi di intercettazione che gli operatori telefonici devono installare per consentire l’accesso dei servizi di sicurezza. L’anno successivo Boris Korolev, figlio allora ventunenne del generale, fondò con alcuni compagni di università la startup Bastion, attiva nello stesso settore. Dopo appena tre mesi, Citadel acquistò il 51 per cento della società. Questa concatenazione non prova, da sola, un intervento personale del generale.

Documenta però un rapporto economico indiretto tra l’uomo indicato come intermediario di Korolev e l’impresa fondata dal figlio del primo vicedirettore dell’Fsb. Ed è proprio Bitaev a costituire il punto di contatto tra il vertice dei servizi, RusJet e l’uomo che viaggia sotto il nome di Petrov. La funzione di RusJet rende il quadro ancora più delicato. La compagnia gestisce una flotta di business jet stranieri che, nonostante le restrizioni occidentali, continua a volare in Russia e verso i Paesi disponibili ad accogliere aeromobili russi. RusJet figura, inoltre, nella lista europea dei vettori soggetti a divieto operativo nell’Unione. Il jet di Kadyrov offre un esempio significativo. Per anni registrato all’estero e operato da società irlandesi, nel maggio 2022 è passato al registro russo con il numero RA-73417 ed è entrato apertamente sotto la gestione di RusJet. Lo stesso percorso ricorre per altri velivoli: prima le registrazioni e gli operatori occidentali, poi il trasferimento in Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. Dietro questi passaggi emerge una rete di società distribuite tra Estonia, Irlanda e Regno Unito. È qui che la vicenda cessa di essere soltanto russa e diventa anche europea. Personaggi legati agli apparati di sicurezza, agli ambienti oligarchici e alla criminalità organizzata non restano confinati entro i confini della Federazione. Si muovono attraverso società registrate in Occidente, strutture di manutenzione certificate secondo le norme europee, intermediari comunitari e aeromobili che per anni hanno operato sotto registri e licenze occidentali. I diversi fili dell’inchiesta finiscono così per convergere.

Da una parte c’è un uomo accusato di aver ricoperto un ruolo finanziario in una delle più violente organizzazioni criminali russe, scomparso dal procedimento e riemerso con un’altra identità. Dall’altra una compagnia di aviazione privata al servizio dell’élite del Cremlino, sostenuta da una rete di proprietari, intermediari e strutture tecniche internazionali. Sullo sfondo, il primo vicedirettore dell’Fsb e il suo presunto uomo di fiducia. Il quadro che ne deriva è quello di un sistema nel quale gli interessi dell’élite russa, il potere dei servizi e figure provenienti dalla criminalità organizzata sembrano incontrarsi nell’aviazione privata. Korolev avrebbe a disposizione un sistema di trasporto discreto e affidabile. Gli operatori economici otterrebbero protezione e capacità di risolvere problemi amministrativi. Berkovich, qualora l’identificazione fosse definitivamente confermata, avrebbe ricevuto ciò che nessun tribunale gli aveva concesso pubblicamente: una nuova identità, una nuova vita e una posizione protetta. Il mistero non è soltanto come un imputato per omicidio sia uscito dal carcere. Il vero scandalo è dove sia ricomparso: non in clandestinità, ma nel cuore di un’infrastruttura che serve gli uomini del Cremlino, sotto l’ombra del primo vicedirettore dell’Fsb e con ramificazioni che arrivano fino all’Europa. Una rete che mostra quanto sia sottile, nella Russia di Putin, il confine tra apparati dello Stato, affari e criminalità, ma anche quanto facilmente quel sistema riesca ancora a utilizzare le strutture dell’Occidente.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza

Aggiornato il 23 luglio 2026 alle ore 12:08