L’Impero sciita: meglio la guerra

Dunque, dando un’occhiata al vocabolario, le grandi potenze mondiali si dividono classicamente in talassocrazie e tellurocrazie (vale anche un mix delle due), dove le prime hanno una forte proiezione sui mari a fini commerciali, mentre le altre sono ossessionate dalla conquista di sempre più territori per ragioni di sicurezza e sentimento di potenza. Ecco, ma in tutto questo come si definisce il nuovo imperialismo religioso che caratterizza lo sciismo iraniano, che vuole conquistare tutto il mondo per far trionfare su di esso il regno di Allah? Una sua caratteristica fondamentale è estendere indefinitamente lo stato di belligeranza, che può essere di tipo “aperto” come l’attuale conflitto con gli Usa, o condotto indirettamente su una vasta aerea geografica attraverso proxy super armati e gruppi organizzati del terrore. Allora, che c’è di meglio a tal fine di un MoU (Memorandum of Understanding) che più vago non si può, fatto quasi apposta per essere male interpretato, visto che il suo scopo era quello di mantenere gli equilibri di potere all’atto della sua firma? Assetto quest’ultimo che Washington era determinato ad alterare a suo favore, mentre Teheran voleva assolutamente che fosse rispettato. Per capire, sarà meglio esaminare il quadro complessivo, al momento in cui Stati Uniti (e Israele) decidono di attaccare l’Iran il 28 febbraio scorso, quasi un parallelo con la guerra scatenata da Vladimir Putin quattro prima, il 22 febbraio 2022. Lo scopo dell’iniziativa era duplice: impedire lo sviluppo del nucleare iraniano, e rovesciare il regime decapitandone i vertici, come Donald Trump aveva promesso di fare a quella parte maggioritaria di iraniani, che piangeva le circa quarantamila vittime dell’8 e del 9 gennaio 2026, a seguito della dura repressione della rivolta popolare antiregime.

In apparenza, le speranze di Washington sono andate ampiamente deluse e, secondo gli analisti, la situazione strategica si sarebbe ribaltata a favore di Teheran, grazie alla stretta mortale esercitata dai pasdaran sulla giugulare energetica mondiale delle rotte del petrolio, che transitano attraverso lo Stretto di Hormuz. Un esito imprevisto e indesiderato quest’ultimo, che ha costretto Trump a venire a patti con gli ayatollah, nella speranza (rivelatasi fondata) che prima o poi l’America avrebbe trovato la scusa per riprendere l’iniziativa armata, approfittando della hubris che dell’ala radicale dei pasdaran destinati a commettere qualche passo falso. L’obiettivo della Casa Bianca a questo punto è chiaro: strangolare l’economia iraniana fino al punto di non ritorno, prosciugando le casse dello Stato con le mancate entrate petrolifere: cosa che quanto meno, se divenisse un fatto compiuto, sarebbe destinata a creare un forte attrito all’interno del regime, privilegiando la fazione moderata. D’altra parte, che il MoU fosse per Trump una sorta di pausa strategica per ripristinare le riserve strategiche di petrolio americane e ridurre contestualmente la pressione sui corsi internazionali del greggio, lo avevano fin dall’inizio sospettato i mediatori iraniani e, in qualche modo, lo aveva avvalorato lo stesso Marco Rubio con le sue dichiarazioni.

Del resto, per Teheran le vere intenzioni americane sono apparse chiare quando si è visto che i fondi iraniani all’estero non sono stati sbloccati, e per di più gli Usa hanno dato il loro avallo diplomatico all’avvio della storica trattativa diretta tra il governo libanese e quello israeliano per neutralizzare definitivamente Hezbollah, il più fedele alleato dell’Iran nella regione. Non solo: negli ultimi tempi gli Stati Uniti hanno rafforzato la loro presenza militare nel Golfo, incoraggiando le navi commerciali a navigare in alternativa lungo le coste omanite, disattendendo le istruzioni di Teheran che intimavano loro di coordinarsi con le proprie autorità locali, per poi procedere lungo i corridoi d’acqua sotto il controllo diretto dei pasdaran. La mossa diplomatica americana in tal senso è chiara: dimostrare al mondo che l’Iran non controlla Hormuz, né ha la capacità militare di farlo. Quindi, nel gioco del tit-for-tat tra Usa e Iran si intravvede una sorta di parità di fatto, dato che nessuno dei due vuole lasciare senza risposta l’iniziativa dell’altro. I pasdaran più radicali non intendono minimamente limitare la loro capacità di ritorsione, nell’ossessione che se non reagissero sarebbe Washington ad avvantaggiarsene, per cui occorre dimostrarsi sempre più aggressivi, innalzando il livello del conflitto oltre la soglia di tolleranza. Il che è. destinato a provocare un ciclo di azione/reazione che può condurre a una guerra regionale coinvolgendo le petromonarchie alleate degli Usa. Russia e Cina anche se non staranno a guardare, tuttavia non interverranno direttamente (se non per qualche opportunistico tentativo di mediazione), pur continuando ad assicurare tutto il sostegno materiale e politico all’Iran di Mojtaba Khamenei, loro alleato di fatto.

E poiché l’ala radicale iraniana ha fatto del controllo dello Stretto di Hormuz la sua arma nucleare (impropria), la vera battaglia (di durata imprevedibile) si svolgerà proprio in quel ristretto braccio di mare. Se nel prossimo semestre i prezzi medi globali del petrolio saranno in qualche modo sostenibili dalle economie avanzate (le altre, sono destinate comunque ad avere vita difficile nei loro approvvigionamenti energetici), allora il blocco Usa delle petroliere iraniane potrebbe averla vinta sulla feroce resistenza dei pasdaran., dovendo questi ultimi rispondere alle attese della propria popolazione inferocita dalla mancanza di beni essenziali. Di recente, gli Usa hanno risposto al “tat” degli iraniani, coincidente con l’attacco a due petroliere che navigavano lungo le coste omanite, con il “tit” di una vasta campagna di bombardamenti aerei, per distruggere batterie costiere di droni e missili e infrastrutture civili strategiche dell’Iran. Quindi, se guerra deve essere (e l’Iran si è a lungo preparato per questo con la sua quarantennale campagna ideologica), allora Teheran è disposta a sopportare qualsiasi sacrificio, pur di impedire, da un lato, agli Usa di recuperare appieno le sue capacità belliche (gli arsenali de Pentagono sono attualmente ai limiti fisiologici di stock), e impedire dall’altro all’economia globale di riprendersi dall’attuale choc petrolifero. Per dare ancora più forza a questa strategia, l’ultima mossa dell’Iran è stata di invitare, cioè, di “ordinare” ai suoi proxy Houti di bloccare lo Stretto di Bab al-Mandab, chiudendo così il Mar Rosso al traffico commerciale. E questo dimostra il gravissimo errore storico dell’Occidente di non aver reciso per tempo i tentacoli proxy della piovra iraniana. Ma vinceremo questa tremenda battaglia solo se sapremo resistere agli interessi del portafoglio, difendendo il diritto alla libertà da tutti i tiranni della Terra.

Aggiornato il 22 luglio 2026 alle ore 11:14