Il carnefice che fa la vittima
Foto generata da AI

Sentire la sera del 23 settembre, di sfuggita, i telegiornali italiani sul discorso del presidente del regime iraniano all’Assemblea generale dell’Onu ha fatto sì che, nel mio incontro onirico con il ministro degli Esteri italiano Antonio Taiani, mi lamentassi dei tg sul discorso di Pezeshkian. Mentre Tajani mi ascoltava con occhi increduli, mi sono svegliato dal richiamo della mia gatta, Tilè, che ogni mattina all’alba mi viene a salutare. Forse la stampa italiana avrebbe potuto dedicare uno spazio alla manifestazione di decine di migliaia di iraniani che protestavano contro la presenza della delegazione di una dittatura al Palazzo di Vetro.

Ci vuole Sigmund Freud per interpretare il mio sogno, o forse no. Era il sogno prevedibile di chi aveva visto e ascoltato, in lingua originale, il discorso banale, vittimistico e pieno di balbetti ostentato dalla tribuna dell’Assemblea. Il presidente di un regime che ha massacrato decine di migliaia di persone nel proprio Paese, e dissidenti anche all’estero, infestando con i suoi proxy mezzo mondo, si è lamentato perché il suo regime è stato definito uno Stato terrorista. Gli orrori della guerra scatenata all’Iran dagli Stati Uniti d’America, guidati da un presidente bambino viziato e narcisista, e da Israele non possono nascondere gli orrori perpetrati da 47 anni dal regime teocratico contro la sua popolazione: assenza di libertà, uccisioni e repressioni di massa, impiccagioni nelle pubbliche piazze, massacri dei manifestanti, arresti di massa, torture fisiche e psicologiche nelle prigioni, condanne a morte in crescita esponenziale, di donne e minorenni.   

La lista degli orrori della sanguinaria teocrazia al potere in Iran è lunga e mostra come la ferocia della repressione abbia un solo scopo: la sopravvivenza del regime. Quest’ultimo sa bene che la quasi totalità della popolazione gli è contraria e che gli iraniani non smetteranno di lottare per rovesciarlo dall’interno.

Lo sa anche il presidente del regime Massoud Pezeshkian, che ricopre una carica quasi irrilevante nella gerarchia del potere. Non perdiamo tempo ad analizzare il suo discorso “anemico” e ripetitivo: il carnefice che fa la vittima. Parliamo invece dello stato in cui si trova oggi il regime, che da sette mesi tiene i suoi adepti a presidiare le strade, spaventato da una inevitabile rivolta popolare.

Il regime iraniano e i suoi sostenitori festeggiano per essere sopravvissuti alla guerra israelo-americana, ammesso che l’obiettivo di quella guerra fosse davvero il suo rovesciamento e ammesso che ciò fosse possibile. Che la teocrazia iraniana non sarebbe crollata sotto i colpi di una guerra esterna era ampiamente prevedibile. La sua caduta potrà avvenire solo dall’iniziativa del popolo iraniano e della sua resistenza organizzata, non da bombardamenti condotti dall’esterno. Sebbene un intervento esterno indebolisca il regime, esso gli risulta comunque più conveniente rispetto al confronto con una popolazione esasperata dalla repressione e con un’inflazione che viaggia a tre cifre: una popolazione pronta a cogliere la prima occasione per spazzarlo via per sempre. Di negoziato parla infatti quella parte del regime che non ha voce in capitolo e non conta nulla. Il potere, pur indebolito, resta nelle mani di chi non ha rispettato il memorandum di Islamabad, firmato a luglio proprio da Trump e Pezeshkian, e sparato sulle navi nello stretto di Hormuz.

Gli Stati Uniti e i Paesi del Medio Oriente, e non soltanto loro, hanno problemi col regime iraniano, sempre più debole e sempre più intransigente e aggressivo. Continuano però a percorrere la strada sbagliata: chiedono al regime teocratico ciò che non è nella sua natura concedere, vale a dire un cambiamento di comportamento e una moderazione sostanziale. Continuano a confondere il regime con la popolazione iraniana ed esigono da esso civiltà e razionalità politica, dimenticando che si tratta di un sistema di potere antitetico alle norme civili e appartenete alla preistoria.

A testimonianza di questa confusione vi è il fatto che gli Stati Uniti e i loro alleati, una volta eliminato Ali Khamenei, non sembravano avere alcuna idea per il dopo. In una situazione così drammatica per il regime, esso avrebbe enormi difficoltà a riempire il vuoto lasciato da Ali Khamenei. Quanto a suo figlio Mojtaba, ammesso che fosse in condizioni di salute, avrebbe scarse possibilità di controllare le fratture e le lotte interne ai vertici del sistema. Perciò il regime teocratico, stretto da crisi esistenziali insanabili, si logora progressivamente e diventa sempre più intransigente. Allo stesso tempo, però, continua a chiedere la negoziazione, perché la situazione ideale per il regime è né la guerra né la pace, bensì una condizione sospesa tra le due: uno stato di tensione controllata che gli consenta di sopravvivere e, soprattutto, di scongiurare una rivolta popolare. Mentre la controversia con il resto del mondo si fa ogni giorno più acuta, lo spettro di un’insurrezione popolare non gli dà tregua.

 

 

 

 

Aggiornato il 25 settembre 2026 alle ore 10:14