Il Vietnam è diventato molto più di una guerra. Nella memoria politica americana rappresenta il paradigma dell’intervento che comincia con obiettivi apparentemente limitati, si amplia progressivamente e finisce per intrappolare una grande potenza in un conflitto costoso, impopolare e privo di una convincente via d’uscita. È per questo che, davanti all’escalation militare tra Stati Uniti e Iran, la domanda torna inevitabile: il conflitto può trasformarsi in un nuovo Vietnam per Washington? Il paragone deve essere utilizzato con prudenza. L’Iran del 2026 non è il Vietnam del Nord degli anni Sessanta, il Medio Oriente non è l’Indocina e gli Stati Uniti non stanno schierando centinaia di migliaia di soldati in una guerra terrestre. Eppure, sotto il profilo politico e strategico, alcuni segnali sono preoccupanti. Non perché l’esercito americano rischi una sconfitta convenzionale, ma perché anche una sequenza di vittorie militari può produrre un fallimento politico. Gli avvenimenti degli ultimi giorni mostrano quanto rapidamente il conflitto possa allargarsi. Dopo nuovi attacchi contro navi commerciali e infrastrutture militari, gli Stati Uniti hanno condotto ulteriori bombardamenti sul territorio iraniano. Teheran ha risposto colpendo obiettivi americani e Paesi del Golfo che ospitano basi statunitensi, mentre la contesa sul controllo dello Stretto di Hormuz ha assunto un’importanza decisiva. Il cessate il fuoco è stato dichiarato concluso, nonostante la prosecuzione di contatti diplomatici e negoziati sulla libertà di navigazione. È precisamente questo il primo elemento che richiama il Vietnam: l’allargamento progressivo degli obiettivi. Una guerra può iniziare per proteggere la navigazione, neutralizzare alcune basi missilistiche o impedire lo sviluppo di un programma nucleare.
Può però trasformarsi rapidamente in una campagna destinata a distruggere le capacità militari iraniane, indebolire il regime, proteggere gli alleati regionali, difendere le basi americane e garantire contemporaneamente la stabilità energetica mondiale. Quando gli obiettivi diventano numerosi, non è più chiaro quale risultato debba essere considerato una vittoria. La distruzione di depositi, radar, navi e rampe missilistiche può essere misurata. Molto più difficile è determinare quando l’Iran abbia definitivamente perso la capacità o la volontà di reagire. La superiorità tecnologica americana è indiscutibile. Gli Stati Uniti possono colpire in profondità, controllare lo spazio aereo, distruggere infrastrutture e ridurre drasticamente le capacità convenzionali del nemico. Ma la potenza aerea può demolire; raramente riesce, da sola, a costruire un nuovo equilibrio politico. Le esperienze dell’Iraq, dell’Afghanistan e della Libia hanno dimostrato che la caduta o l’indebolimento di un regime non coincidono necessariamente con la stabilizzazione del Paese. Anche autorevoli analisi strategiche americane hanno ricordato che i bombardamenti possono infliggere danni rilevanti senza ottenere un cambiamento durevole nel comportamento dell’avversario. L’Iran, inoltre, continua a possedere la capacità di imporre costi agli Stati Uniti e ai loro alleati attraverso missili, droni, mine, attacchi alle infrastrutture energetiche, operazioni informatiche e azioni contro il traffico marittimo. Il secondo punto di contatto con il Vietnam riguarda dunque la guerra asimmetrica. Teheran non deve necessariamente sconfiggere le forze americane sul campo. Le è sufficiente rendere la guerra lunga, economicamente onerosa e politicamente insostenibile.
Può disperdere le proprie strutture militari, ricostruire parte delle capacità perdute, utilizzare forze irregolari e colpire nei momenti in cui ritiene più vulnerabili Washington e i suoi alleati. L’Iran dispone inoltre di una profondità territoriale e demografica incomparabilmente superiore a quella di altri Stati mediorientali affrontati dagli Stati Uniti negli ultimi decenni. Un’eventuale invasione terrestre sarebbe estremamente complessa e comporterebbe costi enormi. Proprio per questo Washington tenderà a evitarla, preferendo bombardamenti, blocchi navali, operazioni speciali e pressioni economiche. Ma una guerra condotta senza occupazione può diventare una campagna intermittente e potenzialmente interminabile: si colpisce per degradare le capacità nemiche, l’Iran le ricostruisce e torna a minacciare, rendendo necessari nuovi attacchi. Il rischio è quello di una guerra che non finisce perché nessuna delle due parti può ottenere pienamente ciò che vuole. Gli Stati Uniti difficilmente accetteranno un Iran ancora capace di minacciare Hormuz, sviluppare missili e ricostruire le proprie infrastrutture strategiche. Teheran, dal canto suo, difficilmente accetterà condizioni percepite come una capitolazione politica e una rinuncia permanente alla propria sovranità militare. Il terzo elemento è regionale. Il Vietnam si estese ben oltre i confini formali del conflitto, coinvolgendo Laos e Cambogia. Una guerra con l’Iran possiede una capacità di propagazione ancora maggiore. Iraq, Siria, Libano, Yemen, Israele, Giordania e monarchie del Golfo possono essere coinvolti attraverso attacchi diretti, milizie alleate, basi americane e infrastrutture energetiche. Le conseguenze sono già visibili. Gli attacchi iraniani contro obiettivi nei Paesi del Golfo stanno mettendo sotto pressione governi che, pur essendo legati militarmente agli Stati Uniti, non necessariamente desiderano essere trascinati in una guerra prolungata. Secondo alcune analisi, il conflitto sta modificando anche la percezione di Washington da parte dei partner regionali: gli Stati Uniti rimangono il principale garante della sicurezza, ma possono essere considerati contemporaneamente una fonte di esposizione e di rischio. A differenza del Vietnam, inoltre, la guerra iraniana può produrre conseguenze immediate sull’economia mondiale. Lo Stretto di Hormuz rappresenta uno dei passaggi fondamentali per il commercio globale di petrolio e gas. Una sua chiusura, anche parziale, o una prolungata insicurezza della navigazione possono determinare aumenti dei prezzi energetici, crescita dell’inflazione e difficoltà per le economie importatrici.
In questo senso, il fronte interno americano non sarà influenzato soltanto dal numero dei caduti. Potrà esserlo anche dal costo della benzina, dalle spese militari e dalla percezione che una guerra presentata come breve stia diventando permanente. Le valutazioni pubblicate nelle ultime settimane stimano già in decine di miliardi di dollari il costo delle operazioni, senza che le spese del conflitto fossero pienamente previste nei bilanci della difesa. È qui che il parallelo con il Vietnam acquista il suo significato più profondo. La lezione di quella guerra non consiste semplicemente nell’impossibilità di vincere contro la guerriglia. Consiste nella distanza che può aprirsi tra successo militare e risultato politico. Gli Stati Uniti vinsero quasi tutte le principali battaglie del Vietnam, inflissero al nemico perdite enormemente superiori alle proprie e mantennero per anni una schiacciante superiorità tecnologica. Eppure non riuscirono a imporre una soluzione politica sostenibile. Anche in Iran Washington potrebbe vincere sul piano tattico e perdere su quello strategico. Potrebbe distruggere gran parte delle infrastrutture militari senza eliminare la capacità iraniana di destabilizzare la regione. Potrebbe indebolire il regime senza provocarne la caduta. Oppure potrebbe contribuire alla sua caduta senza essere in grado di controllare ciò che verrebbe dopo. L’ipotesi di un cambio di regime è la più pericolosa. Una cosa è colpire installazioni nucleari o basi missilistiche; un’altra è assumersi, direttamente o indirettamente, la responsabilità del futuro politico di un Paese vasto, complesso e attraversato da profonde divisioni sociali, etniche e istituzionali.
La storia recente insegna che la dissoluzione di un potere autoritario non conduce automaticamente alla democrazia. Può invece produrre frammentazione, guerra civile, radicalizzazione o la nascita di un sistema ancora più ostile. Il conflitto iraniano non sarà probabilmente un nuovo Vietnam nella forma. Non vedremo necessariamente grandi unità americane avanzare sul terreno né una mobilitazione paragonabile a quella degli anni Sessanta. Potrebbe però diventarlo nella sostanza politica: una guerra senza una definizione condivisa della vittoria, segnata dall’ampliamento progressivo della missione e dalla difficoltà di ritirarsi senza apparire sconfitti. Il vero interrogativo, quindi, non è se gli Stati Uniti possano battere militarmente l’Iran. Possono certamente infliggergli danni devastanti. La domanda è se siano in grado di trasformare la forza militare in un ordine regionale più stabile. Per ora non esiste una risposta convincente. Washington dovrebbe dunque resistere alla tentazione di confondere la capacità di colpire con la capacità di risolvere. Definire obiettivi limitati, mantenere aperti i canali diplomatici e impedire che la guerra diventi una campagna per la trasformazione politica dell’Iran non significa mostrare debolezza. Significa riconoscere la differenza tra potenza e onnipotenza. Il Vietnam cominciò a essere perduto quando gli Stati Uniti non riuscirono più a spiegare quale risultato potesse giustificare altri uomini, altre risorse e altro tempo. Se la guerra contro l’Iran dovesse arrivare allo stesso punto, il confronto storico cesserebbe di essere una metafora giornalistica e diventerebbe una concreta realtà strategica.
Aggiornato il 13 luglio 2026 alle ore 10:24
