Usa e Iran: la trappola del negoziato e il destino di un popolo

Le relazioni politiche tra l’Iran e gli Stati Uniti negli ultimi decenni, dall’epoca dello Scià d’Iran Mohammad Reza Pahlavi a oggi, hanno vissuto vari alti e bassi. L’Iran possiede una posizione geopolitica estremamente importante nel mondo e si trova al centro del Medio Oriente, collegando l’Oriente (ossia la Cina) con l’Occidente (il Mediterraneo e l’Europa) e la Russia a nord con il sud (il Golfo Persico).

Per gli Stati Uniti e l’Occidente, questo Paese è situato in una posizione estremamente sensibile, dove ogni decisione può influenzare la loro economia. La Russia, sia nella sua forma attuale che in quella dell’Unione Sovietica, insieme alla Cina, ha cercato più volte di raggiungere le acque calde del Golfo Persico e, attraverso lo Stretto di Hormuz, di arrivare al cuore petrolifero del mondo per assumere il controllo dell'economia globale. In questo snodo, il governo centrale dell’Iran può cambiare le macro-decisioni globali, favorendo lo sviluppo dell'economia mondiale o, al contrario, minacciandola. Ma la domanda è: conoscendo queste sensibilità, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno preso le decisioni giuste riguardo alla loro politica estera in Medio Oriente? La risposta è più complessa di un semplice sì o no, ma analizzando la storia e i giorni scorsi, la risposta è no.

1979: IL CROLLO DELLA SICUREZZA IN MEDIO ORIENTE E IL PIÙ IMPORTANTE PARTNER DELL’OCCIDENTE

Nel febbraio 1979, la Rivoluzione Islamica in Iran contro il governo dello Scià, con il sostegno dietro le quinte di alcuni Paesi occidentali e degli Stati Uniti, era riuscita a consegnare il potere a Teheran a un governo dispotico e religioso islamico. L’Occidente a quel tempo, nell’ambito dell’accordo segreto di Guadalupa, sostenendo l’Ayatollah solo perché lo Scià – guidato dal nazionalismo e pensando agli interessi nazionali – controllava il prezzo del petrolio, aveva causato la caduta del suo governo. La questione non si era fermata qui: con vari boicottaggi, persino fino all’ultimo momento della sua vita, non gli avevano permesso di entrare nei loro Paesi. Esattamente tre giorni dopo gli eventi del febbraio 1979, mentre Washington aveva riconosciuto la nascente sovranità a Teheran, la mattinata abbiamo assistito all’assalto di un gruppo armato all’ambasciata degli Stati Uniti i; assalitori che probabilmente erano legati a correnti marxiste e islamiche come i guerriglieri Fedayn al-Khalq, gli Studenti Seguaci della Linea dell’Imam e i MEK. Questo atto è noto come la crisi degli ostaggi dell’ambasciata americana.

L’Ayatollah Khomeini, nei primi giorni, non mostrò molto desiderio di approvare l’occupazione dell’ambasciata; tuttavia, comprendendo i potenziali vantaggi di questa mossa, cambiò rapidamente la sua posizione. Lodando l’azione, la definì la “Seconda Rivoluzione” e ne considerò il valore persino superiore al rovesciamento del regime monarchico. In seguito a questi eventi, prese forma la prima catena di sanzioni economiche degli Stati Uniti contro Teheran.

Di fatto, l’occupazione illegale dell’ambasciata americana e la prigionia del suo personale per 444 giorni piantarono i semi di una profonda inimicizia che portò a conseguenze come la totale rottura delle relazioni diplomatiche, il congelamento di ingenti beni iraniani all’estero, l’applicazione di ampie pressioni sanzionatorie e l’isolamento dell'Iran tra le comunità occidentali; una situazione la cui pesante ombra grava ancora sulle relazioni tra i due Paesi.

Con l’ascesa al potere della Repubblica Islamica, fu messa in atto anche la loro dottrina, ovvero l’esportazione della rivoluzione in altri Paesi. Armando i gruppi terroristici nei Paesi della regione, hanno distrutto la sicurezza del Medio Oriente. Gruppi come Hezbollah in Libano, Hamas in Palestina, le Forze di Mobilitazione Popolare (Hashd al-Shaabi) in Iraq e gli Houthi in Yemen sono tra i gruppi terroristici più noti sostenuti dalla Repubblica Islamica, i quali hanno attaccato e ucciso cittadini americani in più occasioni. Tutto ciò è dovuto a un errore tattico degli Stati Uniti e dell’Occidente e al mancato sostegno al governo dello Scià e loro alleato.

2026 - PATTUIRE CON IL DIAVOLO E IGNORARE LA VOLONTÀ DEL POPOLO IRANIANO

Dall’inizio di gennaio 2026, il popolo iraniano, attraverso una rivoluzione nazionale, ha chiesto il cambiamento totale del governo in Iran. La risposta del regime è stata un proiettile d’arma da fuoco dritto alla testa: nei due giorni dell’8 e 9 gennaio, le forze repressive dei Pasdaran, in collaborazione con i Basij e la polizia, hanno ucciso più di 40.000 persone in tutto il Paese.

Secondo le immagini pervenute e le testimonianze delle famiglie, le forze militari sono entrate negli ospedali per dare il colpo di grazia ai manifestanti feriti. Durante tutto questo tempo, il popolo iraniano, al grido di “Javid Shah” (Viva Lo Scia), ha dichiarato il proprio patto con il principe Reza Pahlavi, eleggendolo come leader della rivoluzione nazionale. Dopo questo massacro, il popolo iraniano, avendo tentato ogni via per cambiare il regime ed essendo stato risposto con il massacro, questa volta ha chiesto aiuto ai governi stranieri nell’ambito del principio R2P (Responsabilità di Proteggere) delle Nazioni Unite.

Alla fine, il 28 febbraio, i due Paesi – Stati Uniti e Israele – sono intervenuti in loro aiuto sulla carta. Più volte prima dell’attacco, i politici americani avevano usato espressioni come “l’aiuto è in arrivo” e lo stesso presidente degli Stati Uniti aveva avvertito che se il governo avesse massacrato il popolo, sarebbe intervenuto in loro aiuto. Questi due Paesi hanno inferto duri colpi ai siti del regime e, il primo giorno stesso, attaccando una riunione di sicurezza, hanno ucciso Ali Khamenei, il leader della Repubblica Islamica.

Il popolo, inebriato dalla morte del dittatore, per la prima volta ha pensato che la libertà sarebbe arrivata nei giorni successivi. Gli Stati Uniti e Israele continuavano a bombardare le basi militari una dopo l’altra, uccidendo comandanti militari e figure chiave. Nel frattempo, anche il regime si è attivato, attaccando follemente luoghi civili nei Paesi vicini. Hanno cercato, data la loro posizione nella regione strategica dello Stretto di Hormuz, di chiuderlo, prendendo di mira ogni nave che tentava di transitare in quel luogo. In risposta, gli Stati Uniti sono entrati nello Stretto di Hormuz, attuando il blocco navale della Repubblica Islamica. Queste due azioni hanno causato l’aumento dei prezzi del petrolio e dell’energia in Occidente, il che avrebbe potuto generare malcontento.

In questo scenario, Trump ha compiuto un passo estremamente strano e folle. Ha deciso di avviare negoziati con una parte dell’apparato governativo che, a suo parere, differiva dal resto. Questa azione è stata un totale affronto alla volontà del popolo iraniano, che chiedeva il superamento completo di questo regime e il negoziato con il proprio rappresentante, ovvero il principe Reza Pahlavi. Secondo Trump, questo gruppo differiva dagli estremisti, nonostante gli iraniani avessero avvertito ripetutamente che questo gruppo è composto dalle stesse persone che negli anni passati avevano ucciso il popolo; persone come Qalibaf, ex comandante del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica (Pasdaran), repressore dei movimenti studenteschi.

Questo negoziato può essere considerato il secondo errore strategico degli Stati Uniti nei confronti dell’Iran, che include nuovamente il mancato sostegno definitivo al principe e rappresentante del popolo iraniano. Queste persone, considerate moderate, sono gli stessi assassini che, con ipocrisia, cercano semplicemente di strappare il potere alla struttura dominante per spartirselo tra loro. Se sono davvero moderati, perché le esecuzioni continuano ancora in Iran e persistono le pressioni politiche?

Molti cittadini iraniani si trovano attualmente nelle prigioni del regime sotto le più severe torture. Queste persone continuano a lanciare slogan sulla distruzione dello Stato di Israele e non hanno smesso di sostenere i loro gruppi paramilitari. Un accordo debolissimo che trasferisce semplicemente il potere da individui estremisti ad altri individui, senza che l’opinione del popolo iraniano venga presa in considerazione. Non vi è alcuna garanzia che questo governo rispetti i termini dell’accordo o che consegni del tutto la propria industria nucleare.

Oltre a quanto sopra menzionato, diverse altre ragioni strategiche confermano la sfiducia verso questa fazione cosiddetta moderata.

In primo luogo, qualsiasi negoziato con queste persone nelle condizioni attuali equivale a iniettare legittimità politica a un regime che, agli occhi del popolo iraniano, ha completamente perso la propria legittimità. Di fatto, ignorare la richiesta pubblica di superare l’intera leadership e negoziare con un apparato che è stato esso stesso parte della repressione è un insulto alla volontà rivoluzionaria della nazione iraniana.

In secondo luogo, l’uso strumentale del negoziato per ricostruire le forze di repressione; il regime, in condizioni in cui è diventato vulnerabile a causa di colpi esterni e pressioni interne, usa il negoziato come tattica per prendere tempo, al fine di poter ricostruire le proprie strutture di sicurezza e riaffermare la propria influenza.

In terzo luogo, la contraddizione intrinseca tra parole e azioni; mentre i rappresentanti del regime parlano di pace e stabilità al tavolo dei negoziati, gli apparati di sicurezza sotto il loro controllo continuano a essere impegnati in attività terroristiche, attacchi informatici e nel finanziamento di gruppi per procura (proxy) nella regione. Questa duplicità di comportamento dimostra che i “moderati” non cercano un cambio di rotta, bensì la sopravvivenza del sistema dispotico con nuovi strumenti.

Di conseguenza, il negoziato con la fazione cosiddetta “moderata” all’interno del potere non è solo la ripetizione degli errori del passato, ma equivale a conferire legittimità a repressori che non hanno alcuna intenzione di cambiare rotta. Questi rapporti, ignorando la volontà del popolo di una transizione completa dal governo attuale, aiutano solo la sopravvivenza del sistema dispotico e offrono un’opportunità per ricostruire le forze di repressione, mentre la vera via per la stabilità e la sicurezza è il sostegno alla volontà del popolo iraniano per un cambiamento fondamentale della struttura del potere.

Aggiornato il 23 giugno 2026 alle ore 11:00