Mezzo secolo dopo la marche verte

Sembra un destino briccone, ma è un fatto che ogni cinquant’anni una immensa folla di marocchini occupi un territorio. Nell’ottobre del 1975 re Hassan II ordinò la Marche Verte: 350mila persone, con tutti i mezzi, dalle automobili, ai cavalli, ai cammelli, alle motociclette e tanti, tanti a piedi occuparono il Sahara occidentale, ex-dominazione ispanica e, dalla fine degli anni Cinquanta, addirittura provincia spagnola per decisione di Francisco Franco, il quale morirà il 20 novembre, un mese dopo la marcia. L’entusiasmo dei marocchini all’idea di questa invasione pacifica fu tale da indurre le autorità a effettuare severe selezioni, da cui circa 170mila volontari furono scartati. Furono messi a disposizione, fra l’altro, più di cento treni, migliaia di autobus, autocarri e veicoli vari.

Le Nazioni unite (che allora avevano ancora un senso) chiesero alla Spagna di decolonizzare questo territorio e avviare un referendum per lautodeterminazione. Strana coincidenza: gli Stati Uniti, mezzo secolo fa, sponsorizzarono, seppure a distanza e su iniziativa di Henry Kissinger, il Marocco contro la Spagna al tempo franchista e subito dopo monarchica, comunque, certamente non di sinistra.

Allora il rischio era il fronte Polisario che combatteva in un vasto territorio ed era sostenuto dall’Algeria, vicina all’Unione sovietica. Ora il legame, mai dissolto, fra il Marocco e l’Occidente ha virtualmente ricreato la rivalità con la Spagna riguardo Ceuta e Melilla, i due territori d’oltremare. Ma questa volta le decine di migliaia di disperati che hanno invaso Ceuta non hanno rivendicato nulla, pare che fossero convinti di poter arrivare veramente in Spagna. Così il primo ministro Pedro Sánchez è stato costretto a mobilitare l’esercito, l’ultima cosa che avrebbe voluto ordinare.

Come è finita l’invasione è cronaca dei giorni scorsi, ed è assurdo che tante migliaia di persone abbiano rischiato la vita e molte decine siano addirittura morte, tutte spronate da qualcosa di ufficialmente misterioso che ha spinto masse ingenti a questo gesto estremo quanto assurdo, senza possibilità di successo. Oltre tutto, a differenza dei tempi della Marche Verte, il Marocco è oggi un Paese sempre più benestante e organizzato. Ovviamente tutti, dai leoni da tastiera ai fini dicitori delle bruttezze del mondo, si sono tuffati in analisi della situazione su scala globale, ma nessuno si è chiesto come decine di migliaia di persone siano state convinte a compiere una follia del genere senza che, apparentemente, nessuno, in tutto il globo, ne sapesse nulla: la Marche Verte fu organizzata ufficialmente, e nei tempi giusti, dal re del Marocco e dal suo apparato, mentre in questo caso, né le cronache né coloro che scrivono quello che ignorano hanno spiegato questo infimo particolare, che non cambia la situazione, ma può far capire molte cose.

Chi conosce Ceuta sa che ci sono traghetti e navi che la collegano con Algeciras, Spagna continentale non vicinissima, sul mare agitato intorno allo stretto di Gibilterra. L’exclave africana è stata per anni un ricco porto franco, grande rivendita di molte merci, dall’elettronica a sigarette e alcolici esentasse. E da lì si può tentare di raggiungere il continente solo con imbarcazioni, esattamente come sul canale di Sicilia. Ma imbarcarsi clandestinamente a Ceuta sarebbe un rischio assurdo, meglio da un porto marocchino più o meno adiacente, anche se i rischi di essere intercettati dalla guardia costiera spagnola sono elevatissimi. Va da sé che l’ingresso a Ceuta può essere solo il prologo di una rapida espulsione, a meno di un’offerta speciale della Spagna, che forse era trapelata attraverso lo sciagurato tam tam.

È certo che la marcia verde del 1975 e quella indefinibile dei giorni scorsi non hanno proprio nulla in comune: cinquant’anni fa un popolo si impossessò di un territorio, in pratica, con il benestare della società internazionale. Fu una festa con bandiere e sorrisi, mentre la Spagna, ormai sapendo che avrebbe dovuto prima o poi rinunciare a quelle terre, negli ultimi anni se ne occupò sempre meno, e città come El Ajun e Daklà andavano tutte riprogettate. Il problema era semmai sfuggire agli attentati, in alcuni anni molto frequenti, del fronte Polisario, tuttora attivo in quei territori, e organizzazioni ad esso collegate: chi scrive, per raggiungere, alla fine degli anni Ottanta, El Ajun da Tiznit, dovette presentarsi a tutti i posti di polizia, più di uno per ogni provincia, dichiarando di essere in vita e di non essere stato aggredito.

Da sempre quella è una terra di forti contrasti, ma questa volta la storia è completamente diversa, si gioca con la vita umana. Al di là delle idee, delle convinzioni geopolitiche e strategiche di ognuno di noi, ci sono decine di annegati senza, per loro, un vero motivo e, soprattutto, senza una prospettiva. Quest’anno è iniziato con tragedie svizzere, ci sono cinque mesi per raffreddare la mente e proporre come optional quasi obbligatorio il rispetto per la vita umana.

Aggiornato il 03 agosto 2026 alle ore 13:53