Sahara à la carte

Si narra di un gruppetto di sognatori del deserto, partito da Roma e bloccato a Casablanca, la città più amata dagli vecchi cinefili, ma in realtà, la più brutta del Marocco. Si dice che il volo della Ram, compagnia di bandiera, fosse un grande e moderno Boeing 737 che, inspiegabilmente, se la prendeva comoda, volando a 600 chilometri orari e arrivando con un ritardo di quasi tre quarti dora. Scaletta, bus, controlli con locali che si infilavano ovunque, favoriti da impiegati e poliziotti che li facevano passare tenendo a distanza i ritardatari senza colpa. I quali, persero, a quanto sembra, la coincidenza per Errachidia, cittadina non ancora overturistica nella zona sahariana prossima all’Algeria. È l’una, si profila una notte fra i sedili delle sale aeroportuali, ma non è così: Royal air Maroc riprotegge. Pulmino per un hotel più che decoroso, due pasti offerti, e, benché a proprie spese, si potrà visitare Casà, magari ammirando la Grande Moschea, costruita negli anni Ottanta per volere del re Hassan II: immensa, affacciata sul mare, piena di marmi di Carrara e dotata persino di un soffitto telecomandato che la rende cabriolet. Sbirciano poco altro, tornano con un anticipo strepitoso, saltano sul volo interno: dopo un’ora il portellone si apre, si respira il deserto.

Negli anni Trenta, ai tempi del colonialismo, Errachidia si chiamava Ksar Es Souk, ma nel 1975 il re cancellò tutti i riferimenti francesi e rinominò la città in onore del principe Al Rachid. L’eliminazione di ogni riferimento comportò, ad esempio, il sequestro di libri, carte geografiche e tutto ciò che recava i vecchi nomi di questa e di altre città: chi proveniva dall’Algeria (confine ora chiuso per rapporti non proprio fraterni) doveva orientarsi con bussola e sole, in attesa di comprare una carta aggiornata nella città con il nome nuovo. Passano gli anni, si susseguono le generazioni e il viaggiatore che conosce il Marocco, ma non lo frequenta da tempo, si accorge, fra gli altri, di un particolare che non avrebbe immaginato: i giovani si rivolgono allo straniero in un inglese spesso fluente, e danno persino l’impressione di non parlare quasi più francese. L’attuale re, Mohammed VI, salito al trono nel luglio 1999, prosegue, anzi, accelera la politica di de-francesizzazione iniziata dal padre. Errachidia era un villaggio, ora ha dunque un piccolo aeroporto, da cui si parte per sentirsi esploratori fra le dune sahariane, ma anche spaziando per infinite forme di deserto dove rari, ma potenzialmente incalzanti hotel cinque stelle fanno intravvedere l’incalzante tramonto dell’epoca dei quasi esploratori. Per ora gli aspiranti Indiana Jones possono continuare a sentirsi tali, ma forse ancora per poco: in molte zone, chi lanciasse un piccolo drone inquadrerebbe dall’alto ampie chiazze di quad, decine di filamenti cammellati con turisti felici, fuoristrada giapponesi che cavalcano le dune a velocità emozionanti.

Minuscole, ma efficientissime agenzie locali offrono avventure à la carte, su misura per clienti di varie età e finanze. I quali torneranno in Europa e in America, e consiglieranno agli amici di affrettarsi, perché la macchina turistica riempie i luoghi del mondo in un battito di ciglia: in pochi anni, ad esempio, ha quasi saturato l’Uzbekistan e la Namibia, terre lontane un tempo sconosciute ai più. Ma il Marocco sembra possedere una flemma saggia, che permette di conservare il fascino del secolo scorso. I marocchini sono sempre più imprenditori e meno venditori da vignetta. Continuano a pronunciare rogàrde, ma evitano vecchie formule come “très bonne qualité, si c’était à Rabat ça coutait beaucoup plus, mais on est à. Nella zona fra Erfoud, Rissani e Hassilabied si visitano fortezze abbandonate, ma affascinanti, talvolta piene di sabbia, altre in buono stato, con asili, servizi, vita locale pulsante. A ritmo serrato, poterie a El Sifa (vasi, otri, mattoni prodotti con metodi tradizionali). Mausolei, fra tutti quello di Moulay Ali Cherif della dinastia alaouita (quella regnante). I souk sono un eccipiente fra corse sulla sabbia e dromedari organizzati da chi è capace di semi-industrializzare le emozioni senza mai intaccarne il fascino. Ancora, piccoli musei, tartarughe fossili, gruppi musicali credibili con o senza falò e tanti, tanti palmeti, alcuni sofferenti per carenza idrica. Si dorme in riad di vari livelli, ma anche in campi tendati, che sono, in realtà, casette con servizi di forma attraente per avventurieri che apprezzano le comodità. E che non disdegnano hammam, massaggi, corsi di cucina, compresa la pizza che nasce da braci nel deserto.  La piccola magia sta nell’organizzare tutto questo per numeri sempre maggiori di gruppi senza far apparire la regione come una meta di massa. Finora ci sono riusciti, mantenendo prezzi accessibili e tradizioni vere, evitando fronzoli ridicoli.

Il gruppo di cui la leggenda narra torna di malavoglia, anche perché deve svegliarsi alle tre di notte. Alle quattro parte per l’aeroporto di Errachidia, 80 chilometri circa. E siccome non c’è traffico arriva presto: così, a sorpresa, il volo (pubblico, non privato!) parte 40’ prima, ma ora l’anticipo serve solo ad attendere un po’ di più la coincidenza per l’Italia dalla città di Humphrey Bogart. È certo che dopo l’episodio dell’andata tutti accettano sei ore d’attesa, fra ricordini da regalare e tajine di pollo surgelato. Felici di poter sottolineare nei racconti futuri di non essere stati a Marrakech, che avrà pure dato il nome al Marocco, sarà pure la città più conosciuta e raggiungibile. Ma decine di milioni di ammiratori della Koutubia, di sognatori di suite alla Mamounia, di avventori della piazza Djamaa el fna, ormai plastificata, hanno di fatto dedicato a Yves Saint Laurent quella che nacque come città degli Almoravidi. Mentre in questo lembo di deserto che sembra un parco giochi del grande Sahara, ci si sente liberi di vivere avventure dell’anima.

Aggiornato il 22 maggio 2026 alle ore 10:11