Oltre alle guerre senza vittorie che cosa c’è di peggio? Quando la verifica di fatto dà come risultato che i contendenti in campo sono “tutti perdenti”: questo è lo zenit delle guerre inutili mediorientali anche secondo l’editorialista più famoso del New York Times, Thomas Friedman. E tali sono i leader di Israele, Iran, Hezbollah, Hamas e (purtroppo per noi) degli Usa, con una Presidenza come quella attuale che è un pendolo imprevedibile, per cui nessuno conosce l’ora esatta che segna il tempo politico di Washington.
Quando la polvere da sparo si sarà depositata sul terreno, allora per tutte le leadership coinvolte suonerà la resa dei conti, visto che da quel punto in poi dovranno per forza di cose dare conto e ragione delle proprie scelte ai loro popoli devastati da un conflitto generalizzato e senza vincitori. E se veramente esistesse una Corte Internazionale per stabilire fino in fondo le loro responsabilità, si potrebbe iniziare con la rassegna cronologica dei fatti accaduti dal 7 ottobre 2023 in poi, quando Hamas trucidò, stuprò e rapì in modo orribile 1200 civili israeliani disarmati.
Ora, che cosa mai avrà spinto Hamas (che pure si vantava di avere un’ala politica raziocinante, gerarchicamente sovraordinata, in teoria, a quella militare) a mettere in atto una simile strage? L’unica ragione plausibile sta nel volere nel modo più cruento possibile richiamare l’attenzione mondiale sulla questione palestinese, messa in ombra dagli accadimenti internazionali come la guerra in Ucraina e dal possibile coinvolgimento dell’Arabia Saudita nella politica degli Accordi di Abramo, sottoscritti da Donald Trump e avallati da Joe Biden.
La speranza di Yahya Sinwar e dei suoi miliziani più feroci era verosimilmente quella che un’invasione simbolica di Israele avrebbe scatenato un sollevamento generale delle forze della resistenza, favorevoli all’annientamento dell’Entità sionista, con particolare riferimento agli Hezbollah, all’Iran e ad altri Stati arabi radicali, che però non si sono mossi.
Ma, il vero problema di questo scellerato passo di Hamas è stato di non lasciare altra alternativa se non la guerra al suo nemico giurato, ben sapendo che per le sue milizie non vi sarebbe stata in questo caso altra scelta, se non mimetizzarsi con armi, combattenti e missili nei tunnel (riservati esclusivamente ai suoi miliziani e non a offrire rifugio ai civili dai bombardamenti israeliani in superficie!), nelle case di civile abitazione e nei sotterranei di strutture sensibili come scuole e ospedali. Di qui, non avendo alcun modo di opporsi al totale controllo dello spazio aereo da parte degli israeliani, la strage di decine di migliaia di palestinesi innocenti si è configurata come un atto voluto da Hamas, determinato strategicamente per mettere il resto del mondo contro Israele. Ben sapendo che la leadership ebraica e il suo governo non si sarebbe fermata per nessuna ragione, disattendo i richiami dell’Onu, della Casa Bianca, dell’Europa e del Vaticano. Ma, così facendo, anche Bibi Netanyahu, oltre alla terra bruciata e alle bombe, ha rinunciato a qualsiasi road map per un possibile piano di pace, perdendo mediaticamente una guerra stravinta sul campo, ma senza ottenere né la resa, né il disarmo di Hamas, pronto a riprendere in ogni momento la sua strategia nichilista.
Bilancio definitivo-provvisorio: 70mila morti palestinesi (di cui più di un terzo combattenti di Hamas), 170mila feriti che sommati tra di loro equivalgono pressappoco al 10percento della popolazione di 2,2 milioni di gazawi. Ed è stato proprio Sinwar a definire queste povere vittime come un “sacrificio necessario” per la vittoria finale della causa palestinese. Mediaticamente, il tutto sembra aver funzionato, dato l’attuale isolamento internazionale cui è esposto Israele e l’esecrazione universale di cui oggi gode la parola “sionismo”. Ma i palestinesi, che soffrono nel fango e nelle macerie, aggrediti da enormi roditori e dai parassiti, a causa delle fogne a cielo aperto e da enormi cumuli di spazzatura mai rimossi, che cosa ne hanno guadagnato da qui a venti/trenta anni?
Malattie, denutrizione, povertà indigente, mentre Hamas (il vero istigatore del “genocidio”) osa ancora sfilare nella parte di Gaza non occupata con armi tirate a lucido, divise linde e lustre. Ma Netanyahu, oltre a un killing field di rovine e sangue che cosa ha guadagnato? Quando mai le due comunità israeliana e palestinese torneranno a parlarsi su di un piano di reciproca fiducia? Come nulla ha ottenuto Hamas, che al pari del governo israeliano non vuole nessuna equa ripartizione della Palestina tra due popoli, rivendicando per se, con il sostegno di molti milioni di manifestanti occidentali ProPal, tutta la terra palestinese dal Giordano al Mediterraneo.
Ma Hezbollah ha fatto errori ancora peggiori del suo fratello di lotta sunnita: da decenni, ha trattato il Libano come fosse suo di diritto, attraverso una sorta di dittatura militare che ha reso irrilevante il governo legittimo di Beirut e l’esercito regolare libanese, privo di mezzi e senza alcuna capacità effettiva di controllo del territorio. Ha eretto a scopo nazionale la sua lotta armata contro Israele, instaurando un clima di guerra permanente che nessuno in Libano ha voluto e votato, oltre alla componente sciita. Costringendo così Israele a riprendere le operazioni militari oltre frontiera, che oggi hanno fatto più di un milione di profughi e distrutto decine di villaggi libanesi al confine.
Ma ai fondamentalisti, evidentemente, importa poco: per ogni civile libanese ucciso ci saranno decine di giovani volontari che vorranno vendicarsi arruolandosi nelle file degli Hezbollah. Un nastro di lutti senza fine, quindi, per il Libano e Israele.
Sul fronte iraniano, poi, non si capisce perché Trump e Netanyahu non abbiamo ponderato bene un Piano “B”, nel caso che l’attacco diretto all’Iran fosse terminato in uno stallo, come quello attuale, visto che il blocco di Hormuz e la ritorsione iraniana contro i Paesi del Golfo alleati degli Usa stanno terremotando il 20percento delle forniture energetiche del resto del mondo. Ma gli ayatollah, come Hamas, l’America, Hezbollah e Israele non hanno nemmeno loro una road map per una seria trattativa di pace, oltre al martirio dei pasdaran e dei civili iraniani innocenti.
A che cosa è servito a Teheran disperdere molte centinaia di miliardi di proventi del petrolio per arricchire l’uranio, ed estendere l’imperialismo sciita in Iraq, Libano, Yemen, Siria e negli Stati arabi del Golfo?
E l’effimera vittoria riportata con i “14 punti” del Memorandum of Understanding non è altro che la semina per conflitti futuri.
A tutti costoro, pertanto, non resta che proseguire la guerra, non volendo rispondere alla propria gente del loro scellerato operato. Ma se Trump non dovesse riuscire a smantellare il nucleare iraniano, con le buone o con le cattive, l’America non gli perdonerebbe lo svuotamento pericoloso degli arsenali del Pentagono e la risalita dell’inflazione a causa dell’aumento dei costi dell’energia. Se ci riuscisse parzialmente, invece, dovrebbe dimenticarsi per molto tempo a venire il regime change a Teheran, e per l’Occidente tutto sarebbe un fallimento colossale. Ma che aspetta la Corte Internazionale dell’Aia a mettere sotto processo tutti costoro, e non solo Netanyahu e Hamas?
Aggiornato il 22 giugno 2026 alle ore 10:22
