La Storia ripete sé stessa come farsa, tornando al 1968. Allora, fu davvero imperdonabile che i capi riconosciuti del Movimento volessero piegare l’Occidente al socialismo reale sovietico, nell’ambito del collettivismo malato della dittatura del proletariato. Provenendo proprio loro, tra l’altro, dalle classi agiate borghesi che non avevano mai visto né lavorato in una catena di montaggio, sporcandosi le mani con l’olio da ingranaggi, esattamente come accade oggi con i ProPal e pro-Hamas che frequentano i campus americani più esclusivi, e non sono mai marciti da innocenti in una delle prigioni sotterranee di Gaza. Anche se va detto che i giovani protagonisti ideologici del 1968 erano assidui frequentatori di biblioteche e conoscitori delle opere di Marx-Lenin, al contrario dei nativi digitali di oggi, che vorrebbero tornare allo stesso punto di partenza di allora senza rendersi conto che il “Soggetto” (storico collettivo) ha subito una impressionante mutazione politico-genetica, convertendosi in una sorta di distopico Io-tutto, nemico escatologico del collettivismo. Infatti: mettere a fattor comune i mezzi di produzione di massa vuol dire, poi, lavorare dentro le fabbriche come operai! Questo rifugiarsi delle giovani generazioni occidentali nell’universo solipsistico dell’Io-tutto rappresenta un fatto letteralmente eversivo per la riproduzione della specie, e per il funzionamento delle società occidentali, condannate a un inesorabile invecchiamento, a causa dell’inarrestabile inverno demografico. Chi è il protagonista di questo rovesciamento della prospettiva liberaldemocratica? Risposta: la così detta Gen-Z dei nati tra il 1997 e il 2012, quindi appartenenti oggi alla fascia di età che va dai 14 ai 29 anni: elettori entusiasti, tanto per capirci, del sindaco newyorkese Zohran Kwame Mamdani (nella foto), riconoscendosi pienamente nel suo programma politico.
Quale? Questi, in sintesi i punti salienti della loro visione vetero-socialista: introduzione di un sistema di controllo dei prezzi nelle economie liberali, attraverso la gestione diretta dello Stato di esercizi commerciali con merci a prezzi calmierati; tassazione della ricchezza in funzione redistributiva; un ampio ricorso alle nazionalizzazioni. I loro idoli politici, oltre a Mamdani, sono il francese Jean-Luc Mélenchon e Zack Polanski segretario del Green Party inglese. Insomma, la nuova generazione di radicali socialisti che alimenta entusiasticamente l’esercito dei ProPal, è fedelissima utente di TikTok (quindi, spiata in toto 24h al giorno dagli algoritmi del Grande Fratello cinese!), autentica cassa di risonanza digitale mondiale della Gen-Z neosocialista. La quale, però, non ha nulla a che vedere con il vecchio socialismo storico, dato che, come si diceva, si ispira alla dottrina dell’Io-tutto: basta, cioè, essere nati, per aver diritto a ogni cosa, che lo Stato è tenuto a garantire. Quindi, al primo posto dell’odio ideologico si colloca l’inflazione, il costo delle case e degli affitti e l’Intelligenza artificiale, destinata a fare un deserto degli storici “posti al sole” per sostenere con risorse pubbliche e private l’occupazione giovanile improduttiva, come quella inflattiva degli impieghi nel campo della comunicazione. Eserciti di blogger, influencer, Pr creano nel mondo immense bolle di consumi superflui e contenuti multimediali di ogni tipo usa-e-getta: e la Gen-Z vorrebbe vivere solo di questo.
Così, Avi Lewis, nuovo leader del New Democratic Party canadese, recepisce le rivendicazioni di Gen-Z proponendo la ridistribuzione di redditi tramite il ritorno (veterosocialista) al controllo centrale dei prezzi, facendone pagare i costi alle classi più ricche a beneficio dei meno abbienti, senza tenere in alcun conto che l’economia del Canada soffre da un decennio di stagflazione e bassa crescita. Certo, le rivendicazioni della Gen-Z partono da reali problemi di fondo delle società occidentali, come l’inflazione, la disoccupazione e l’elevato costo degli alloggi, ma per The Economist la loro deriva vetero-socialista è il peggiore dei rimedi che si possano immaginare. Se ai tempi del 68 la sinistra voleva più tasse per tutti, quella della Gen-Z pretende sussidi finanziari per tutti pagati dai miliardari, mostrando per giunta una palese ostilità per l’imprenditoria privata (vi ricorda qualcosa ai tempi dei soviet e di Mao Zedong?). Di conseguenza, i nuovi giovani socialisti non credono alle virtù del mercato per produrre ricchezza e ridistribuire profitti, reclamando di avere comunque diritto alla propria parte di benessere comunque garantita loro dallo Stato-Provvidenza. Questo tentativo giovanile di liquidazione delle democrazie liberal-liberiste avrebbe potuto rimanere nell’ambito delle manifestazioni folkloristiche del pensiero politico ed economico, se non fosse per il fatto che partiti, come quello Democratico americano, si sono messi a inseguire il neosocialismo della Gen-Z proponendo schemi fantasiosi, come quello di ridurre al 50percento le tasse dei cittadini americani.
Sulla stessa lunghezza d’onda, in Inghilterra i Verdi hanno scavalcato a sinistra il Labour Party invocando più tasse e maggiore intervento dello Stato. Ma la realtà continuerà a giocare contro l’utopia della Gen-Z, dato che gli affitti calmierati sono destinati a disincentivare la costruzione di nuove abitazioni, mentre è proprio grazie alla concorrenza che le grandi superfici commerciali hanno continuato a ridurre i loro prezzi sui beni in vendita. Del resto, tassare la ricchezza nei sistemi liberali avrebbe un effetto involutivo sulle capacità di innovazione e sulla crescita complessiva interna: tutti fenomeni negativi questi ultimi, che l’Europa iper-regolata dei decenni passati ha ampiamente sperimentato, prima dell’adozione delle più recenti riforme a favore del mercato libero. Viceversa, chi in passato ha dato spazio alle tesi popolar-socialiste della Gen-Z, come il peronismo argentino, ha solo causato iperinflazione e forte declino economico del proprio Paese
Se le rivendicazioni della Gen-Z divenissero realtà, l’impresa privata che è alla radice del moderno benessere economico subirebbe una pericolosa battuta d’arresto. È certamente vero, osserva The Economist, che le persone non sempre si comportano in modo razionale quando operano le scelte economiche, e che le ineguaglianze restano ineliminabili, mentre la cosa migliore sarebbe una crescita equamente distribuita. Certo, libero commercio e globalizzazione creano vinti e vincitori, ma questo, osserva il settimanale londinese, “rimane pur sempre il periodo migliore per nascere, visto il record raggiunto dai livelli di reddito, dall’aspettativa di vita e dal bassissimo tasso di povertà”. Certo, i politici debbono porre rimedio al carico eccessivo che grava sui giovani per il pagamento delle pensioni delle generazioni non più attive, nonché assicurare che la meritocrazia prevalga sulle prerogative di status. In tal senso si può sempre migliorare la giustizia sociale elevando sia le tasse sulle successioni che le imposte sulla proprietà. La Gen-Z, tra l’altro, ha chiesto apertamente una moratoria sui data-center di supporto all’Intelligenza artificiale e chiare garanzie sulla difesa dei livelli occupazionali, che rappresentano altrettanti problemi reali e urgenti nella società di oggi. Insomma, il futuro sarà più socialismo reale, o un liberalismo temperato?
Aggiornato il 19 giugno 2026 alle ore 10:24
