Pechino prende tempo, Gazprom affonda

La visita di Vladimir Putin in Cina doveva servire a mostrare ancora una volta l’immagine di una Russia tutt’altro che isolata, capace di sedersi al tavolo con la grande potenza asiatica e di presentarsi come pilastro energetico del nuovo ordine multipolare. Ma dietro le formule solenni, le dichiarazioni sull’amicizia “senza limiti” e i comunicati diplomatici, il risultato più importante è stato quello che non è arrivato. Putin è tornato da Pechino senza l’accordo decisivo sul Power of Siberia 2, il grande gasdotto che dovrebbe portare il gas russo dalla penisola di Yamal fino alla Cina attraverso la Mongolia. Il mercato lo ha capito subito. Al termine della visita, le azioni Gazprom sono scese bruscamente alla Borsa di Mosca, perdendo circa il 3,5 per cento. Anche Tmk, la società individuata per fornire i grandi tubi necessari alla costruzione dell’infrastruttura, ha accusato un crollo più marcato. Non è una semplice oscillazione finanziaria. È il segnale che dietro la retorica della partnership strategica tra Mosca e Pechino si nasconde una realtà molto meno trionfale: la Cina tratta, prende tempo, misura i propri interessi e non ha alcuna intenzione di salvare Gazprom alle condizioni desiderate dal Cremlino. Il Power of Siberia 2 è molto più di un gasdotto. È il tentativo russo di sostituire, almeno in parte, il mercato europeo perduto dopo l’aggressione su larga scala contro l’Ucraina.

Per anni Gazprom ha costruito la propria potenza economica e politica sul rapporto privilegiato con l’Europa. Nel periodo di massimo splendore, tra il 2018 e il 2019, le forniture verso il mercato europeo arrivavano a circa 175-180 miliardi di metri cubi l’anno. Era il mercato più ricco, più vicino e più redditizio. L’Europa comprava molto, pagava bene e garantiva a Mosca una rendita geopolitica enorme. Quella stagione è finita. La guerra contro l’Ucraina, le sanzioni, la distruzione della fiducia e la decisione europea di sganciarsi progressivamente dal gas russo hanno trasformato Gazprom da strumento di influenza globale a gigante ferito. La Russia può ancora vendere energia, ma non può più farlo alle stesse condizioni di prima. Non basta spostare sulla carta i flussi da Ovest a Est per ricostruire il vecchio modello. L’Europa non era soltanto un cliente: era il cliente che rendeva sostenibile l’intero sistema. Da qui nasce l’urgenza del Power of Siberia 2. Il progetto prevede una capacità annua di circa 50 miliardi di metri cubi e dovrebbe utilizzare giacimenti che in passato alimentavano l’Europa attraverso il sistema Nord Stream. In teoria, sarebbe la grande riconversione energetica della Russia: ciò che prima andava verso Berlino, Vienna o Milano, domani andrebbe verso Pechino. In pratica, però, la Cina non si comporta come un compratore disperato. Al contrario, sa perfettamente che il tempo lavora a suo favore. Il nodo principale è il prezzo. Pechino vuole pagare poco, molto poco.

La Cina avrebbe chiesto condizioni vicine ai prezzi domestici russi, attorno ai 50 dollari per mille metri cubi: una cifra enormemente inferiore sia rispetto al prezzo oggi pagato per il gas del Power of Siberia 1, sia rispetto ai livelli applicati da Gazprom agli altri clienti esteri. Per Mosca sarebbe un’umiliazione commerciale prima ancora che politica. Dopo aver perso il mercato europeo, la Russia rischia di ritrovarsi costretta a vendere alla Cina grandi volumi di gas a prezzi molto meno vantaggiosi, trasformando una presunta alleanza strategica in una dipendenza strutturale. C’è poi il problema dei volumi. Mosca vorrebbe un contratto rigido, di lungo periodo, fondato sul principio “take or pay”: la Cina si impegna a comprare quantità prestabilite e garantisce così entrate stabili a Gazprom per decenni. Pechino, invece, vuole flessibilità. Non intende legarsi mani e piedi a un unico fornitore, soprattutto in una fase in cui la domanda interna può cambiare, le rinnovabili crescono rapidamente e altre rotte energetiche restano disponibili. È la differenza tra chi ha bisogno urgente di vendere e chi può permettersi di scegliere.

La propaganda russa ha provato a presentare la crisi in Medio Oriente e le tensioni attorno allo Stretto di Hormuz come un’occasione favorevole. Se le rotte marittime diventano vulnerabili, se il gas naturale liquefatto diventa più caro, se l’instabilità regionale spaventa i mercati, allora un gasdotto terrestre dalla Russia alla Cina sembrerebbe una garanzia di sicurezza. Questo è il ragionamento di Mosca, ma Pechino ragiona in modo più freddo. La sicurezza energetica cinese non coincide con la dipendenza da Gazprom. Per la Cina, diversificare significa comprare dalla Russia, ma anche dall’Asia centrale, dal Medio Oriente, via mare, via terra, attraverso contratti flessibili e rapporti bilanciati. Non è un caso che la Cina guardi con crescente interesse anche al gas del Turkmenistan. Pechino sta valutando un aumento delle importazioni turkmene dagli attuali 40 miliardi di metri cubi annui fino a 65 miliardi. Investe nei giacimenti, costruisce relazioni, amplia il ventaglio delle alternative. In questo quadro, la Russia non è più l’attore indispensabile che immagina di essere. È uno dei fornitori, certamente importante, ma non abbastanza forte da imporre le proprie condizioni. Il paradosso è evidente. Putin parla di mondo multipolare, ma la Russia entra in questo nuovo equilibrio da Paese indebolito. Ha bruciato il rapporto energetico con l’Europa, ha ridotto drasticamente il valore politico di Gazprom, ha trasformato un colosso del gas in un’impresa alla ricerca di sbocchi obbligati.

La Cina, invece, osserva e incassa. Non rompe con Mosca, perché le conviene avere una Russia antioccidentale, utile come retrovia strategica e come fornitore di materie prime. Ma non si sacrifica per Mosca. Non paga di più per aiutare Putin. Non firma contratti svantaggiosi per salvare i conti di Gazprom. Anche l’aumento dell’interscambio commerciale tra i due Paesi, spesso celebrato dal Cremlino come prova della solidità dell’asse russo-cinese, va letto con attenzione. La Russia importa dalla Cina una quota crescente delle tecnologie che non riesce più a procurarsi dall’Occidente. Anche qui, la relazione appare sempre meno simmetrica. Mosca vende materie prime, compra tecnologia, dipende dalle aperture cinesi e cerca di trasformare questa dipendenza in narrazione geopolitica. Ma una dipendenza resta tale anche quando viene avvolta nella retorica del multipolarismo. Il Power of Siberia 2 potrebbe ancora essere costruito. Nessuno può escludere che, nei prossimi anni, Mosca e Pechino trovino un compromesso. Il progetto è enorme, costoso, tecnicamente complesso e richiederebbe comunque quattro o cinque anni di lavori una volta assicurati finanziamenti e accordi definitivi.

Se realizzato, porterebbe le forniture russe verso la Cina a livelli molto significativi, forse fino a 100 miliardi di metri cubi annui, restituendo a Gazprom una parte dello spazio perduto, ma anche in quel caso non sarebbe un ritorno al passato. Sarebbe un salvataggio parziale, ottenuto probabilmente a condizioni dettate più da Pechino che da Mosca. La vera questione è il tempo. La finestra di opportunità per la Russia potrebbe restringersi. La Cina continua a investire nelle rinnovabili, mantiene il carbone come pilastro del proprio sistema energetico, diversifica le fonti e non vuole trovarsi prigioniera di un unico corridoio. Più Pechino rafforza la propria autonomia, meno avrà bisogno di concedere a Putin ciò che Putin chiede. La visita in Cina, dunque, non ha segnato una svolta. Ha mostrato, piuttosto, il limite della strategia russa. Putin può firmare dichiarazioni solenni, può parlare di nuovo ordine mondiale, può presentarsi come partner indispensabile di Xi Jinping. Ma i contratti, quelli veri, si firmano solo quando gli interessi coincidono. E oggi l’interesse della Cina non è salvare Gazprom. È comprare gas russo, se conviene, al prezzo più basso possibile. Per Mosca è una lezione amara. Dopo aver perso l’Europa, non basta bussare alla porta di Pechino per ritrovare grandezza. La Russia voleva usare l’energia come arma geopolitica. Ha finito per scoprire che anche le armi, quando vengono usate male, possono ritorcersi contro chi le impugna.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza

Aggiornato il 17 giugno 2026 alle ore 10:55