La guerra ibrida russa non è più un insieme confuso di episodi da archiviare come incidenti, anomalie tecniche o provocazioni isolate. È diventata una campagna permanente, organizzata, crescente. Una pressione continua esercitata contro l’Europa al di sotto della soglia della guerra convenzionale, proprio per costringerla a reagire sempre in ritardo, caso per caso, quando il danno è già stato prodotto. Un cavo sottomarino danneggiato, un attacco informatico contro un’infrastruttura energetica, un drone che entra nello spazio aereo di un Paese alleato, un disturbo del segnale gps, un incendio in uno stabilimento, un sabotaggio ferroviario lungo le rotte del sostegno a Kyiv: presi singolarmente possono sembrare fatti diversi, distanti, persino difficili da attribuire. Visti insieme, però, compongono un disegno. Ed è proprio questo il punto che la Nato sembra finalmente voler affrontare. L’Alleanza Atlantica sta lavorando per smettere di giocare a “colpisci la talpa”, come ha spiegato James Appathurai, viceassistente del segretario generale della Nato per l’innovazione, le minacce ibride e il cyberspazio. L’immagine descrive bene la condizione in cui l’Occidente si è trovato per troppo tempo. Mosca colpisce in un punto, l’Europa interviene. Mosca si sposta altrove, l’Europa rincorre. Un sabotaggio qui, un attacco cyber là, una campagna di disinformazione, un’operazione di disturbo, un’infiltrazione, una provocazione. Sempre un passo avanti l’aggressore, sempre un passo indietro chi deve difendersi. La nuova strategia della Nato prova a rovesciare questa logica: non limitarsi più a reagire all’episodio, ma costruire una visione complessiva della minaccia. La novità più rilevante è il coinvolgimento crescente dell’industria privata.
La Nato sta stringendo collaborazioni con società di cybersicurezza, fornitori di servizi essenziali, operatori energetici, aziende tecnologiche e grandi provider del cloud. Non si tratta di una scelta accessoria. La guerra ibrida russa colpisce esattamente lì dove il confine tra sicurezza militare e vita civile è diventato più sottile: reti elettriche, centrali, gasdotti, piattaforme energetiche al largo delle coste, data center, sistemi di navigazione, infrastrutture digitali, comunicazioni, trasporti. Nel mondo contemporaneo la sicurezza non passa più soltanto per basi militari, radar e batterie antiaeree. Passa anche per i sensori di un’azienda energetica, per la continuità operativa di un centro dati, per la capacità di un fornitore privato di individuare un’anomalia prima che diventi crisi nazionale. È un cambiamento profondo. Se un attacco informatico compromette impianti energetici che servono centinaia di migliaia di persone, non siamo davanti a un semplice problema tecnico. Se droni non identificati sorvolano piattaforme energetiche al largo delle coste, non siamo davanti a una curiosità di cronaca. Se il gps viene disturbato lungo il fianco orientale dell’Alleanza, non siamo davanti a un fastidio temporaneo per la navigazione. Sono segnali, test, messaggi. Mosca osserva le reazioni, misura i tempi, valuta le divisioni, calibra il passo successivo. Appathurai ha indicato un punto essenziale: la campagna ibrida della Russia è consistente, in crescita e non si fermerà a prescindere da ciò che accadrà in Ucraina. Questa frase dovrebbe essere letta con molta attenzione anche in Italia, dove una parte del dibattito pubblico continua a fingere che la guerra russa sia un problema locale, un conflitto regionale, una tragedia lontana che potrebbe essere chiusa semplicemente chiedendo a Kyiv di accettare la realtà imposta dalla forza. Non è così. L’aggressione contro l’Ucraina è il centro visibile di una strategia più ampia.
La Russia non combatte soltanto contro Kyiv. Combatte contro l’ordine europeo nato dopo la fine della Guerra fredda, contro la libertà di scelta dei Paesi vicini, contro l’idea stessa che la sicurezza del continente non debba essere decisa a Mosca. Per questo la guerra ibrida non finirà automaticamente con un eventuale cessate il fuoco in Ucraina. Al contrario, potrebbe proseguire con maggiore intensità proprio perché offre al Cremlino uno strumento economico, ambiguo e politicamente utile. Non richiede divisioni corazzate ai confini. Non obbliga a rivendicare apertamente la responsabilità. Permette di utilizzare intermediari, gruppi criminali, hacker, reti di influenza, società di facciata, manovalanza reclutata a basso costo. Permette di colpire e negare, destabilizzare e sorridere, provocare e accusare l’Occidente di isteria. È la forma di aggressione preferita da chi vuole cambiare gli equilibri senza assumersi fino in fondo il costo di una guerra dichiarata. La risposta occidentale, finora, si è fondata in larga parte sulla deterrenza classica: attribuire pubblicamente gli attacchi quando possibile, imporre sanzioni, rafforzare la resilienza, dichiarare sostegno agli Stati colpiti. Tutto necessario, ma non più sufficiente. La ripetizione degli attacchi dimostra che Mosca ha incorporato quel costo nel proprio calcolo strategico. Se dopo ogni sabotaggio la conseguenza è una dichiarazione di condanna, il Cremlino prende nota e continua. Se dopo ogni campagna di disinformazione ci si limita a denunciarne la manipolazione, la macchina prosegue. Se dopo ogni episodio sospetto si attende per mesi una prova perfetta mentre gli eventi si moltiplicano, l’aggressore ottiene esattamente ciò che vuole: tempo, ambiguità, confusione.
Da qui nasce l’esigenza di una difesa più attiva. Non una risposta scomposta, non una imitazione dei metodi russi, non l’abbandono dei principi democratici. Sarebbe un errore gravissimo combattere il Cremlino diventando simili al Cremlino. Ma tra l’inerzia e la specularità esiste uno spazio molto ampio: quello della prevenzione, dell’integrazione informativa, della protezione avanzata delle infrastrutture, della cooperazione tra pubblico e privato, della capacità di vedere il quadro prima che i singoli frammenti diventino emergenza. È qui che la strategia Nato può fare la differenza. Per l’Europa è una prova di maturità strategica. Non basta dire che siamo sotto attacco ibrido. Occorre comportarsi di conseguenza. Occorre spiegare ai cittadini che la sicurezza non è più soltanto ciò che accade ai confini orientali dell’Alleanza, ma anche ciò che attraversa le nostre reti, le nostre infrastrutture, i nostri sistemi informativi, le nostre campagne elettorali, il nostro dibattito pubblico. L’Italia dovrebbe seguire questo passaggio con particolare attenzione.
Siamo un Paese attraversato da infrastrutture energetiche, portuali, digitali e logistiche decisive. Siamo esposti alla propaganda russa, alle narrazioni ambigue, alla manipolazione del linguaggio, alla tentazione di chiamare prudenza ciò che spesso è soltanto paura. La Nato che coinvolge l’industria privata non sta militarizzando la società. Sta prendendo atto che Mosca ha già trasformato la società civile europea in un campo di pressione. La differenza è fondamentale. La Russia colpisce nell’ambiguità, usando strumenti opachi e negando la propria responsabilità. L’Alleanza deve rispondere nella trasparenza, nel diritto, nella cooperazione e nella capacità di prevenire. Non si tratta di cercare lo scontro, ma di impedirne la normalizzazione sotto altra forma. La guerra nell’ombra si combatte prima di tutto portandola alla luce. Ed è qui che la Nato sembra aver compreso il punto essenziale: non basta più vedere i singoli colpi. Bisogna riconoscere la mano che li guida.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
Aggiornato il 15 giugno 2026 alle ore 11:03
