È ancora possibile salvare l’Europa?

Londra, domenica 10 maggio. Una manifestazione di protesta contro il crescente antisemitismo si è svolta davanti alla residenza del primo ministro britannico, richiamando circa 20mila persone, in gran parte appartenenti alla comunità ebraica. Il segretario di Stato per il Lavoro e le Pensioni, Pat McFadden, intervenuto dal palco, è stato accolto da fischi e contestazioni. “Capisco cosa provate”, ha dichiarato rivolgendosi alla folla. La risposta dei manifestanti è stata: “Azioni, non altre parole”. Quando Keir Starmer, pochi giorni prima della protesta, ha visitato Golders Green, un quartiere londinese a forte presenza ebraica, dove due ebrei erano stati accoltellati il ​​29 aprile scorso, è stato accolto da cori che scandivano “Keir Starmer, persecutore degli ebrei”. Gli ebrei nel Regno Unito non sono più al sicuro. Nel 2025, sono stati registrati 3.700 episodi di antisemitismo, una media di dieci al giorno. Entro la fine del 2026, si stima che le cifre saranno destinate a rimanere almeno sugli stessi livelli. Nel 2023, i dati erano stati ancora più elevati. Il massacro di migliaia di israeliani perpetrato dal gruppo terroristico Hamas, il 7 ottobre 2023, ha innescato una forte impennata di attacchi antisemiti nel Regno Unito.

A Londra sono in aumento gli attacchi violenti contro ebrei e istituzioni ebraiche. Il 23 marzo, un incendio doloso ha distrutto quattro ambulanze appartenenti a Hatzola Northwest, un’organizzazione ebraica di volontariato per il pronto intervento medico. Il 18 aprile, la sinagoga Kenton United, nella zona nord-ovest di Londra, è stata colpita da un attentato incendiario. Il 29 aprile, si sono verificati gli accoltellamenti a Golders Green. I bambini ebrei subiscono molestie nel tragitto verso la scuola. Ostentare la propria identità ebraica è considerato pericoloso. Gli uomini evitano di indossare in pubblico la kippah e le donne preferiscono nascondere i ciondoli con la Stella di David che portano al collo. “Londra è diventata una no-go zone per gli ebrei”, ha dichiarato l’8 marzo scorso Robin Simcox, commissario britannico per la lotta all’estremismo. Quanto accade a Londra si riflette in tutto il Regno Unito, ovunque siano presenti comunità ebraiche. Il 2 ottobre 2025, durante la festività di Yom Kippur, un siriano di 35 anni, Jihad Al-Shamie, ha lanciato la propria auto contro un gruppo di ebrei riuniti per pregare in una sinagoga di Manchester, per poi iniziare a colpirli con armi da taglio e accoltellarli, e infine tentare di entrare con la forza nella sinagoga. L’attacco ha provocato due vittime e tre feriti.

La quasi totalità degli atti antisemiti nel Regno Unito è riconducibile a musulmani radicalizzati, eppure è diventato un problema affermarlo apertamente. I britannici che mettono in discussione l’antisemitismo musulmano vengono accusati di “alimentare l’odio razziale o religioso”. Dopo ogni attentato, il governo britannico e altri leader politici, si premurano di condannare l’antisemitismo ed evitano inoltre sistematicamente di rivelare l’identità dei responsabili. Le loro condanne, pertanto, si riducono a parole vuote. Se non si individua la fonte dell’odio verso gli ebrei, come si può contrastarlo efficacemente? L’odio verso gli ebrei va di pari passo con l’odio verso Israele. Si tratterebbe di un sentimento diffuso in una parte significativa della popolazione del Regno Unito. Keir Starmer, il quale alcuni anni fa aveva affermato di aver epurato il Partito laburista dagli antisemiti e dagli elementi anti-israeliani, presentandosi per cinque minuti come un amico di Israele, ora rivolge aspre critiche sia al Paese sia al governo democraticamente eletto. Nel luglio 2025, il premier Starmer, a nome del Regno Unito, ha approvato la pubblicazione di un comunicato, firmato anche da altri 28 Paesi, che accusava falsamente Israele di privare i palestinesi della “dignità umana” e di perpetrare “uccisioni disumane di civili”. Non sorprende che il documento sia stato utilizzato da tutti i nemici di Israele, in particolare da coloro che accusano ingiustamente Israele di genocidio.

Starmer si stava solo scaldando. Come se ciò non bastasse, il premier ha poi continuato, a nome del Regno Unito, a riconoscere ufficialmente un inesistenteStato di Palestina”. Nelle parole di Zoheir Mohsen, il quale fu un alto funzionario dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina dal 1971 al 1979: “Il popolo palestinese non esiste. La creazione di uno Stato palestinese è solo un mezzo per continuare la nostra lotta contro lo Stato di Israele per l’unità araba. In realtà, oggi non c’è differenza tra giordani, palestinesi, siriani e libanesi. Solo per ragioni politiche e tattiche parliamo oggi dell’esistenza di un popolo palestinese, poiché gli interessi nazionali arabi richiedono che si postuli l’esistenza di un popolo palestinese distinto per opporsi al sionismo. Per ragioni tattiche, la Giordania, che è uno Stato sovrano con confini definiti, non può avanzare pretese su Haifa e Jaffa, mentre io, in quanto palestinese, posso senza dubbio rivendicare Haifa, Jaffa, Beer-Sheva e Gerusalemme. Tuttavia, nel momento in cui rivendicheremo il nostro diritto su tutta la Palestina, non aspetteremo un solo minuto per unire la Palestina e la Giordania”. Starmer ha riconosciuto questo fittizio “Stato di Palestina” anche quando Hamas deteneva ancora il potere a Gaza e tratteneva ostaggi. Tale decisione viene interpretata come un segno di debolezza.

Insieme a Francia, Belgio, Irlanda, Spagna, Norvegia e Svezia, il Regno Unito è stato solo uno dei numerosi Paesi che hanno riconosciuto un immaginario Stato palestinese. Il 1° aprile Starmer si è anche affrettato a dichiarare: “Questa non è la nostra guerra”, come se la corsa agli armamenti nuclearida parte dell’Iran e le minacce terroristiche attribuite al regime iraniano verso l’Occidente non fossero questioni che preoccupano il Regno Unito. Starmer dovrebbe certamente essere a conoscenza del fatto che almeno un gruppo iraniano, Harakat Ashab al-Yamin al-Islamia (Hayi), è direttamente responsabile di numerosi attacchi antisemiti nel Paese. Starmer non ha mai condannato pubblicamente Hayi o qualsiasi altro gruppo simile. Starmer ha cercato inoltre di negare all’Aeronautica militare statunitense l’accesso alla base aerea congiunta anglo-americana di Diego Garcia e alla base Raf di Fairford, nel Gloucestershire. Il suo assenso sarebbe stato subordinato alla patetica condizione che le installazioni venissero impiegate esclusivamente per missionidifensive”.

Diversi Paesi europei (Spagna, Italia, Francia e Austria) hanno inoltre vietato agli aerei dell’Aeronautica militare statunitense l’utilizzo delle proprie basi e dello spazio aereo. Molti nel Regno Unito ora si rendono conto che, a meno che non si intraprenda una rapida inversione di rotta, il Paese si troverà ad affrontare un futuro estremamente cupo. La stessa civiltà britannica sembra destinata al declino. Il 10 marzo 2025, una marcia di protesta è stata organizzata dall’attivista politico Tommy Robinson, una delle pochissime persone in Inghilterra a parlare costantemente a nome delle decine di migliaia di minori britannici che sono stati vittime di abusi sessuali e sfruttamento da parte di bande di immigrati “asiatici” (un eufemismo per indicare i pakistani e altri). Il 16 maggio scorso, Robinson ha organizzato una marcia “Unite the Kingdom”, che ha richiamato un’altra folla immensa, nell’ordine di decine di migliaia di persone. Starmer ha affermato che Robinson e i suoi collaboratori alimentano “odio e divisione”. Il giorno prima della marcia, il premier britannico ha annunciato: “Abbiamo già bloccato i visti per gli agitatori di estrema destra che vogliono venire qui a diffondere le loro idee estremiste”, ma non, ovviamente, per i potenziali stupratori.

Le elezioni locali del 7 maggio, descritte da diversi giornali britannici come un referendum non ufficiale su Starmer, si sono rivelate un disastro per il Partito Laburista di Starmer e una grande vittoria per Reform Uk, il partito anti-immigrazione creato nel 2018 da Nigel Farage con il nome di “Brexit Party”. Il Partito Laburista ha perso più di 1.100 dei 2.300 seggi nei consigli comunali che deteneva. Ha inoltre perso il controllo di 35 amministrazioni locali che controllava da decenni. Reform UK ha conquistato più di 1.400 seggi e ottenuto il controllo di 14 amministrazioni locali. Dopo una sconfitta di tali proporzioni, ci si aspettava che Starmer si dimettesse. Finora, tuttavia, il premier ha deciso di restare in carica. Quattro membri del governo britannico, tuttavia, si sono dimessi; più di 80 parlamentari laburisti lo hanno esortato a lasciare l’incarico. Le prossime elezioni parlamentari sono previste per il 2029. Se il governo cadesse prima di quella data, il voto sarebbe anticipato. Se si tenessero oggi, Reform Uk avrebbe buone possibilità di ottenere la vittoria elettorale, aprendo la strada a una ripresa del Paese, ritenuto da tempo oggetto di una gestione inefficace (come evidenziato qui, qui e qui).

Nel frattempo, i musulmani continuano ad arrivare nel Regno Unito, sia legalmente sia tramite l’immigrazione irregolare. Con l’aumento della loro presenza demografica, si integrano sempre meno. Molti immigrati non sarebbero giunti nel Paese soltanto in cerca di opportunità di lavoro o di prestazioni assistenziali, ma anche con l’intento di trasformare la Gran Bretagna in un Paese identico a quello che hanno lasciato. Alcuni potrebbero definire tale fenomeno una forma di imperialismo. I portoghesi e gli spagnoli sostituirono le culture del Sud America; l’Inghilterra cercò di esportare i propri costumi nelle colonie, e così via. All’epoca, i Paesi conquistati non avevano i mezzi per fermare queste invasioni. Gli inglesi di oggi non sono gli Aztechi. Nel Regno Unito risiedono ufficialmente quasi quattro milioni di musulmani (il 6 per cento della popolazione). Nel 2001, i musulmani presenti nel Paese erano solo 1,59 milioni (il 2,7 per cento della popolazione totale). Uno studio del Pew Research Center ha stimato che, anche in uno scenario migratorio definito “intermedio”, la popolazione musulmana nel Regno Unito entro il 2050 potrebbe raggiungere circa il 16,7-17,2 per cento, pari a circa 13-13,5 milioni di persone.

Gli ebrei continuano a lasciare la Gran Bretagna. Secondo l’Institute for jewish policy research, nel Regno Unito vivono ancora 313mila ebrei (lo 0,4 per cento della popolazione) e il loro numero diminuisce ogni anno. Il problema, oltre al drastico cambiamento demografico, è anche quello della determinazione. Nel 404 avanti Cristo, bastarono solo 30 uomini (oligarchi) al servizio di Sparta per provocare la caduta di Atene, una delle grandi civiltà fondatrici della cultura occidentale. Anche tra i musulmani non radicalizzati, si riscontra un’ampia accettazione delle pratiche legate alla Sharia, come il continuo insabbiamento dei reati di abuso sessuale. La polizia, il governo e la magistratura hanno costantemente mostrato un atteggiamento permissivo nei confronti delle bande di stupratori, verosimilmente terrorizzati dall’essere etichettati come razzisti. Si è assistito anche a una crescente restrizione della libertà di espressione. la variante delle leggi sulla blasfemia, nonché al rifiuto delle tradizioni giudaico-cristiane, come il Natale, e a una sovversione della common law (come ad esempio la convinzione che i terroristi abbiano semplicemente problemi di “salute mentale”). Tutto ciò è stato accompagnato da un aumento dell’odio verso gli ebrei, verso Israele e verso la cultura occidentale.

Nel frattempo, l’economia britannica continua a indebolirsi. Il tasso ufficiale di disoccupazione resta relativamente basso, al 4,9 per cento, ma si osserva un crescente numero di persone che escono dal mercato del lavoro, entrando nella categoria dell’inattività economica e dipendendo, secondo questa ricostruzione, da sussidi e forme di assistenza pubblica. Quasi 14 milioni di cittadini britannici (circa il 21 per cento della popolazione) vivono in condizioni di povertà, con redditi inferiori al 60 per cento del reddito mediano nazionale, e incontrano difficoltà nel far fronte a spese essenziali come cibo, alloggio e servizi di base. Come nel Regno Unito, le economie della maggior parte dei Paesi dell’Europa occidentale sono in declino . Nel 2000, gli Stati membri dell’Unione europea rappresentavano collettivamente il 20 per cento del Pil mondiale. Nel 2024, la loro quota si era ridotta al 15,2 per cento. In tutta l’Europa occidentale, il tasso di natalità tra le donne musulmane è di gran lunga superiore a quello delle donne non musulmane. In Francia il tasso di natalità è di 1,56. In Germania, di 1,35. In Italia, di 1,14 e in Spagna, di 1,10. Anche nel Regno Unito il tasso di natalità è in calo. Attualmente è di 1.41 figli per donna, ben al di sotto del livello di sostituzione di 2,1. Il tasso di natalità tra le donne musulmane è molto più alto. Nel Regno Unito, anche se la poligamia non è consentita, le diverse mogli di un uomo musulmano ricevono ulteriori prestazioni sociali. Se il matrimonio poligamico è stato contratto all’estero, le autorità ne tengono conto ai fini di alcuni benefici sociali. Sono stati segnalati casi in cui, a volte, ciascuna delle quattro mogli dispone di una propria abitazione, presumibilmente a carico dei contribuenti britannici.

Ciò che accade nel Regno Unito non è un caso isolato: dinamiche analoghe sono presenti in tutta l’Europa occidentale e hanno ormai attecchito anche negli Stati Uniti. In Francia, gli atti antisemiti possono non essere frequenti come nel Regno Unito, ma restano comunque comuni: nel 2025, sono stati registrati 1.320 episodi, ovvero più di 3,5 al giorno. Gli ebrei in Francia rappresentano poco meno dell’1 per cento della popolazione, eppure, anno dopo anno, risultano essere vittime di oltre il 50 per cento di tutti i crimini d’odio a sfondo religioso. In Belgio, la comunità ebraica è ancora più esigua (conta meno di 30mila membri), ma il numero di episodi antisemiti è comunque aumentato, passando da 57 nel 2022 a 277 nel 2024, con un incremento di oltre quattro volte. Un sondaggio condotto nel 2024 per il Congresso ebraico europeo ha evidenziato che molti belgi non considerano antisemiti alcuni comportamenti come imbrattare una sinagoga con graffiti, oppure rivolgere insulti o minacce contro ebrei o persone identificate come “sioniste”: il 22 per cento degli intervistati li giudica comprensibili, accettabili e legittimi. In Germania, gli ebrei rappresentano meno dello 0,2 per cento della popolazione totale, eppure subiscono un numero sproporzionato di attacchi antireligiosi, peraltro in aumento: si è passati da 1.824 episodi antisemiti registrati nel 2024 a 2.267 nel 2025.

Un quadro analogo emerge nei Paesi di tutta l’Europa occidentale. Da anni, gran parte degli episodi antisemiti, come nel Regno Unito, sono stati perpetrati da musulmani radicalizzati. Anche in questo caso, la maggior parte dei politici dell’Europa occidentale condanna “l’antisemitismo”, senza però specificare l’identità degli autori. L’odio verso Israele e gli ebrei, imposto dottrinalmente dal Corano e dagli hadith, è profondamente radicato nelle comunità musulmane dell’Europa occidentale ed è tollerato da gran parte della società non musulmana. Tutti gli attuali leader dell’Europa occidentale, proprio come Starmer, hanno dichiarato, con sfumature diverse, che la guerra in Iran “non è la loro guerra”. Negli ultimi tempi, in Europa occidentale, i partiti politici con programmi simili a quello del Reform Uk, di centrodestra, stanno guadagnando terreno. Alcuni di essi sembrano destinati a vincere le elezioni. Essi sostengono, e lo affermano apertamente, che in Europa, la civiltà occidentale potrebbe scomparire. Chiedono un rinnovamento nazionale. I governi di alcuni Paesi dell’Europa centrale (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia) hanno adottato una posizione ferma contro l’immigrazione, per la quale l’Unione Europea li ha duramente criticati. L’Ungheria ha subito l’occupazione dell’Impero ottomano per quasi 200 anni. L’ex primo ministro Viktor Orbán, che ha di recente perso le elezioni, non voleva assistere a una nuova occupazione islamica.

L’Europa centrale presenta ancora una delle più basse percentuali di popolazione musulmana a livello globale, stimata tra lo 0,1 per cento e l’1 per cento del totale. Le comunità ebraiche presenti nella regione non risultano esposte, di fatto, ad attacchi antisemiti violenti. Tuttavia, in Europa centrale si assiste a un calo dei tassi di natalità. Nella Repubblica Ceca, il tasso è sceso a 1,28 figli per donna. In Ungheria, si attesta ora a 1,31e in Polonia, a 1,1. È ancora possibile salvare l’Europa? Se prevarranno le forze politiche che mirano a preservare la civiltà occidentale, forse sì, ma il tempo sta per scadere.

(*) Tratto da Gatestone Institute

(**) Traduzione a cura di Angelita La Spada

Aggiornato il 12 giugno 2026 alle ore 09:48