Ma come si sta (ri)stretti in una Nato senza gli Usa! Peccato, però, che generazioni di presidenti americani, sia democratici che repubblicani, ci stanno dicendo da decenni che, poiché noi europei risultiamo più ricchi di loro (grazie alle nostre gigantesche spese per il welfare state), sarebbe ora che facessimo seri sacrifici per la nostra difesa comune, smettendola di caricarla sulle spalle degli Stati Uniti d’America, così come abbiamo fatto negli ultimi 80 anni. Una parola: e chi glielo va a dire a 27 complessi militar-industriali, senza standard comuni (ma un esercito illimitato di clientes che vive grazie agli appalti pubblici per la difesa nazionale), produttori di sistemi d’arma eterogenei, che da oggi in poi debbono mettere a fattor comune le pur gigantesche spese per la difesa, che valgono di più in volume di quelle analoghe di russi e cinesi, nostri futuri/attuali nemici per la pelle? Perché poi noi, satolli di una pace ottantenne e invecchiata, manchiamo gravemente della risorsa più importante in assoluto, quando si parla di Patria nazionale o comune europea: la componente umana in divisa. Se stiamo, come dobbiamo stare, ai recenti sondaggi presso le classi europee più giovani che, teoricamente, dovrebbero trovarsi sotto le armi per fronteggiare un’aggressione militare dall’esterno (ricordandoci che anche qui da noi la Costituzione parla all’articolo 52 della difesa della Patria come “sacro dovere del cittadino”), la stragrande maggioranza si rifiuterebbe di combattere, anche se il loro territorio nazionale fosse invaso dal nemico, come al contrario accade oggi in Ucraina.
Vladimir Putin e altri male intenzionati come lui sono avvertiti: eventualmente, dovranno combattere solo contro qualche mercenario male in arnese, nel caso decidessero di invaderci. Una passeggiata, in pratica, nella certezza che, al pari del 1945, le loro truppe saranno festeggiate come i liberatori americani dell’epoca, per averci liberati da noi stessi. Ma Carl von Clausewitz aveva parlato chiaro due secoli fa: “L’errore peggiore di una catena di comando è continuare a ostinarsi, resistendo a ogni tipo di sano ragionamento”. Così, non dev’essere solo Donald Trump a spaventarci, con il suo roboante rifiuto di venirci in soccorso in base all’articolo 5 del Trattato Atlantico, nel caso che un Paese europeo membro della Nato venisse aggredito, bensì il rifiuto di prendere atto che da questo momento in poi dobbiamo cercare di renderci autonomi in materia di difesa comune. Ma, fino a quando riusciremo a rinviare tale decisione, acquistando per molte decine di miliardi di euro armi americane, in modo da tener buono Trump e da rifornire i nostri arsenali per inviare aiuti all’Ucraina? Tanto più che con la guerra in Iran e le forniture belliche a Kiev, per parecchio tempo l’America non sarà in grado di ricostituire le sue scorte di missili a medio-lungo raggio, per non parlare degli antimissili Patriot e Arrow. La domanda è (la stessa che si pone con insistenza anche The Economist): come riusciremo da soli a fare a meno di un comando supremo americano, in grado di mettere ordine tra i vari protagonismi dei piccoli e medi Paesi della Nato? Chi di noi, senza gli Usa, può essere in grado di prendere il comando in caso di guerra, visto che la Ue è sprovvista di strumenti e di regolamenti per la difesa comune? Basteranno i “Volenterosi” a costituire un unico comando ristretto collegiale? E su quale base normativa lo faranno?
Ora, il vero problema è proprio questo: “Quale sistema di comando sarà disponibile una volta che l’America si dovesse chiamare fuori dalla Nato?”. Esiste almeno sulla carta questo benedetto Piano B, nel caso che tutto ciò si verificasse? Perché, come perfidamente sottolinea The Economist, a oggi le possibili coalizioni militari alternative (senza l’America, cioè) assomigliano a una scuola musicale per principianti, in cui ogni Paese membro si presenta con la propria divisa, suona vigorosamente i suoi tamburi assieme a tutti gli altri, e poi se ne va. Mentre oggi esiste un unico e riconosciuto maestro d’orchestra: gli Stati Uniti d’America che, attraverso il Supreme Allied Commander Europe (Saceur), tirano le fila di una rete di sub comandi territoriali, garantendo con migliaia di loro soldati specializzati le linee di comunicazione tra gli stessi. Insomma, la leadership Usa è il collante che tiene assieme l’intera Alleanza, sottolinea il settimanale londinese. Senza gli americani, quindi, si rischia la concreta frammentazione della Nato, con la rimessa (pericolosa) in gioco di tutto l’ecosistema occidentale di difesa. L’altro gravissimo problema che ci riguarda è di dover sostituire in un futuro molto ravvicinato le risorse satellitari di intelligence e sorveglianza aerea dell’America, che ci offre insostituibili garanzie di sicurezza con i suoi potenti sistemi satellitari di ricognizione dall’atmosfera. Di fatto, però, in qualche modo il Piano B è già attivo nella cintura dei Paesi baltici e di quelli nordici, ai quali si affianca la Polonia (in via di massiccio riarmo), che sono oggi quelli più direttamente minacciati dalla presenza delle forze militari russe in Ucraina, e maggiormente coesi nella difesa dei valori comuni.
E proprio questo è il punto: come si intende creare, da oggi in poi, una struttura organizzativa di difesa nella quale ogni Paese europeo si senta pronto a combattere? L’alternativa (limitata) alla quale si fa sempre più spesso riferimento è la Joint Expeditionay Force (Jef) sotto il comando britannico, che riunisce la gran parte dei Paesi nordici e gli Stati baltici. L’organizzazione è stata concepita come unità di reazione rapida per l’impiego coordinato di forze di pronto intervento, da attivare in quelle situazioni che non ricadano strettamente nelle previsioni dell’articolo 5 del Trattato, che non gode di alcun automatismo poiché spetta a ciascun Paese membro decidere se attivarlo o meno. Il Jef può rappresentare una valida alternativa come alleanza ristretta, dato che i suoi quartieri generali possiedono fin da oggi ragguardevoli capacità in materia di intelligence, pianificazione e logistica. Il problema è che l’Inghilterra non è più quella di un tempo: i tagli consistenti alla difesa decisi negli ultimi decenni hanno falcidiato il rinnovo della sua flotta, sottomarini compresi, e dei suoi reparti militari operativi. Ma, a fare la differenza, potrebbe essere l’imponente riarmo della Germania, che verrebbe ultra-accelerato, nel caso del suo passaggio a una economia di guerra.
Resta indubbio che un’eventuale estensione del conflitto in Europa vedrebbe comunque e sempre in prima linea Inghilterra, Francia e Germania, definiti Paesi “tripwire” (che rappresenta il filo di innesco di un ordigno esplosivo mimetizzato nel terreno), perché avendo proprie forze militari di stanza nei Paesi baltici sarebbero i primi a essere tirati dentro uno scontro armato. Mentre altri ancora si aggregherebbero fin dal primo giorno delle ostilità, senza stare ad attendere i tempi lunghi del Consiglio Nord Atlantico, supremo organo decisionale Nato. Ma, francamente, tutto ciò non rappresenta nemmeno l’ombra di un Piano B!
Aggiornato il 10 giugno 2026 alle ore 10:49
